Abram e Sarai in Egitto un ritorno al giardino di Eden?

Nel post precedente avevamo visto come la relazione tra Abram e sua moglie Sarai fosse molto simile a quella dei primi progenitori nel giardino di Eden (Gen 2 – 3). È tempo di approfondire il confronto.

Nel giardino di Eden le prime parole che Adam pronuncia davanti alla donna non sono improntate al rispetto della differenza e dell’alterità (cf. Gen 2,23). Con il suo discorso, invece, cerca di riappropriarsi di quello che sentiva essergli stato tolgo dal Signore Dio durante il suo sonno. La donna non  è quell’alterità che pone fine alla solitudine biasimata come «non bene», ma un essere che gli è parente, fratello o sorella, e questo è inscritto nel nome che dà alla donna, ʾîššâ da ʾîš presa. Qui l’alterità è ridotta alla semplice desinenza femminile che evidenzia il rapporto di profonda parentela tra i due. Il narratore poco più avanti al v. 24, afferma che ʾîš deve abbandonare il proprio padre e la propria madre, quindi anche qualsiasi legame parentale, se vuole diventare quello che è, vale a dire ʾîš «marito», e unirsi con ʾîššâ non più intesa nel ruolo di di sorella o di madre ma decisamente  “altra”.

Il ritorno della conoscenza-possesso

Su questo sfondo le parole di Abram assumono un’altra rilevanza. Innanzitutto c’è una conoscenza (yādaʿtî) di cui Sarai è l’oggetto (kî ʾiššâʾātt; v. 11b): come Adamo anche Abram «conosce» la «sua donna». Si potrebbe obiettare che qui la conoscenza investe un dato esteriore, cioè l’avvenenza di Sarai. A parte il fatto che i commentatori si sono divisi sulla sua interpretazione, dato che Sarai ha 65 anni stando al raffronto tra Gen 12 e Gen 17, resta il dato espresso dal verbo yādaʿ che nella dinamica relazionale non esprime reciprocità. Ma problematico è quello che comporta questa conoscenza, perché spinge Abram a chiedere a Sarai di negarsi come «sua moglie» per farsi passare per sua sorella e tutto questo per non assumersi i rischi di mostrarsi per quello che è, cioè marito di Sarai, con i suoi limiti e le paure che questi ingenerano. In breve Abram fa come Adamo che ha «preso» sua moglie per sua sorella nella speranza di poter rimediare alla mancanza (a quel «di meno») e al limite che hanno fatto di lui un soggetto differenziato, appunto ʾîš davanti all’alterità di ʾîššâ.

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Abram in terra di Egitto: Gen 12,10-20

Abram non passa molto tempo nella terra di Canaan che il narratore per due volte al v. 10 racconta di come una carestia abbia investito il paese tanto da costringere il patriarca ad abbandonarlo per scendere in Egitto: «E scese Abram in Egitto» (v. 10)1. La terra sulla quale Abram per due volte aveva costruito un altare – il primo per fare memoria dell’apparizione del Signore, il secondo per invocare il suo nome – è ora gravata da una carestia (v. 10a.b). L’unica scelta che gli resta da fare è quella di abbandonarla per cercare una terra più ospitale. Le cose per lui e la sua famiglie si mettono subito in salita.

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Un giovane vestito d’una veste bianca. Chi può essere mai?

Il vangelo di Marco (Mc 16,1-8) in questa veglia santa ci racconta di come alcune donne, che erano state presenti sotto la croce alla morte di Gesù, tutti gli altri erano scappati, ora di buon mattino – quello dopo il Sabato – vanno al sepolcro per ungere, secondo l’usanza, il corpo di Gesù. Il narratore ci riporta anche un loro ragionamento: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Giunte al sepolcro trovano la pietra divelta e l’apertura spalancata e la loro domanda diventa inquietudine. Marco calca i toni e parla di paura.

Entrando nel sepolcro vedono un giovane, seduto sulla destra e vestito di una veste bianca. Le esorta a non avere paura: «Non abbiate paura!» e annuncia loro che colui che cercano non è qui perché è risorto. Consegna poi una missiva da portare ai discepoli e a Pietro: andare in Galilea dove potranno vedere Gesù.

Il vangelo poi prosegue con le donne che fuggono tremanti e impaurite e per questa ragione non dicono nulla a nessuno.

La domanda è: chi è questo giovane che annuncia? Chi è questo personaggio che solo resta sulla scena della risurrezione, mentre tutti, anche le donne, sono fuggiti?

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Una benedizione là dove meno te lo aspetti. Abramo in terra di Canaan

Quando Abram parte non se ne va a mani vuote: «prende» con sé i suoi intimi e le sue ricchezze. Diventare l’«eletto» del Signore non sembra comportare alcuna rinuncia di ciò che si ha, almeno così sembra in questa prima rottura.

5Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan. Arrivarono nella terra di Canaan 6e Abram la attraversò fino alla località di Sichem, presso la Quercia di Morè. Nella terra si trovavano allora i Cananei. 7Il Signore apparve ad Abram e gli disse: «Alla tua discendenza io darò questa terra». Allora Abram costruì in quel luogo un altare al Signore che gli era apparso. 8Di là passò sulle montagne a oriente di Betel e piantò la tenda, avendo Betel ad occidente e Ai ad oriente. Lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore. 9Poi Abram levò la tenda per andare ad accamparsi nel Negheb (Gen 12,5-9).

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