• Il soggetto: Dio

    Pubblicato il luglio 4th, 2010 GionaNellaBalena Nessun commento

    Protagonista dell’azione del «creare» è Dio ~yhil{a/. Già ho avuto modo di presentare la sua azione in questo Blog. Qui mi limito a ricordare che la ricorrenza del nome divino nel capitolo è altamente simbolica: 35 volte pari a 7×5. Il sostantivo ebraico áElohîm è la forma plurale di áeloah e probabilmente si deve ridurre al nome comune semitico per la divinità áel. Questo nome è attestato nelle lingua sorella come l’accadico ilu. Nell’ebraico biblico la forma compare tanto al plurale che al singolare e si può riferire all’unico Dio di Israele, e in questo caso porta l’articolo e il verbo è al singolare; oppure a un falso dio (Gdc 11,24; 1Sam 5,7) o a una dea (1Re 11,5) o a più dèi, ma allora di solito si aggiunge l’appellativo «dèi stranieri» (áelohîm ah£erîm).

    È il primo soggetto agente della Bibbia e il solo soggetto agente di Gen 1. Il suo ruolo quindi è fondamentale per il capitolo. Senza di lui la trama non procederebbe e così la stessa creazione. Riveste quindi una importanza teologica notevole. La sua unicità e sovranità assoluta sono evidenziate come nel testo di Is 44,24:

    Così dice il Signore, che ti ha riscattato e ti ha formato fin dal seno materno: «Sono io, il Signore, che ho fatto tutto, che ho spiegato il cielo da solo, ho disteso la terra; chi era con me?».

  • Creò

    Pubblicato il giugno 13th, 2010 GionaNellaBalena Nessun commento

    L’atto della creazione è espresso dal verbo «creare» in ebraico arb che l’A.T. utilizza 48 volte e sempre con Dio soggetto. Un uso frequente è registrato nei testi esilici e postesilici: nel Deuteroisaia (Is 40-55, 16 volte), nel profeta Ezechiele e nei Salmi di questo periodo (Sal 51,12; 102,19; 104,30; 148,5) e nei testi della tradizione sacerdotale. L’uso del verbo è molto legato all’ambiente liturgico e cultuale e solo a partire dall’esilio, soprattutto con il Deuteroisaia, si è imposto come verbo qualificante l’azione di creare da parte di Dio.

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  • Come inizia la Genesi?

    Pubblicato il giugno 9th, 2010 GionaNellaBalena 1 commento

    Il primo versetto presenta, dal punto di vista grammaticale, più di una soluzione:

    La traduzione tradizionale, suffragata da Is 46,10 e adottata dalla Bibbia CEI, interpreta Gen 1,1 come una dichiarazione assoluta della creazione come atto decisivo di Dio: «In principio Dio creò». I vv. 2-3 descrivono poi come ciò avvenga.

    Un’altra traduzione legge il v. 1 come una proposizione principale che riassume gli eventi descritti nei vv. 2-31. Secondo questa lettura Gen 1,1 sarebbe una sorta di titolo preposto all’intero capitolo. Così la si può rendere: «In principio Dio fu il creatore del cielo e della terra». Ciò che poi significa «creatore del cielo e della terra» è raccontato con dovizia nei versetti successivi.

    La v. 1 non è una proposizione principale ma subordinata alla principale che si trova in 1,2. Per cui si legge: «In principio quando Dio creò… la terra era informe…». Il primo a proporre questa lettura fu Ibn Ezra, recentemente è stata riproposta da W. Gross.

    Questa ultima proposto si richiama alla precedente sviluppandola. Nei vv. 1-2 le forme verbali non occupano la prima posizione di conseguenza non sono proposizioni di primo piano ma di secondo: in 1,1a la proposizione è nominale complessa, come anche in 2a, mentre le restanti due proposizioni del secondo versetto sono delle nominali semplici in quanto non hanno verbo finito. Per trovare la prima forma verbale in prima posizione bisogna arrivare al v. 3. È un wayyiqtol che segna la linea principale. La domanda è in che relazione stanno queste proposizioni. Già alcuni hanno proposto di leggere 1,1 come proposizione subordinata a quella del versetto secondo, ma ancor di più possiamo leggere il primo versetto come la prima parte dello schema sintattico antefatto – inizio della narrazione. Secondo questo schema i vv. 1-2 costituiscono l’antefatto, il v. 3a è l’inizio della narrazione, determinata dalla presenza del wayyiqtol narrativo (proposizione verbale). Complessa risulta essere la relazione tra il primo e il secondo versetto. La frase ~yhla arb tyvarb
    va analizzata come uno stato costrutto in cui il nomen rectum è un verbo finito: «all’inizio di Dio-creò…», cioè: «quando Dio cominciò a creare…». I due versetti poi vengono a formare una proposizione indipendente, come avviene in altri casi in cui la narrazione è introdotta con frasi di antefatto. Ne consegue che il v. 1 funziona da protasi con valore temporale, mentre il v. 2 è l’apodosi. Abbiamo quindi la seguente traduzione:

    «1Quando Dio cominciò a creare il cielo e la terra, 2la terra era informe e deserta, la tenebra era sopra l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sopra le acqua. 3Allora Dio disse…»

    La struttura sintattica dei primi versi risulta essere simile a quella dei racconti di creazione del Vicino oriente antico. Ad esempio l’inno babilonese Enuma Elish ha un inizio simile:

    «Quando il cielo di sopra non era stato ancora chiamato … Quando ancora nessun dio era manifestato… Allora gli dei sono nati fra loro».

  • Elohim, Dio creatore. Terza parte

    Pubblicato il dicembre 31st, 2009 GionaNellaBalena Nessun commento

    La domanda che si pone è da dove nasce questa idea di Dio. La prima pagina della Bibbia non è stata la prima pagina scritta. Anzi ci sono ragioni per credere che sia una delle ultima pagina scritte. Si presenta infatti come una elaborazione del popolo di Israele fatta durante l’esilio Babilonese (587-538 a.C.). Questa esperienza e l’incontro con la cultura e la religione mesopotamica hanno spinto gli israeliti a ripensare la loro fede. C’era bisogno di un linguaggio nuovo per rispondere alle sfide del presente. Prosegui la lettura »

  • Elohim, Dio creatore. Parte prima

    Pubblicato il dicembre 12th, 2009 GionaNellaBalena Nessun commento

    La Bibbia fin dalla prima pagina ci parla di Dio. Lo chiama Elohim (così faremo anche noi) e lo presenta come colui che crea il mondo e l’umanità. Gen 1 lo conosciamo a memoria e questo ci tradisce perché rischiamo di cadere nella tentazione del «già sentito» del «già detto». Ascoltando la prima pagina della Bibbia c’è il rischio di proiettare sul personaggio divino la personale idea di Dio e della creazione. Questo è il modo migliore per tagliare le ali a un testo e rendere la lettura infeconda. Prosegui la lettura »

  • Come aveva promesso ai nostri padri – Zelarino, Ottobre 2008 Gennaio 2009

    Pubblicato il marzo 21st, 2009 Roberto Nessun commento

    Diapositive in Power Point a supporto del commento alle icone bibliche tenuto per la formazione degli animatori dei centri di ascolto presso il Centro Pastorele “Card. G. Urbani” di Zelarino – Venezia.

    • Prima Icona: Alla tua discendenza io darò questo paese PowerPoint o PDF
    • Seconda Icona: Sia Benedetto Abram dal Dio Altissimo. PowerPoint o PDF
    • Terza Icona: Guarda in cielo e conta le stelle. PowerPoint o PDF
  • Rebecca: una donna che parteggia (terza parte)

    Pubblicato il maggio 4th, 2008 GionaNellaBalena Nessun commento

    La beffa di Rebecca e Giacobbe: Gen 27

    Isacco è divenuto cieco ed avverte la morte ormai vicina; desidera perciò benedire il figlio maggiore per comunicargli in tal modo la propria forza vitale. Il testo rispecchia un’antica concezione della benedizione, secondo la quale soltanto un figlio poteva essere benedetto; inoltre l’energia vitale consegnata attraverso la benedizione non poteva essere ripresa o mutata, perciò questo atto avveniva in prossimità della morte del benedicente.

    Il vecchio patriarca chiede al figlio Esaù di andare a caccia per procurarsi della selvaggina e cucinarla per lui; poi lo benedirà (Gen 27,1-4). «Ora Rebecca ascoltava, mentre Isacco parlava al figlio Esaù» (Gen 27,5). Rebecca organizza la frode che consentirà a Giacobbe di carpire la benedizione e i diritti del fratello maggiore.

    Rebecca, dopo aver ascoltato le parole di Isacco, le ripete quasi testualmente a Giacobbe, e gli intima: «Ora, figlio mio, obbedisci al mio ordine: va’ subito al gregge e prendimi di là due bei capretti, io ne farò un piatto per tuo padre, secondo il suo gusto. Così tu lo porterai a tuo padre che ne mangerà, perché ti benedica prima della sua morte» (Gen 27,8-10).

    Una serie di piccoli particolari tratteggiano il profilo della matriarca, facendone un capolavoro: sta in agguato, ascolta di nascosto la conversazione tra Isacco ed Esaù, consiglia Giacobbe, cucina il pasto per il marito del quale conosce i gusti, riveste il figlio prediletto dei panni del maggiore e trucca con il vello dei capretti le sue braccia e il suo collo per renderli pelosi come quelli di Esaù (Gen 27,14-17). Ha pianificato ogni cosa ed è persino disposta a far ricadere su di sé la maledizione che avrebbe colpito inevitabilmente Giacobbe se la frode fosse stata scoperta (Gen 17,13).

    L’inganno ha buon esito. Giacobbe carpisce la benedizione a Isacco e diviene padre d’Israele e signore dei popoli (Gen 27,28-29).

    La scena finale vede ancora Rebecca vigile e accorta: Giacobbe rischia la vendetta del fratello, perciò la madre gli procura un rifugio presso lo zio Labano, finché l’ira del fratello non si sarà placata e si adopererà perché Giacobbe sposi una donna del suo clan: Poi Rebecca disse a Isacco: «Ho disgusto della mia vita a causa di queste donne hittite: se Giacobbe prende moglie tra le hittite come queste, tra le figlie del paese, a che mi giova la vita?» Allora Isacco chiamò Giacobbe, lo benedisse e gli diede questo comando: «Tu non devi prender moglie tra le figlie di Canaan» (Gen 27,46-28,1).

    Dalle pagine della Genesi Rebecca esce come un’eroina, la sua figura è legata alla beffa messa in atto ai danni del marito con la sua arguzia. In ciò essa è stata strumento della provvidenza di Dio che sceglie liberamente chi lo debba rappresentare svincolandosi da leggi umane (la benedizione mancata del primogenito e la scelta del secondo). Da questa donna è nato il popolo di Dio, il popolo eletto. Ci si potrebbe scandalizzare pensando che il progetto di Dio passa attraverso l’inganno e la frode; ma è altrettanto doveroso notare che il paradosso è, nella grande storia della salvezza, una chiave interpretativa che ci porta fino al Messia in croce del Nuovo Testamento, il paradosso per eccellenza.

  • Rebecca: una donna che parteggia (seconda parte)

    Pubblicato il maggio 1st, 2008 GionaNellaBalena Nessun commento

    I figli che non arrivano …

    Nonostante la benedizione per la fertilità Rebecca, come Sara, è sterile per i primi 20 anni del suo matrimonio. Così la discendenza è narrata come dono speciale di Dio, frutto della preghiera del patriarca (Gen 25,21) e realizzazione della originaria promessa ad Abramo (Gen 12,1-3).

    Rebecca concepisce due gemelli, la cui vicenda si profila particolare già nel suo seno. La narrazione del conflitto tra i due fratelli è una eziologia (= racconto che spiega l’origine di una situazione presente) del conflitto dei popoli, Edom e Israele, che da essi avranno origine.

    La madre, che avverte la lotta dentro di sé, è presa da timore e innalza un lamento e consulta l’oracolo. Rebecca è protagonista della vicenda e diventerà progenitrice di due popoli che spesso verranno a confronto: «Due nazioni sono nel tuo seno e due popoli dal tuo grembo si disperderanno; un popolo sarà più forte dell’altro e il maggiore servirà il minore» (Gen 25,23).

    Segue il racconto delle caratteristiche fisiche dei due gemelli: il primo, Esaù, è rossiccio e ricoperto di pelo come di un manto; l’altro, Giacobbe, nascendo tiene il fratello per il calcagno (Gen 25,24-26), presagio forse del tiro mancino successivo.

    La diversità fisica dei due preannuncia la diversità d’indole, come il testo biblico suggerisce: cacciatore e uomo della steppa Esaù, tranquillo e casalingo Giacobbe (Gen 25,27). Forte ma ingenuo il maggiore, abile e furbo il minore. La famosa vicenda delle lenticchie ne è la dimostrazione: Esaù morso dalla fame, per ottenere un piatto di lenticchie non esita a cedere la primogenitura al fratello che tanto l’agogna (Gen 25,29-34).

    Il conflitto tra i gemelli diverrà, in certo qual modo, conflitto tra i coniugi. «Isacco prediligeva Esaù, perché la cacciagione era di suo gusto, mentre Rebecca prediligeva Giacobbe» (Gen 25,28).

    A vincere sarà Rebecca. La matriarca adopererà tutta la sua intelligenza e le sue arti per favorire il suo prediletto nella corsa all’acquisto della benedizione paterna (Gen 27).

  • Rebecca: una donna che parteggia (prima parte)

    Pubblicato il aprile 29th, 2008 GionaNellaBalena Nessun commento

    La storia di Rebecca, narrata con uno stile letterario solenne, fa da conclusione alla saga di Abramo (Gen 12-25). Nella sua vecchiaia, Abramo decide che Isacco, il figlio della promessa, non si sarebbe sposato con una delle figlie dei cananei (Gen 24,3). La ricerca di una fidanzata per Isacco diventa per Abramo l’ultima missione che affida al suo servo di fiducia (Gen 24). Il nome del servo non è menzionato nel racconto, ma potrebbe essere Eliezer di Damasco citato come maggiordono di Abramo nel capitolo 15. Il fidanzamento dovrà avvenire per procura perché Isacco non lascerà mai la tenda paterna. Abramo non vuole che suo figlio parta e questo per vari motivi: la sua nascita tardiva dopo gli anni passati nell’attesa che la promessa di un discendente si compisse, l’episodio del sacrificio del figlio prima richiesto e poi fermato dall’angelo (Gen 22); inoltre Abramo ha da poco sepolto Sara, sua moglie, nella caverna di Macpela ed è ancora addolorato per la sua scomparsa (Gen 23,1-2).

    La riluttanza di Abramo nel permettere il viaggio di Isacco verso la terra dei padri, la Mesopotania (24,8.10), è in contrasto con l’atteggiamento successivo di Rebecca, moglie di Isacco: sarà lei a spingere Giacobbe, il figlio da lei prediletto, a far ritorno alla terra dei padri per farlo sfuggire dall’ira di Esaù a causa della benedizione rubata (27,41.54) e trovare una moglie tra il suo clan.

    L’incontro al pozzo

    Il servo di Abramo parte e arriva fuori della città di Nahor con il suo seguito di dieci cammelli carichi di regali per la futura sposa. L’incontro avviene presso il pozzo e ha tutte le caratteristiche di una scena principesca.

    Rebecca è bella e non è passiva. Diventa così il punto focale del racconto: parla al servo, estrae l’acqua, riempie la sua brocca, dà da bere al viandante sconosciuto e ai suoi cammelli (Gen 24,16.20); dà il consenso al matrimonio e decide di partire con il servo di Abramo senza indugio (Gen 24,58). Durante gli anni successivi sarà sempre più il perno della clan abramitico: assicurerà la benedizione paterna al figlio prediletto, Giacobbe. Infatti è Rebecca l’artefice dell’inganno nei confronti di Isacco a cui prepara il piatto di cacciagione preferito. Essa è la più intelligente e la più autorevole delle matriarche e incarna la femminilità: la bellezza e la virtù nel suo comportamento, nel suo discorso energico, nella sua cortesia premurosa e nella sicurezza di sé.

    Rebecca è stata scelta da Dio per essere moglie di Isacco, così gli eventi che si succedono fanno pensare (Gen 24,11.21.50.51). Rebecca non ha mai incontrato Isacco ma acconsente di sposarsi con lui. I due in un certo senso non sono mai stati degli estranei: entrambi sono informati dei legami comuni e della storia della loro famiglia. La scena del fidanzamento (vv 24,51) è descritta con cura e così il dono dei regali per la futura sposa (24,53) e le trattative sono riferite secondo il linguaggio diplomatico del tempo (24,49.54.58).

    Rebecca lascia la famiglia paterna e l’addio è accompagnato dalla benedizione: «Tu, sorella nostra, diventa migliaia di miriadi e la tua stirpe conquisti la porta dei tuoi nemici» (Gen 24,60), augurio di fertilità alla futura sposa.

    Il primo incontro della sposa con il suo futuro sposo lascia nel lettore una potente impressione visiva: «Isacco uscì sul far della sera per svagarsi in campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli. Alzò gli occhi anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal suo cammello» (Gen 24,63-64).

    Il narratore conclude osservando: «Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese in moglie Rebecca e l’amo. Isacco trovò conforto dopo la morte della madre» (Gen 24,67).