• Non si nasce profeti ma si è scelti e mandati

    Pubblicato il luglio 11th, 2009 GionaNellaBalena Nessun commento

    La vocazione profetica non è una dono che uno si dà, ma lo si riceve e spesso risulta molto molto scomodo. La vocazione di Amos e il suo messaggio ne sono un esempio.

    In quei giorni, Amasìa, [sacerdote di Betel] disse ad Amos: «Vattene, veggente, ritìrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno».
    Amos rispose ad Amasìa e disse:
    «Non ero profeta né figlio di profeta;
    ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro.
    Il Signore mi prese,
    mi chiamò mentre seguivo il gregge.
    Il Signore mi disse:
    Va’, profetizza al mio popolo Israele» (Amos 7,12-15).

    Amos è un profeta del sud di Israele, chiamato da Dio in missione nella parte nord, esattamente a Betel, dove si trovava il santuario del re. Già si era consumata la rottura tra le tribù del nord e quelle del sud, i cui effetti saranno devastanti per entrambe le nuove entità. Le tribù del sud, Giuda e Beniamino, continuano a essere fedeli a Jhwh, Dio dei padri. Quelle del nord, sotto la spinta della corte del re, perseguono una politica di allontanamento progressivo dalla fede in Jhwh che sfocerà nella caduta del regno del nord nel 722 a.C.

    Siamo in un periodo che precede la caduta. La bontà divina tenta l’impossibile per ricondurre Israele al fede in Jhwh. L’invito di Amos rientra in questa strategia divina che cerca di strappare buona parte del popolo (ben 10 tribù) dalla rovina.

    Amos è inviato a Betel, nel cuore del regno del Nord: al santuario del re. I sacerdoti che vi officiano sono funzionari regi e non ministri di Dio. Perciò le loro scelte sono sempre per compiacere il sovrano e non per onorare la volontà divina. Amos tenta porre un freno a questa stortura. La sua è una predicazione che rivendica di prestare ascolto a Dio.

    La reazione alle sue parole e perfino alla sua presenza è dura e impietoso: «Vattene, veggente, ritirati nella terra di Giuda… ». Oggi si direbbe persona non gradita.

    Il profeta non si lascia intimorire dalle minaccie e risponde con una duplice argomentazione: non apparteneva ai gruppi di profeti e veggenti; era – diremmo oggi – un laico con la propria professione e su quella ci campava discretamente e non aveva bisogno quindi di andare a profetizzare per sbarcare il lunario. Se è venuto a Betel, lo ha fatto solo in risposta a una precisa chiamata di Jhwh e di nessun altro: «Jhwh mi disse: “Va’, profetizza al mio popolo Israele”». Il richiamo alla sua vocazione dice due cose:

    • Amos agisce per ottemperare alla volontà di Dio e da essa si lascia illuminare e guidare.
    • Inoltre, non si tira indierto davanti alla missione difficile, in terra straniera ed ostile.

    Quando il Signore chiama,  dobbiamo essere pronti a rispondere: quello che Lui chiede è ciò che risulta utile alla nostra vita e va a vantaggio degli altri. Così è stato per Amos, così può esserlo anche per noi.

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