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Il soggetto: Dio
Pubblicato il luglio 4th, 2010 Nessun commentoProtagonista dell’azione del «creare» è Dio ~yhil{a/. Già ho avuto modo di presentare la sua azione in questo Blog. Qui mi limito a ricordare che la ricorrenza del nome divino nel capitolo è altamente simbolica: 35 volte pari a 7×5. Il sostantivo ebraico áElohîm è la forma plurale di áeloah e probabilmente si deve ridurre al nome comune semitico per la divinità áel. Questo nome è attestato nelle lingua sorella come l’accadico ilu. Nell’ebraico biblico la forma compare tanto al plurale che al singolare e si può riferire all’unico Dio di Israele, e in questo caso porta l’articolo e il verbo è al singolare; oppure a un falso dio (Gdc 11,24; 1Sam 5,7) o a una dea (1Re 11,5) o a più dèi, ma allora di solito si aggiunge l’appellativo «dèi stranieri» (áelohîm ah£erîm).
È il primo soggetto agente della Bibbia e il solo soggetto agente di Gen 1. Il suo ruolo quindi è fondamentale per il capitolo. Senza di lui la trama non procederebbe e così la stessa creazione. Riveste quindi una importanza teologica notevole. La sua unicità e sovranità assoluta sono evidenziate come nel testo di Is 44,24:
Così dice il Signore, che ti ha riscattato e ti ha formato fin dal seno materno: «Sono io, il Signore, che ho fatto tutto, che ho spiegato il cielo da solo, ho disteso la terra; chi era con me?».
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Elohim, Dio creatore. Terza parte
Pubblicato il dicembre 31st, 2009 Nessun commentoLa domanda che si pone è da dove nasce questa idea di Dio. La prima pagina della Bibbia non è stata la prima pagina scritta. Anzi ci sono ragioni per credere che sia una delle ultima pagina scritte. Si presenta infatti come una elaborazione del popolo di Israele fatta durante l’esilio Babilonese (587-538 a.C.). Questa esperienza e l’incontro con la cultura e la religione mesopotamica hanno spinto gli israeliti a ripensare la loro fede. C’era bisogno di un linguaggio nuovo per rispondere alle sfide del presente. Prosegui la lettura »
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Elohim, Dio creatore. Parte seconda
Pubblicato il dicembre 23rd, 2009 1 commentoOnnipotenza
Tutti i commentatori concordano nell’affermare che il personaggio Elohim di Gen 1 godè di un potere strarordinario nella settimana della creazione. La sua parola è sufficiente per ordinare un mondo e popolarlo. Non c’è nessuna traccia di lotta con altre divinità (mostri, caos) come nei testi mosopotamici (Cf. poema dell’Enuma Elish)! Per rendere ragione al testo occorre cercare di vedere come vi si declina concretamente la potenza di Elohim, quali contorni assume, quali sfumature prende. In realtà, il dominio che Elohim dispiega in questo racconto assume due forme principali. Prosegui la lettura »
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La morte di Jhwh e la sua rinascita: l’esilio babilonese
Pubblicato il novembre 28th, 2009 1 commentoEsilio babilonese
La caduta di Gerusalemme, la sua distruzione come quella del tempio di Jhwh, la fine della monarchia e la deportazione degli abitanti di Giuda (le classi dirigenziali) in Mesopotamia, provocarono un trauma che a noi è difficile immaginare. Gli avvenimenti intercorsi negli anni 597587 portarono alla distruzione dei pilastri su cui all’epoca della monarchia si era retto il culto di Jhwh, Dio nazionale: Prosegui la lettura »
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Alla scoperta di Jhwh unico Dio
Pubblicato il novembre 21st, 2009 3 commentiL’Antico Testamento, scrittura sacra per l’ebraismo e prima parte della Bibbia cristiana, è una testimonianza sul solo e unico Dio, che ha creato il modo, che lo conserva e che lo condurrà alla sua meta finale.
La Bibbia ebraica si presenta quindi come un documento monoteista. La sua fede monoteistica può essere sintetizzata da quanto Deteronomio 6,4 afferma:
«Ascolta, Israele: il Signore, il nostro Dio, è l’unico Signore»
Ma non è sempre stato così in Israele. Infatti l’acquisizione monoteista è frutto di un lungo percorso storico. I suoi indizi sono reperibile nello stesso Antico Testamento e ci mostrano che per molti secoli Jhwh non era l’unico Dio accettato e conosciuto in Israele.
Restiamo sempre all’interno del Deuteronomio. Nella versione primitiva del «cantico di Mosè», Dt 32, al v. 8 leggiamo:
Quando l’Altissimo (El Eljon) divideva le nazioni,
quando separava i figli dell’uomo,
egli stabilì i confini dei popoli
secondo il numero dei figli d’Israele.
Perché porzione di Jhwh è il suo popolo,
Giacobbe sua parte di eredità.Stando a questo testo il capo degli dèi, di nome El, divide il mondo secondo il numero dei suoi figli e affida i figli di Israele a Jhwh. Troviamo qui il concetto di un pantheon composto da diversi dèi sotto l’egida del gran dio «El».
Nei prossimi due post cercherò di presentare il percorso storico dell’acquisizione monoteistica in Israele. Il primo sarà dedicato al periodo che va dall’inizio di Israele fino all’esilio a Babilonia, 587 a.C; il secondo prenderà in esame l’esilio e il post-esilio. Prosegui la lettura »
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Che razza di nome è Jhwh. Alle origini del nome santo
Pubblicato il novembre 14th, 2009 4 commentiIl Dio dell’Antico Testamento la Bibbia ce lo presenta con un nome proprio. Gli ebrei per rispetto rifiutano di pronunciarlo. Le quattro consonanti che lo formano sono dette tetragramma. Jhwh (tetragramma sacro) è stato sostituito dall’appellativo ‘adonaj (da ‘dwn)* «Signore» (lo si ritrova in parecchie traduzioni della Bibbia, la prima è quella greca della settanta), oppure, nei casi in cui il sostantivo ‘adonaj precede il tetragramma sacro, si ricorre alle vocali di ‘elohim (= Dio) senza che le consonanti relative vengano annotate a margine.
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Il Dio dell’Antico Testamento, Dio della paura
Pubblicato il novembre 11th, 2009 2 commentiIn questi anni, dopo il mio ritorno da Israele, spesso sono stato chiamato a parlare dell’Antico Testamento, commentando passi famosi e molto più di frequentemente quelli meno conosciuti o di più facile presa per un pubblico occidentale.
Ho registrato molte perplessità e spesso idee negative nei confronti del Dio dell’Antico Testamento: in particolare quella di un Dio primitivo, le cui caratteristiche sono la collera, la gelosia, l’arbitrarietà e qualche signora ha messo il evidenza il «machismo». Prosegui la lettura »
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Dio ha un nome per essere ricordato: Es 3,10-15. Prima parte
Pubblicato il giugno 7th, 2008 Nessun commentoDio non opera da solo per salvare il suo popolo. Mosè sarà il suo segno e lo strumento della sua presenza divina per la salvezza del suo popolo:
«10Ora và! Io ti mando dal faraone. Fà uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». 11Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?». 12Rispose: «Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte».
Come accade nei racconti di vocazione, un’obiezione manifesta le esitazioni e le reticenze di fronte alla missione da compiere: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?», chiede Mosè (v. 11). Non solo perché la missione supera le forze di chi è mandato (Gdc 6,14-16; Ger 1,6), ma perché egli non ha alcun titolo per parlare al faraone. La risposta divina non si fa attendere, Dio proclama solennemente: «Io sarò con te (‘ehyeh ‘immāk)» (v. 12). Nella Bibbia coloro che Dio incarica di una missione sono assistiti dalla presenza divina: è il caso di Giacobbe in Gn 28,15, di Giosuè in Gs 1,9; di Gedeone 6,12-16. Lo stesso vale per Maria (Lc 1,28: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te») o per i discepoli (Mt 28,20: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»). Viene anche annunciato un segno, che consiste nel «servire» Dio sullo stesso monte dove si è mostrato nel roveto.
Mosè è restio ad obbedire ed avanza, allora, una seconda obiezione, che è una domanda d’identità: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?» (v. 13). Il futuro condottiero delle schiere d’Israele non conosce il nome di colui di cui deve essere il messaggero. Deve parlare ai figli di Israele, ma non sa chi lo manda. Solo quando conoscerà il nome di Dio, potrà veramente parlare in suo nome.
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Sguardo Di Dio 3,7-9
Pubblicato il giugno 4th, 2008 Nessun commentoIl versetto 7 attesta il primo discorso del Signore (Jhwh). Colui che si era rivolto a Mosè in modo personale, continua dicendo:
«Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele…».
Non si sottolineerà mai abbastanza l’importanza di questo brano (vv. 7-9). Dio parla di sé: si rivela come colui che ha visto la miseria del suo popolo, che ascolta il grido di coloro che soffrono e le invocazioni di coloro che subiscono ingiustizia. Una cascata di sette verbi con soggetto Jhwh rende chiara la presenza e l’attenzione di Dio. Ciò che suscita l’attenzione divina non sono le imprese del popolo, né la sua fedeltà o la sua rettitudine morale, ma il suo grido di disperazione. Dio si rende presente alla miseria del suo popolo, si schiera dalla sua parte, decide di liberarlo e di farlo salire verso una terra fertile e vasta.
È l’inizio della fine della schiavitù!
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«Il luogo sul quale tu stai è una terra santa!»: Esodo 3,5
Pubblicato il maggio 31st, 2008 Nessun commentoIl luogo di Dio è santo e l’uomo non si può presentare di fronte a Dio con gli abiti di sempre. C’è nella Bibbia un grande senso della santità del luogo dove appare Dio: «Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo”. Ebbe timore e disse: “Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo”» (Gen 28,16-17). Non diverse dalle parole di Giacobbe, che ha incontrato Dio a Betel, sono le parole che Dio rivolge a Mosè in Es 19,10-12: «Il Signore disse a Mosè: “Và dal popolo e purificalo oggi e domani: lavino le loro vesti e si tengano pronti per il terzo giorno, perché nel terzo giorno il Signore scenderà sul monte Sinai alla vista di tutto il popolo. Fisserai per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte”».
Il senso del sacro e della santità del luogo abitato da Dio non è il prodotto arcaico di una cultura primitiva, ma un tratto essenziale di ogni vera religione. In esso si manifesta la diversità e l’alterità di Dio, che pur avvicinandosi all’uomo non si assimila totalmente all’umano. Dio, pur parlando con l’uomo, rimane inaccessibile. La sua santità è insieme la sua comunicazione con gli uomini e la sua separazione, la sua trascendenza. Esiste una sfera del santo e del sacro. Tutto ciò che appartiene alla sfera di Dio, che entra in comunione con lui, è santo o puro, per esprimerci con un sinonimo.
Mosè è davanti a questo luogo santo che non conosceva. La santità di Dio non esclude, anzi si comunica. Dio dal roveto manifesta a Mosè la sua identità: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (3,6). Il Dio che si rivela a Mosè non è il Dio dei filosofi, ma un Dio della storia, è il Dio di uomini concreti. Questo è anzitutto il suo nome. Se pensiamo che per la mentalità semitica il nome esprime la realtà di chi lo porta, l’autopresentazione di Dio in Es 3,6 è in qualche modo anche la sua definizione: Egli è il Dio di uomini precisi, con cui ha fatto alleanza, con cui ha costruito una storia.
Di fronte alla manifestazione di Dio la reazione di Mosè è il timore, che lo porta a coprirsi il volto per non vedere Dio. Infatti «nessun uomo può vedermi e restare vivo», dice Dio a Mosè in Es 33,20. Gedeone vede Dio e dice: «”Signore, ho dunque visto l’angelo del Signore faccia a faccia!”. Il Signore gli disse: “La pace sia con te. Non temere, non morirai!”» (Gdc 6,22-23). Il timore di Dio non è la paura, ma anzitutto il riconoscimento della grandezza e della santità di Dio. Il timore di Dio non è solo «il principio della sapienza» (cf. Pr 1,7), ma è anche l’inizio della fede come riconoscimento della presenza di Dio nella storia. Gesù apostrofa affettuosamente i discepoli: «”Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?” E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è mai dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”» (Mc 4,40-41). Passare dalla paura al timore è cominciare un cammino di fede.


