Un solo labbro, un solo potere e contro Dio: Gen 11,1-4

Continua la nostra presentazione del racconto della torre di Babele. Il narratore lo inizia con il tipico incipit favolistico: «E avvenne che…» (waye) richiamandosi a Gen 4,2b.3. La situazione che ritrae è agli antipodi di quella storica sperimentata: siamo ancora nel genere dell’eziologia metastorica. Ecco il testo:

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La torre di babele

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Pieter Bruege, Torre di Babele (Vienna)

Gen 11 apre con il racconto della torre di Babele (1-9), segue la genealogia “lineare” di Sem e di suo figli Arpacsàd che si conclude con la menzione di Terach e dei suoi tre figli Abram, Nacor e Aram (10-26); infine la ripresa della formula «Questa è la discendenza…» rilancia la genealogia di Terach padre di Abram (vv. 27-32) con alcuni ampliamenti.

Per una visione d’insieme

Dopo la grande «Tavola dei popoli» di Gen 10 che ha mostrata armonia tra unità e diversità o «unità nella diversità» ecco che ci si deve scontrare con il progetto dell’umanità, meglio di una sua parte, di eliminare le differenze e di dar vita ad una società monolitica e indifferenziata.

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La tavola dei popoli: Gen 10 – Seconda parte

Il significato della tavola

Il racconto di Gen 10 nonostante la litania dei nomi discendenti dai tre figli di Noè, illustra la messa in opera da parte dell’umanità della benedizione che Dio ha elargito a Noè e ai suoi figli in 9,1.7. Sono proprio i ritornelli ascritti al racconto sacerdotale a insistere sulla crescita dell’umanità e sulla sua diversificazione e diffusione sulla terra1.

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  1. Cf. A. Wénin, Da Adamo ad Abramo o l’errare dell’uomo. Lettura narrativa e antropologica della Genesi. I Gn 1,1-12,4 (Testi e commenti 14), Bologna 2008, 151. []
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La tavola dei popoli: Gen 10 – Prima parte

Commentando il capitolo quinto della Genesi ho avuto di affrontare il tema della genealogia. La sua funzione si potrebbe riassumere in questi termini: evitare che la memoria storica delle gesta del popolo d’Israele venga inghiottita dallo straripamento delle acque del minaccioso fiume dell’oblio; un pericolo, questo, che ben si sarebbe potuto concretizzare in conseguenza di quella vera e propria tragedia nazionale rappresentata dalla distruzione di Gerusalemme e dalla conseguente deportazione di parte della popolazione in Babilonia.
Se da un lato la genealogia biblica ha come primo scopo quello di garantire e salvaguardare l’identità etnica del popolo d’Israele a fronte di una situazione che ne metteva a serio rischio la sopravvivenza, dall’altro il ricorso ad essa esprime una seconda esigenza: quella di collocare la famiglia-popolo di Israele nel grande alveo dell’intera umanità, stabilendo delle relazioni che possiamo genericamente definire di solidarietà. Quest’ultima esigenza è intrinsecamente legata alla prima, nella misura in cui la difesa della propria identità etnica non può prescindere dalla precisa individuazione e dal conseguente riconoscimento di quella altrui1.

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  1. Sul legame tra identità etnica e solidarietà umana cf. F. Crüsemann, Human Solidarity and Ethnic Identity: Israel’s Self-Definition in the Genealogical System of Genesis, in M.G. Brett, ed., Ethnicity and the Bible (Bible Interpretation Series 19), Leiden 1996, 57-76. []
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