• La morte di Jhwh e la sua rinascita: l’esilio babilonese

    Pubblicato il novembre 28th, 2009 GionaNellaBalena 1 commento

    Esilio babilonese

    La caduta di Gerusalemme, la sua distruzione come quella del tempio di Jhwh, la fine della monarchia e la deportazione degli abitanti di Giuda (le classi dirigenziali) in Mesopotamia, provocarono un trauma che a noi è difficile immaginare. Gli avvenimenti intercorsi negli anni 597587 portarono alla distruzione dei pilastri su cui all’epoca della monarchia si era retto il culto di Jhwh, Dio nazionale: Prosegui la lettura »

  • Alla scoperta di Jhwh unico Dio

    Pubblicato il novembre 21st, 2009 GionaNellaBalena 3 commenti

    L’Antico Testamento, scrittura sacra per l’ebraismo e prima parte della Bibbia cristiana, è una testimonianza sul solo e unico Dio, che ha creato il modo, che lo conserva e che lo condurrà alla sua meta finale.

    La Bibbia ebraica si presenta quindi come un documento monoteista. La sua fede monoteistica può essere sintetizzata da quanto Deteronomio 6,4 afferma:

    «Ascolta, Israele: il Signore, il nostro Dio, è l’unico Signore»

    Ma non è sempre stato così in Israele. Infatti l’acquisizione monoteista è frutto di un lungo percorso storico. I suoi indizi sono reperibile nello stesso Antico Testamento e ci mostrano che per molti secoli Jhwh non era l’unico Dio accettato e conosciuto in Israele.

    Restiamo sempre all’interno del Deuteronomio. Nella versione primitiva del «cantico di Mosè», Dt 32, al v. 8 leggiamo:

    Quando l’Altissimo (El Eljon) divideva le nazioni,
    quando separava i figli dell’uomo,
    egli stabilì i confini dei popoli
    secondo il numero dei figli d’Israele.
    Perché porzione di Jhwh è il suo popolo,
    Giacobbe sua parte di eredità.

    Stando a questo testo il capo degli dèi, di nome El, divide il mondo secondo il numero dei suoi figli e affida i figli di Israele a Jhwh. Troviamo qui il concetto di un pantheon composto da diversi dèi sotto l’egida del gran dio «El».

    Nei prossimi due post cercherò di presentare il percorso storico dell’acquisizione monoteistica in Israele. Il primo sarà dedicato al periodo che va dall’inizio di Israele fino all’esilio a Babilonia, 587 a.C; il secondo prenderà in esame l’esilio e il post-esilio. Prosegui la lettura »

  • Che razza di nome è Jhwh. Alle origini del nome santo

    Pubblicato il novembre 14th, 2009 GionaNellaBalena 4 commenti

    Il Dio dell’Antico Testamento la Bibbia ce lo presenta con un nome proprio. Gli ebrei per rispetto rifiutano di pronunciarlo. Le quattro consonanti che lo formano sono dette tetragramma. Jhwh (tetragramma sacro) è stato sostituito dall’appellativo ‘adonaj (da ‘dwn)* «Signore» (lo si ritrova in parecchie traduzioni della Bibbia, la prima è quella greca della settanta), oppure, nei casi in cui il sostantivo ‘adonaj precede il tetragramma sacro, si ricorre alle vocali di ‘elohim (= Dio) senza che le consonanti relative vengano annotate a margine.

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  • Il Dio dell’Antico Testamento, Dio della paura

    Pubblicato il novembre 11th, 2009 GionaNellaBalena 2 commenti

    In questi anni, dopo il mio ritorno da Israele, spesso sono stato chiamato a parlare dell’Antico Testamento, commentando passi famosi e molto più di frequentemente quelli meno conosciuti o di più facile presa per un pubblico occidentale.

    Ho registrato molte perplessità e spesso idee negative nei confronti del Dio dell’Antico Testamento: in particolare quella di un Dio primitivo, le cui caratteristiche sono la collera, la gelosia, l’arbitrarietà e qualche signora ha messo il evidenza il «machismo». Prosegui la lettura »

  • Dio ha un nome per essere ricordato: Es 3,10-15. Prima parte

    Pubblicato il giugno 7th, 2008 GionaNellaBalena Nessun commento

    Dio non opera da solo per salvare il suo popolo. Mosè sarà il suo segno e lo strumento della sua presenza divina per la salvezza del suo popolo:

    «10Ora và! Io ti mando dal faraone. Fà uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». 11Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?». 12Rispose: «Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte».

    Come accade nei racconti di vocazione, un’obiezione manifesta le esitazioni e le reticenze di fronte alla missione da compiere: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?», chiede Mosè (v. 11). Non solo perché la missione supera le forze di chi è mandato (Gdc 6,14-16; Ger 1,6), ma perché egli non ha alcun titolo per parlare al faraone. La risposta divina non si fa attendere, Dio proclama solennemente: «Io sarò con te (‘ehyeh ‘immāk)» (v. 12). Nella Bibbia coloro che Dio incarica di una missione sono assistiti dalla presenza divina: è il caso di Giacobbe in Gn 28,15, di Giosuè in Gs 1,9; di Gedeone 6,12-16. Lo stesso vale per Maria (Lc 1,28: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te») o per i discepoli (Mt 28,20: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»). Viene anche annunciato un segno, che consiste nel «servire» Dio sullo stesso monte dove si è mostrato nel roveto.

    Mosè è restio ad obbedire ed avanza, allora, una seconda obiezione, che è una domanda d’identità: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?» (v. 13). Il futuro condottiero delle schiere d’Israele non conosce il nome di colui di cui deve essere il messaggero. Deve parlare ai figli di Israele, ma non sa chi lo manda. Solo quando conoscerà il nome di Dio, potrà veramente parlare in suo nome.

  • Il Dio degli oppressi rivela il suo nome (Prima parte)

    Pubblicato il aprile 8th, 2008 GionaNellaBalena Nessun commento

    Prima di procedere alla lettura del capitolo terzo e seguenti diamo uno sguardo d’insieme alla sezione che va dal terzo capitolo al settimo (3,1-7,7). In essa si racconta la vocazione di Mosè. Si tratta di una delle pagine più celebri dell’Antico Testamento; per il suo carattere eccezionale, normativo ed esemplare, può essere definita come la «madre di tutte le vocazioni». Per la prima volta Dio si rivela con il suo nome personale, Jhwh, e, fedele a questo nome, irrompe da dietro le quinti sul palcoscenico della storia dell’esodo. Dalla manifestazione di Jhwh, nasce la vocazione di Mosè, chiamato ad agire in vece del Signore. Entrambi sono poi al servizio della vocazione di Israele a essere il popolo di Jhwh (cf. Nepi, Esodo).

    Questi capitoli sanciscono l’investitura di Mosè che, nonostante le obiezioni, risponde all’appello di Jhwh. La sezione viene introdotta da un lungo racconto di vocazione (3,1-4,7) e conclusa dalla ripetizione della chiamata (6,2-7,7). Fra queste due narrazioni si interpone il racconto del ritorno di Mosè in Egitto (4,18-31) e l’inizio del confronto con il Faraone che si conclude con il fallimento e con l’inasprimento della schiavitù del popolo (5,1-6,19).

    Vocazione di Mosè: sguardo chiama sguardo

    Sguardo di Mosè (3,1-6)

    Il racconto si apre con un uomo a quanto pare adattatosi alla sua situazione. Sradicato dal suo popolo, «schedato» dal Faraone, è un pastore. Per gli Egiziani ora egli fa un mestiere considerato ignobile (cf. Gn 46,34) e il suo nome moses, può suonare come quello di un «ex», dato che è monco del suo «dio» egiziano (cf. articolo precedente). Come ebreo egli è privo di qualsiasi conoscenza del Dio dei padri, Abramo, Isacco, Giacobbe. La figura del Dio d’Israele appare totalmente assente nella vita di questo ex dignitario egiziano diventato un pastore nel paese di Madian. Inoltre, sebbene il testo non lo dica, ma lo sapremo più avanti egli ha circa un’ottantina d’anni (Es 7,7 che riecheggia in At 7,30): tutte queste, umanamente, non sono certo delle buone credenziali.

    Nella sua routine quotidiana, fatta di uscite con il gregge, il narratore coglie il giorno decisivo quando Mosè si spinge oltre il deserto e giunge al monte di Dio, l’Oreb. Il deserto (midbar) qui va visto nella sua valenza negativa e non romantica: è luogo di solitudine e vuoto, steppa arida e tenebrosa, spazio invilibile e irto di agguati (cf. Dt 8,15; 32,10; Ger 2,6); agli occhi degli Israeliti apparirà un «sepolcro» di morte (Es 14,11). Si tratta comunque di uno spazio da attraversare per poter trovare pascolo. Il monte nella Bibbia e nella storia delle religioni è solitamente il luogo dell’incontro con la divinità, la sua sede. Oreb (horeb) è il nome con cui la tradizione rifacentesi al Deuteronomio chiama il Sinai (cf. Dt 1,6; 4,10). L’esatta localizzazione di questo monte resta problematica. Oreb in ebraico deriva dalla radice (chrb) che significa «siccità, devastazione, macerie» (come quelle che contempla malinconicamente Neemia quando arriva a Gerusalemme in Ne 2,17). Viene inaspettatamente chiamato «il monte di Dio»; si tratta di una anticipazione di quanto Mosé sperimenterà fra poco.

    (Fine prima parte…)