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Deserto letto di sospiri o alcova d’amore?
Pubblicato il dicembre 7th, 2009 Nessun commentoQuando la Bibbia parla di deserto è sempre bene chiarire in quale accezione lo faccia.
Il deserto si configura come una regione solitaria e arida, in cui la vita è resa difficile dalla scarsità d’acqua e dalla presenza di fiere pericolose. A causa della sua ostilità ambientale, nel deserto la sopravvivenza per l’uomo è impossibile e solo l’agire potente di Dio può assicurare la sua esistenza. Nel suo secondo discorso del libro del Deuteronomio, Mosè ripercorre gli avvenimenti che hanno visto protagonista Jhwh in favore del popolo; la tappa del deserto viene ricordata affinché il popolo non dimentichi mai più che solo grazie alla forza di Dio è riuscito a superare le condizioni ostili che il deserto presentava:
«Il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da non dimenticare il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima» (Dt 8,14-15).
Il deserto esprime, poi, la condizione disagevole dalla quale Israele è liberato dall’agire potente e premuroso di Dio. È ancora Mosè a riconoscere questa azione potente nel suo canto di fine vita:
«Egli lo trovò in una terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come pupilla del suo occhio» (Dt 32,10).
La tradizione profetica evoca il deserto più come una «condizione» che come un luogo. È il tempo a cui richiamare Israele, perché allora il popolo faceva affidamento più su Dio che sulle proprie capacità, e si lasciava condurre da Lui. Osea fa parlare Jhwh come uno sposto tradito che, tuttavia, non cede all’odio nonostante la ferita sia profonda. Egli invece si impegna a ricondurre Israele, sposa infedele nel deserto, perché possa sbocciare nuovamente l’ardore del primo amore:
«Perciò ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto» (Os 2,17-17).
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La carta costituzionale del Deuteronomio
Pubblicato il aprile 15th, 2009 Nessun commentodi don Pier Paolo Nava
Il Deuteronomio (Dt), quinto libro del nostro Pentateuco, si pone come conclusione della vicenda dell’esodo di Israele dall’Egitto: al termine del suo itinerario, Israele si trova alle porte della Terra Promessa e qui Mosè tiene il suo ultimo grande discorso al popolo, che è poi il suo testamento spirituale (così almeno è l’intenzione dell’autore anonimo di questi testi). Così, dopo aver riepilogato per sommi capi le tappe dell’itinerario con gli episodi salienti (Dt 1-4), Mosè trae dalla storia passata l’appello a non dimenticare i benefici ricevuti, e anche alcune preziose lezioni di vita, a partire dal Decalogo (Dt 5-11, ricchi di alta spiritualità). Il resto del libro è costituito quasi tutto dal Codice Deuteronomico (Dt 12-28), cui segue un ultimo discorso – omelia di Mosè (Dt 29-30) e altri materiali fino alla notizia della morte del Patriarca, che avviene in modo impressionante al di fuori della Terra (Dt 31-34).
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Dio ha un nome per essere ricordato: Es 3,10-15. Prima parte
Pubblicato il giugno 7th, 2008 Nessun commentoDio non opera da solo per salvare il suo popolo. Mosè sarà il suo segno e lo strumento della sua presenza divina per la salvezza del suo popolo:
«10Ora và! Io ti mando dal faraone. Fà uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». 11Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?». 12Rispose: «Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte».
Come accade nei racconti di vocazione, un’obiezione manifesta le esitazioni e le reticenze di fronte alla missione da compiere: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?», chiede Mosè (v. 11). Non solo perché la missione supera le forze di chi è mandato (Gdc 6,14-16; Ger 1,6), ma perché egli non ha alcun titolo per parlare al faraone. La risposta divina non si fa attendere, Dio proclama solennemente: «Io sarò con te (‘ehyeh ‘immāk)» (v. 12). Nella Bibbia coloro che Dio incarica di una missione sono assistiti dalla presenza divina: è il caso di Giacobbe in Gn 28,15, di Giosuè in Gs 1,9; di Gedeone 6,12-16. Lo stesso vale per Maria (Lc 1,28: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te») o per i discepoli (Mt 28,20: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»). Viene anche annunciato un segno, che consiste nel «servire» Dio sullo stesso monte dove si è mostrato nel roveto.
Mosè è restio ad obbedire ed avanza, allora, una seconda obiezione, che è una domanda d’identità: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?» (v. 13). Il futuro condottiero delle schiere d’Israele non conosce il nome di colui di cui deve essere il messaggero. Deve parlare ai figli di Israele, ma non sa chi lo manda. Solo quando conoscerà il nome di Dio, potrà veramente parlare in suo nome.
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Lo sguardo di Mosè (3,1-6). Seconda parte
Pubblicato il maggio 28th, 2008 Nessun commentoSul monte, luogo impervio, all’improvviso una teofania (= manifestazione di Dio) che si snoda su un gioco di sguardi tra Mosè e Dio. L’iniziativa parte da Dio che in prima battuta si presenta come «angelo del Signore» (v. 2), poi come «Signore» e «Dio» (‘Elohim v. 4). È un procedimento presente altrove nella manifestazione di Dio agli uomini. Vedi ad esempio Gen 22, dove all’inizio è Dio che chiama Abramo (v. 1), mentre in seguito è l’angelo del Signore (vv. 11.15), ma è chiaro che si tratta della stessa persona; infatti si dice: «poiché ora so che temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio». In molti testi l’angelo del Signore è il Signore stesso (cf. Gen 16,7-13; 21,17-20).
Strumento dello teofania è il fuoco: «L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco». Molte volte nella Bibbia Dio si manifesta attraverso degli elementi naturali come il fuoco, il vento, il terremoto, il fulmine. Si potrebbe forse dire meglio che Dio si fa accompagnare, nella sua manifestazione, da questi elementi (Am 9,5; Ez 1-2; Sal 18,8-16; 29; 68,8s). Qui è il fuoco che accompagna la teofania. Non è tuttavia il fuoco che attira l’attenzione di Mosè, quanto il fatto che il roveto circondato dal fuoco non si consuma. La curiosità, la meraviglia, convincono Mosè a «svoltare» e vedere quell’insolito spettacolo. Inconsapevolmente l’uomo viene attratto da uno spettacolo inconsueto e ciò lo invita a cercare, lo avvicina al luogo di Dio.
La ricerca di Dio può nascere anche dalla meraviglia di fronte a qualcosa, dalla curiosità innata nell’uomo. L’evangelista Giovanni nel raccontare la vocazione dei primi discepoli, evidenzia come essi furono attratti a Gesù dalla curiosità: volevano capire chi era, vedere dove abitava:
«Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cercate?”. Gli risposero: “Rabbì (che significa maestro), dove abiti?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,35-39).
Il Signore vede il vedere di Mosè e lo chiama per nome due volte: «Mosè, Mosè». Così fu per Samuele durante la notte mentre stava nel tempio del Signore; fu chiamato tre volte e solo la terza volta dopo il duplice «Samuele, Samuele» egli riconobbe la voce del Signore. Anche Mosè come Samuele risponde ignaro del suo interlocutore: «Eccomi» (hinnēnî lett. «vedimi»).
La risposta di Mosè non sottolinea la sua prontezza e disponibilità alla chiamata di Dio. Egli risponde come avrebbe risposto a chiunque l’avesse chiamato per nome. Vedremo, infatti, nel proseguo del capitolo, l’emergere della sua resistenza di fronte al compito che il Signore intende affidargli.
La meraviglie non è ancora riconoscere di essere in presenza di Dio.
Fine
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Lo sguardo di Mosè (3,1-6). Prima parte
Pubblicato il maggio 24th, 2008 Nessun commentoIl racconto si apre con un uomo a quanto pare adattatosi alla sua situazione. Sradicato dal suo popolo, «schedato» dal Faraone, è un pastore. Per gli Egiziani ora egli fa un mestiere considerato ignobile (cf. Gn 46,34) e il suo nome moses, può suonare come quello di un «ex», dato che è monco del suo «dio» egiziano (cf. articolo precedente). Come ebreo egli è privo di qualsiasi conoscenza del Dio dei padri, Abramo, Isacco, Giacobbe. La figura del Dio d’Israele appare totalmente assente nella vita di questo ex dignitario egiziano diventato un pastore nel paese di Madian. Inoltre, sebbene il testo non lo dica, ma lo sapremo più avanti egli ha circa un’ottantina d’anni (Es 7,7 che riecheggia in At 7,30): tutte queste, umanamente, non sono certo delle buone credenziali.
Nella sua routine quotidiana, fatta di uscite con il gregge, il narratore coglie il giorno decisivo quando Mosè si spinge oltre il deserto e giunge al monte di Dio, l’Oreb. Il deserto (midbar) qui va visto nella sua valenza negativa e non romantica: è luogo di solitudine e vuoto, steppa arida e tenebrosa, spazio invilibile e irto di agguati (cf. Dt 8,15; 32,10; Ger 2,6); agli occhi degli Israeliti apparirà un «sepolcro» di morte (Es 14,11). Si tratta comunque di uno spazio da attraversare per poter trovare pascolo. Il monte nella Bibbia e nella storia delle religioni è solitamente il luogo dell’incontro con la divinità, la sua sede. Oreb (horeb) è il nome con cui la tradizione rifacentesi al Deuteronomio chiama il Sinai (cf. Dt 1,6; 4,10). L’esatta localizzazione di questo monte resta problematica. Oreb in ebraico deriva dalla radice (chrb) che significa «siccità, devastazione, macerie» (come quelle che contempla malinconicamente Neemia quando arriva a Gerusalemme in Ne 2,17). Viene inaspettatamente chiamato «il monte di Dio»; si tratta di una anticipazione di quanto Mosé sperimenterà fra poco.
Fine prima parte…
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Da chiamata a chiamata: Esodo 3-7.
Pubblicato il maggio 21st, 2008 Nessun commentoCon il capitolo terzo inizia una nuova sezione del libro dell’Esodo che si protrae fino al capitolo settimo. Il tema è la chiamata o la vocazione di Mosè. Si tratta di una delle pagine più celebri dell’Antico Testamento; per il suo carattere eccezionale, normativo ed esemplare, può essere definita come la «madre di tutte le vocazioni».
Per la prima volta Dio si rivela con il suo nome personale, Jhwh, e, fedele a questo nome, irrompe da dietro le quinti sul palcoscenico della storia dell’esodo. Dalla manifestazione di Jhwh, nasce la vocazione di Mosè, chiamato ad agire in vece del Signore. Entrambi sono poi al servizio della vocazione di Israele a essere il popolo di Jhwh (cf. A. Nepi, Esodo, Edizioni Messaggero Padova, Padova 2002).
Questi capitoli sanciscono l’investitura di Mosè che, nonostante le obiezioni, risponde all’appello di Jhwh. La sezione viene introdotta da un lungo racconto di vocazione (3,1-4,7) e conclusa dalla ripetizione della chiamata (6,2-7,7). Fra queste due narrazioni si interpone il racconto del ritorno di Mosè in Egitto (4,18-31) e l’inizio del confronto con il Faraone che si conclude con il fallimento e con l’inasprimento della schiavitù del popolo (5,1-6,19).
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Il Dio degli oppressi rivela il suo nome (quarta parte)
Pubblicato il aprile 15th, 2008 Nessun commentoSguardo Di Dio 3,7-9
Il v. 7 apre un primo discorso di Jhwh. Colui che si è rivolto a Mosè in modo personale, continua dicendo:
«Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele…».
Non si sottolineerà mai abbastanza l’importanza di questo brano (vv. 7-9). Dio parla di sé: si rivela come colui che ha visto la miseria del suo popolo, che ascolta il grido di coloro che soffrono e le invocazioni di coloro che subiscono ingiustizia. Una cascata di sette verbi con soggetto Jhwh rende chiara la presenza e l’attenzione di Dio. Ciò che suscita l’attenzione divina non sono le imprese del popolo, né la sua fedeltà o la sua rettitudine morale, ma il suo grido di disperazione. Dio si rende presente alla miseria del suo popolo, si schiera dalla sua parte, decide di liberarlo e di farlo salire verso una terra fertile e vasta.
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Il Dio degli oppressi rivela il suo nome (terza parte)
Pubblicato il aprile 12th, 2008 2 commentiContinua…
Il luogo santo
Il luogo di Dio è santo e l’uomo non si può presentare di fronte a Dio con gli abiti di sempre. C’è nella Bibbia un grande senso della santità del luogo dove appare Dio: «Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo”. Ebbe timore e disse: “Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo”» (Gen 28,16-17). Non diverse dalle parole di Giacobbe, che ha incontrato Dio a Betel, sono le parole che Dio rivolge a Mosè in Es 19,10-12: «Il Signore disse a Mosè: “Và dal popolo e purificalo oggi e domani: lavino le loro vesti e si tengano pronti per il terzo giorno, perché nel terzo giorno il Signore scenderà sul monte Sinai alla vista di tutto il popolo. Fisserai per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte”».Il senso del sacro e della santità del luogo abitato da Dio non è il prodotto arcaico di una cultura primitiva, ma un tratto essenziale di ogni vera religione. In esso si manifesta la diversità e l’alterità di Dio, che pur avvicinandosi all’uomo non si assimila totalmente all’umano. Dio, pur parlando con l’uomo, rimane inaccessibile. La sua santità è insieme la sua comunicazione con gli uomini e la sua separazione, la sua trascendenza. Esiste una sfera del santo e del sacro. Tutto ciò che appartiene alla sfera di Dio, che entra in comunione con lui, è santo o puro, per esprimerci con un sinonimo.
Mosè è davanti a questo luogo santo che non conosceva. La santità di Dio non esclude, anzi si comunica. Dio dal roveto manifesta a Mosè la sua identità: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (3,6). Il Dio che si rivela a Mosè non è il Dio dei filosofi, ma un Dio della storia, è il Dio di uomini concreti. Questo è anzitutto il suo nome. Se pensiamo che per la mentalità semitica il nome esprime la realtà di chi lo porta, l’autopresentazione di Dio in Es 3,6 è in qualche modo anche la sua definizione: Egli è il Dio di uomini precisi, con cui ha fatto alleanza, con cui ha costruito una storia.
Di fronte alla manifestazione di Dio la reazione di Mosè è il timore, che lo porta a coprirsi il volto per non vedere Dio. Infatti «nessun uomo può vedermi e restare vivo», dice Dio a Mosè in Es 33,20. Gedeone vede Dio e dice: «”Signore, ho dunque visto l’angelo del Signore faccia a faccia!”. Il Signore gli disse: “La pace sia con te. Non temere, non morirai!”» (Gdc 6,22-23). Il timore di Dio non è la paura, ma anzitutto il riconoscimento della grandezza e della santità di Dio. Il timore di Dio non è solo «il principio della sapienza» (cf. Pr 1,7), ma è anche l’inizio della fede come riconoscimento della presenza di Dio nella storia. Gesù apostrofa affettuosamente i discepoli: «”Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?” E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è mai dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”» (Mc 4,40-41). Passare dalla paura al timore è cominciare un cammino di fede.
(Fine terza parte…)
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Il Dio degli oppressi rivela il suo nome (seconda parte)
Pubblicato il aprile 10th, 2008 Nessun commentoContinua…
In quel luogo impervio abbiamo una teofania (= manifestazione di Dio) che si snoda su un gioco di sguardi tra Mosè e Dio. L’iniziativa parte da Dio che in prima battuta si presenta come «angelo del Signore» (v. 2), poi come «Signore» e «Dio» (Elohim
v. 4). È un procedimento presente altrove nella manifestazione di Dio agli uomini. Vedi ad esempio Gen 22, dove all’inizio è Dio che chiama Abramo (v. 1), mentre in seguito è l’angelo del Signore (vv. 11.15), ma è chiaro che si tratta della stessa persona; infatti si dice: «poiché ora so che temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio». In molti testi l’angelo del Signore è il Signore stesso (cf. Gen 16,7-13; 21,17-20).Strumento dello teofania è il fuoco: «L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco». Molte volte nella Bibbia Dio si manifesta attraverso degli elementi naturali come il fuoco, il vento, il terremoto, il fulmine. Si potrebbe forse dire meglio che Dio si fa accompagnare, nella sua manifestazione, da questi elementi (Am 9,5; Ez 1-2; Sal 18,8-16; 29; 68,8s). Qui è il fuoco che accompagna la teofania. Non è tuttavia il fuoco che attira l’attenzione di Mosè, quanto il fatto che il roveto circondato dal fuoco non si consuma. La curiosità, la meraviglia, convincono Mosè a «svoltare» e vedere quell’insolito spettacolo. Inconsapevolmente l’uomo viene attratto da uno spettacolo inconsueto e ciò lo invita a cercare, lo avvicina al luogo di Dio.
La ricerca di Dio può nascere anche dalla meraviglia di fronte a qualcosa, dalla curiosità innata nell’uomo. L’evangelista Giovanni nel raccontare la vocazione dei primi discepoli, evidenzia come essi furono attratti a Gesù dalla curiosità: volevano capire chi era, vedere dove abitava:
«Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cercate?”. Gli risposero: “Rabbì (che significa maestro), dove abiti?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,35-39).
Il Signore vede il vedere di Mosè e lo chiama per nome due volte: «Mosè, Mosè». Così fu per Samuele durante la notte mentre stava nel tempio del Signore; fu chiamato tre volte e solo la terza volta dopo il duplice «Samuele, Samuele» egli riconobbe la voce del Signore. Anche Mosè come Samuele risponde ignaro del suo interlocutore: «Eccomi» (hinnenî lett. «vedimi»).
La risposta di Mosè non sottolinea la sua prontezza e disponibilità alla chiamata di Dio. Egli risponde come avrebbe risposto a chiunque l’avesse chiamato per nome. Vedremo, infatti, nel proseguo del capitolo, l’emergere della sua resistenza di fronte al compito che il Signore intende affidargli.
La meraviglie non è ancora riconoscere di essere in presenza di Dio.
(Fine seconda parte…)
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Mosè liberatore fallito senza Dio: Es 2,11-25 (terza parte)
Pubblicato il aprile 5th, 2008 Nessun commentoIl grido dei figli d’Israele
«23 Nel lungo corso di quegli anni, il re d’Egitto morì. Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. 24 Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbe. 25 Dio guardò la condizione degli Israeliti e se ne prese pensiero.»
C’è un contrasto evidente nei i vv. 23-25, epilogo apparente della storia di Mosè. Mosè è fuggito dall’Egitto, mentre i suoi fratelli sono rimasti nella condizione di schiavitù. Chi se ne prenderà cura? Dopo aver dato notizia della morte del re dell’Egitto, si dice che «i figli di Israele gemettero dalla loro schiavitù (meglio di come traduce la CEI: per la loro schiavitù) e gridarono, e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio» (v. 23). Non si dice che gli Israeliti gridarono a Dio, ma semplicemente che gridarono. È un grido senza interlocutore esplicito. Il verbo ebraico «gridare» (áa”nah£) è un termine tecnico usato nel contenzioso giudiziario, quando l’innocente si rivolge al giudice per reclamare il suo diritto (Gen 4,10; 1Sam 7,8-9; 2Re 8,3; Is 19,20; Pr 21,13). Nei Salmi sono il povero, il malato, il perseguitato che gridano a Dio-giudice perché li salvi: «Con la mai voce al Signore grido aiuto, con la mia voce supplico il Signore… Io grido a te, Signore; dico: Sei tu il mio rifugio, sei tu la mia sorte nella terra dei viventi» (Sal 142,2.6).
Se un oppresso grida, Dio non può non ascoltare il grido: «Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo libera da tutte le sue angosce» (Sal 34,7). Dio si sente impegnato con Israele da un’alleanza, che giuridicamente lo obbliga a intervenire in suo favore. A noi moderni sembra forse strano questo tipo di rapporto; ci può apparire quasi forzato. Eppure è straordinario e imprevedibile che un Dio si leghi a tal punto agli uomini da sentirsi in dovere di intervenire ogniqualvolta il diritto del suo alleato viene calpestato. Infatti Dio, come il giudice in un processo, «ascolta» il grido e «si ricorda dell’alleanza». Il ricordo non è solo qualcosa di intellettuale; ascoltare significa rendere presente, agire, salvare. L’Eucaristia è un memoriale nel senso che realizza ciò che celebra. Dio ricorda l’alleanza e ricordando la rinnova e la attua. Egli come Mosè «vede» la condizione servile del popolo e se ne prende pensiero. Sembrava lontano, ad di fuori del suo popolo, eppure ora interviene.
C’era quasi bisogno che gli israeliti gridassero dalla schiavitù. La salvezza parte sempre dalla schiavitù, dalla coscienza di un bisogno. La cosa necessaria non sembra tanto gridare verso Dio, quanto gridare, perché il grido manifesta il bisogno di essere salvati. Dio non ha aspettato altro che quel grido per poter venire in aiuto del suo popolo; egli non aspetta che il nostro grido, la nostra protesta per soccorrerci e liberarci dal male.


