La tavola dei popoli: Gen 10 – Seconda parte

Il significato della tavola

Il racconto di Gen 10 nonostante la litania dei nomi discendenti dai tre figli di Noè, illustra la messa in opera da parte dell’umanità della benedizione che Dio ha elargito a Noè e ai suoi figli in 9,1.7. Sono proprio i ritornelli ascritti al racconto sacerdotale a insistere sulla crescita dell’umanità e sulla sua diversificazione e diffusione sulla terra1.

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  1. Cf. A. Wénin, Da Adamo ad Abramo o l’errare dell’uomo. Lettura narrativa e antropologica della Genesi. I Gn 1,1-12,4 (Testi e commenti 14), Bologna 2008, 151. []
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La tavola dei popoli: Gen 10 – Prima parte

Commentando il capitolo quinto della Genesi ho avuto di affrontare il tema della genealogia. La sua funzione si potrebbe riassumere in questi termini: evitare che la memoria storica delle gesta del popolo d’Israele venga inghiottita dallo straripamento delle acque del minaccioso fiume dell’oblio; un pericolo, questo, che ben si sarebbe potuto concretizzare in conseguenza di quella vera e propria tragedia nazionale rappresentata dalla distruzione di Gerusalemme e dalla conseguente deportazione di parte della popolazione in Babilonia.
Se da un lato la genealogia biblica ha come primo scopo quello di garantire e salvaguardare l’identità etnica del popolo d’Israele a fronte di una situazione che ne metteva a serio rischio la sopravvivenza, dall’altro il ricorso ad essa esprime una seconda esigenza: quella di collocare la famiglia-popolo di Israele nel grande alveo dell’intera umanità, stabilendo delle relazioni che possiamo genericamente definire di solidarietà. Quest’ultima esigenza è intrinsecamente legata alla prima, nella misura in cui la difesa della propria identità etnica non può prescindere dalla precisa individuazione e dal conseguente riconoscimento di quella altrui1.

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  1. Sul legame tra identità etnica e solidarietà umana cf. F. Crüsemann, Human Solidarity and Ethnic Identity: Israel’s Self-Definition in the Genealogical System of Genesis, in M.G. Brett, ed., Ethnicity and the Bible (Bible Interpretation Series 19), Leiden 1996, 57-76. []
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Il peccato di Cam: Gen 9,20-27

La prima azione del settenario noachico è quella di piantare la vigna perché Noè è diventato «uomo del suolo». Come nel quadro della creazione, anche dopo il diluvio, nella nuova creazione, l’uomo appare «legato» al «suolo/terra». Il verbo «cominciare» (ḥll) è molto importante nell’economia di Gen 1–11, ad esempio segna l’inizio del culto con Enoc (Gen 4,26) e il moltiplicarsi dell’umanità in Gen 6,1 (cf. Gen 10,8; 11,6). Noè, dopo quanto aveva fatto Dio nella prima creazione (cf. Gen 2,8), è il primo che «pianta» (nṭʾ) nella seconda creazione: in Gen 2,8 Dio aveva piantato un giardino in Eden, Noè pianta la vigna. Egli dà inizio a qualcosa di nuovo: la coltivazione della vigna, la più nobile delle piante, secondo la lode del Sal 104,15 e il cui frutto rallegra il cuore (Sir 40,20; Sal 4,8). Già avevamo visto come il significato di Eden sia quello di «delizia». C’è quindi un fine richiamo a Gen 2.

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I figli di Noè: Gen 9,18-27

Dopo il diluvio, che sembra aver spazzato via tutti coloro che avevano imboccato la strada della violenza, e dopo la promessa di Dio di relazionarsi in modo pacifico con le sue creature, ecco un nuovo racconto incentrato sulle relazione tra esseri umani: non più la relazione tra fratelli (Gen 4,1-16), ma quella che i fratelli hanno con il padre. È qui che ora si insinua il male ferendo mortalmente le relazioni più intime e sacre come quelle tra genitori e figli e tra fratelli.

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