Suspense…

Il timore di Dio, vincente, in questo episodio, non ferma il disegno omicida del Faraone che, anzi, diventa ancor più micidiale (v. 22). Solo ora egli dà l’ordine al suo popolo e la richiesta di brutalità, di violenza e di morte diventa esplicita: l’uccisione pubblica di tutti i neonati maschi. Avevamo notato all’iniziato i «lavori forzati»; in seguito l’oppressione mira a non far nascere i maschi; adesso – e siamo al culmine – «ogni figlio maschio che nascerà agli ebrei, lo getterete nel Nilo…» (Es 1,22).

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Il timor di Dio presuppone la sacralità della vita. Preservare la vita di questi bambini assume priorità sull’editto omicida di una persona importante e molto potente, anche a costo delle proprie vite. Una tale non-conformità alla legge decretata da un potere umano è fondata in una teologia della creazione, dove unico Signore della vita è Dio e nessun altro potere. Il testo non parla di disobbedienza civile, ma è certo che il lettore viene invitato a riflettere su una attualizzazione di una teologia della creazione anche in campo etico-sociale.

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La disobbedienza che salva

Questa pulizia etnica viene affidata a due levatrici, di cui il narratore ci offre i nomi: «Sifra» (shifra «la bella») e Pua (puàa «splendore o ragazza»). Per la prima volta, sulla scena appaiono due donne, sono le prime di una galleria di personaggi femminili, che, pur secondari, svolgeranno una funzione decisiva, sovversiva e salvifica nei capitoli successivi, sempre a favore della vita (cf. la sorella di Mosè, la figlia del Faraone ecc.). Continua a leggere »

15 Poi il re d’Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua: 16 «Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo farete morire; se è una femmina, potrà vivere». 17 Ma le levatrici temettero Dio: non fecero come aveva loro ordinato il re d’Egitto e lasciarono vivere i bambini. 18 Il re d’Egitto chiamò le levatrici e disse loro: «Perché avete fatto questo e avete lasciato vivere i bambini?». 19 Le levatrici risposero al faraone: «Le donne ebree non sono come le egiziane: sono piene di vitalità: prima che arrivi presso di loro la levatrice, hanno già partorito!». 20 Dio beneficò le levatrici. Il popolo aumentò e divenne molto forte. 21 E poiché le levatrici avevano temuto Dio, egli diede loro una numerosa famiglia. 22 Allora il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: «Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia». Continua a leggere »

Un lavoro da schiavi

Il re non perde tempo nell’attuare la sua nuova politica. Le sue paure prendono la forma di un sistema oppressivo (v. 11). Gli israeliti sono costretti a partecipare alla costruzione di «città-deposito», con i loro palazzi, santuari e magazzini (v. 11). Le città di Pitom e Ramses erano situate nella regione del delta del Nilo e rientravano in un progetto di sviluppo dell’intera area, portato avanti dalla XIX dinastia. Bisogna precisare che esse sono utilizzate dal narratore fondamentalmente come simbolo di oppressione, anziché come un tentativo di radicare l’avvenimento nella realtà storica. Inoltre i figli di Israele devono preparare l’argilla e produrre mattoni a migliaia. Vi era «ogni sorta di lavori nei campi» e «a tutti questi lavori li obbligarono con durezza» (v. 14). Continua a leggere »

Buon Natale

Author: admin, 24 dicembre 2011

Un bambino che dorme in braccio a sua madre, al buio, nel silenzio della notte…; scena familiare, ma profondamente evocativa: presenza fragile di un Dio che si espone alla nostra debolezza. Il bambino, avvolto in bianche bende, ricorda anche il destino di morte che accompagnerà il Figlio di Dio. Ma resta, sopra il bambino, la discreta presenza d’amore della madre, una Maria senza aureola, vicina a ognuno di noi; rimane la luce della candela nascosta che la mano dell’altra donna (figura di ogni credente?) proietta delicatamente sul bambino. Questa mano regge, e insieme protegge, la luce. Luce di un Dio che accetta di immergersi nelle nostre tenebre e persino nella nostra morte; luce di donna che conosce e che alimenta la speranza. Come nel quadro di George de La Tour, così anche tutta la nostra vita si gioca nella relazione intima con questo piccolo bambino, Gesù, il figlio di Dio che diviene uno di noi. Ed è così che rinasce nel mondo la speranza… Buon Natale!