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Che razza di nome è Jhwh. Alle origini del nome santo
Pubblicato il novembre 14th, 2009 4 commentiIl Dio dell’Antico Testamento la Bibbia ce lo presenta con un nome proprio. Gli ebrei per rispetto rifiutano di pronunciarlo. Le quattro consonanti che lo formano sono dette tetragramma. Jhwh (tetragramma sacro) è stato sostituito dall’appellativo ‘adonaj (da ‘dwn)* «Signore» (lo si ritrova in parecchie traduzioni della Bibbia, la prima è quella greca della settanta), oppure, nei casi in cui il sostantivo ‘adonaj precede il tetragramma sacro, si ricorre alle vocali di ‘elohim (= Dio) senza che le consonanti relative vengano annotate a margine.
Si tratta del cosiddetto qere perpetuo: una sorta di errata-corrige che sostituisce il tetragramma sacro con un diverso appellativo.
Oggi la tendenza nel giudaismo è quella di usare il sostituto hašem «il Nome (sia benedetto)», oppure «Santo Nome».
Geova?
La forma errata jehowah «Geova» ebbe origine perché i cristiani del Rinascimento non capirono la lezione masoretica e non ne tennero conto. I masoreti (sono coloro che hanno vocalizzato il testo ebraico aggiungendo annotazioni a margine) tuttavia non inserirono esattamente le vocali richieste dalla loro pronuncia. Se lo avessero fatto il risultato sarebbe stato jahowah, infrangendo così il tabù che essi volevano evitare se la prima sillaba avesse contenuto una vocale di suono a. Perciò scrissero jehowah usando, per così dire, il segno vocalico più neutro che conoscevano lo šewa. Anche la grafia jehowih per ‘elohim non infrange il tabù. Queste grafie pertanto provano indirettamente che la prima sillaba non contiene una «e» o un suono vocalico affine.
Ma che cosa significa il nome «JHWH»?
Il Dio d’Israele ha un nome proprio come tutti gli dèi dell’antico Medio Oriente. Un nome proprio da un lato lo distingue, per mettendo di essere individuato e designato dall’altro lo mette in relazione ad altri.
Nell’antichità, il concetto di «dare il nome» a qualcuno o a qualcosa era legato spesso a un contesto di creazione. Per esempio, il famoso inno di creazione babilonese Enuma Elish comincia con queste parole: «Quando in alto non era ancora stato dato un nome al cielo…» (questo inizio indica lo stato esistente prima della creazione). In Genesi 1 Dio, nel creare i diversi elementi dà loro un nome e in Gen 2 è l’uomo stesso che partecipa alla creazione dando il nome alle creature.
Proprio in riferimento a quanto detto il «dare il nome» può essere inteso come un atto di potere. Per evitare tali concetti quasi magici legati al nome (cfr. alcune fiabe popolari dove si ha un potere su un demone se si conosce il suo nome) l’ebraismo non pronuncia più il nome proprio del suo Dio. E abbiamo visto che la traduzione greca conosce già questa prassi, perché rende Jhwh con kyrios, il Signore.
L’interpretazione biblica del nome «YHWH»
Sebbene il termine Jhwh ricorra in quasi ogni pagina della Bibbia ebraica, solo un testo tenta di spiegarne il significato: Es 3,12-15. Questi versetti si collocano nel racconto della vocazione di Mosè, più esattamente in un contesto in cui Dio risponde alle sue obiezioni. Ad una prima obiezione di Mosè Dio risponde promettendo il suo aiuto: Ehjeh ‘imka - «io sarò con te» (3,12). Allora Mosè controbatte con una seconda obiezione dicendo di non sapere con quale nome deve presentare Dio agli israeliti in Egitto (3,13). Dio risponde (3,14) non con la rivelazione del nome, ma con una specie di trascrizione ehjeh asher ehjeh «io sono colui che sono», oppure: «io sarò colui che sarà».
Tale «risposta» dà evidentemente per scontato che chi legge il racconto conosca il nome di Jhwh. Per l’autore di Es 3,14 questo nome è dunque messo in rapporto con un verbo che significa «essere» o «divenire».
Ma come bisogna intendere questa presentazione di sé fatta da Dio?
Parecchi commentatori, in particolare Martin Buber, affermano che non si tratta di una rivelazione del nome ma di un’occultazione. Dio rifiuta di far conoscere il suo nome: «Sono colui che sono, ciò non ti riguarda».
Presa letteralmente questa interpretazione suscita dei problemi, perché al v. 15 Dio si presenta a Mosè come Jhwh, il Dio dei padri.
Bisogna quindi insistere sul fatto che ehjeh asher ehjeh indica l’aspetto dinamico del Dio d’Israele, che non è un Dio pigro, lontano dagli affari del mondo. Jhwh è un Dio che interviene, che cerca un rapporto, che vuol essere presente, «essere insieme» con qualcuno. Alla luce di 3,12 (risposta alla prima obiezione di Mosè) si può interpretare il nome come una promessa.
Anche in questo caso però il nome di Dio sfugge alla manipolazione dell’uomo. Questa è la vera ragione dell’interpretazione che insiste sul rifiuto della rivelazione. Jhwh è sì un Dio vicino, ma non può essere manovrato dall’uomo!
Da dove deriva il nome Jhwh: etimologia
Secondo il racconto biblico il nome Jhwh sarebbe composto a partire dalla forma verbale hajah «essere». Taluni pensano quindi che Jhwh significhi semplicemente «Colui che è» o anche «Colui che fa essere», cioè il creatore. Ma tale interpretazione è essenzialmente teologica e corrisponde in certa misura a Es 3,14. È poco probabile che quello fosse il significato originario del nome di Jhwh.
Il senso primo della parola Jhwh era forse costruito sulla base di una radice h-w-j che significa «soffiare» (a proposito del vento). Si potrebbe perciò tradurre il nome di Jhwh con «colui che soffia, che reca il vento». Un nome del genere sembra fare al caso nostro dal momento che Jhwh nell’antichità era associato alla tempesta (Cf. Sal 68,5; Is 19,1). Probabilmente era il Dio della tempesta. Nello stesso tempo però comprendiamo che quella prima etimologia non fosse più valida da quando Jhwh era confessato come Dio unico.
L’origine di Jhwh
Secondo Es 3, il nome di Jhwh non era conosciuto dal popolo prima della fuga dall’Egitto (cfr. anche Osea 12 ed Ezechiele 20). Lo afferma pure la versione sacerdotale della vocazione di Mosè. In Es 6,3 Dio si presenta a Mosè dicendo:
«Io apparvi ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe come El Shaddaj il Dio onnipotente, ma non fui conosciuto da loro con il mio nome di Jhwh».
Questi testi esprimono chiaramente il concetto che Jhwh non è stato fin dall’origine il Dio d’Israele. D’altra parte, il nome Isra-el-e – che significa forse «Dio combatte» o «Dio regna» – è costruito sull’elemento teoforo El – il grande Dio cananeo, e non sul nome Jhwh. Si può dunque affermare che Israele esisteva già prima di confessare Jhwh come suo Dio.
Di conseguenza Jhwh non è un Dio «autoctono» in Siria-Palestina. Del resto è assente da tutti i pantheon, almeno secondo i testi che conosciamo fino ad oggi. Secondo le testimonianze bibliche, Jhwh viene dal Sud (in Giudici 5,4 da Edom; in Abacuc 3,3 da Teman; nel Salmo 98,8 dal Sinai). Questo significa che la relazione fra Israele e il suo Dio è il frutto di un incontro che si riflette nei racconti biblici della rivelazione divina sul Sinai.
Dunque Jhwh non è il Dio d’Israele da sempre, ma proviene dal paese d’Egitto, come dice il profeta Osea (Os 12,10).
Questo incontro iniziale, che continua ad essere abbastanza misterioso per lo storico, sta all’origine di una lunga storia nell’Antico Testamento e ne costituisce un primo risultato.
Come Jhwh è diventato il Dio unico per il popolo e la religione di Israele? È quello che ci accingiamo a vedere nei prossimi post.
* Adotto una traslitterazione semplificata dell’ebraico che rileva le consonanti mentre per le vocali non distingue la loro lunghezza.
4 risposte a “Che razza di nome è Jhwh. Alle origini del nome santo”
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Sergio Orsini gennaio 5th, 2010 alle 11:54
Con le dovute traduzioni e relative assonanze (Yahweh, non è lingua italiana, Iehovah quasi, Geova è usato ed è anche “graficamente” italiano) in lingua moderna, dovremmo o non dovremmo usare il Nome così come la ns cultura lo ha recepito nei secoli? Noi non parliamo ebraico ma italiano: non diciamo Jehoshua ma Giosuè, ad es.; non è peggio non pronunciarlo affatto e quindi, come semplice risultato finale, occultarlo? “Signore” non è un nome anche se riferito a QUEL Signore, come “Signora” non corrisponderebbe mai e poi mai a Maria. Cosa sarebbe più giusto fare?
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Premesso che tradurre è sempre tradire, attualmente si sono imposte due tendenze. La prima fa capo alla traduzione ufficiale della CEI che rende il Tetragramma sacro con “Signore”, seguendo un po’ la traduzione greca dei Settanta e San Girolamo. La seconda, utiliazzata in campo esegetico più o meno specialistico, è quella di rendere il Tetragramma sacro con le semplici consonanti senza aggiungere la vocalizzazione del nome. Per la mia sensibilità preferirei la seconda soluzione, al massimo adottando anche la modalità ebraica: quella di scrivere il Tetragramma sacro e pronunciare o il “Santo Nome” o il “il Nome (sia Benedetto)”.
Capisco pure però le ragiogioni dei traduttori della nuova versione della CEI che rispettano una antichissima tradizione, conservatasi nella Liturgia e nella Pastorale della Chiesa. -
tiziana giugno 15th, 2010 alle 12:57
salve, sono una studentessa di scienze religiose e cercando un approfondimento sono giunta a questo post, molto interessante. vorrei rivolgervi una domanda perché non conosco l’ebraico e dai testi che ho letto non riesco a capire … in Es 3,12-15 il tetragramma compare o no?! da quello che leggo qui mi sembra di no, allora perché su tutti i libri si fa riferimento a questo testo come alla rivelazione del nome di Dio nella forma del tetragramma sacro? grazie e complimenti per il blog, subito aggiunto tra i miei preferiti!
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Gentile studentessa. Il tetragramma sacro compare nel v. 15, quando si dice: Jhwh (reso dalla CEI con Signore), il Dio dei vostri padri , Dio di Abramo …
Il v. 14 “io sono colui che sono” cerca di essere la spiegazione del nome divino ma non dal punto di vista semantico, vale a dire non spiega la derivazione filologica del tetragramma sacro.
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