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Non si nasce profeti ma si è scelti e mandati
Pubblicato il luglio 11th, 2009 Nessun commentoLa vocazione profetica non è una dono che uno si dà, ma lo si riceve e spesso risulta molto molto scomodo. La vocazione di Amos e il suo messaggio ne sono un esempio.
In quei giorni, Amasìa, [sacerdote di Betel] disse ad Amos: «Vattene, veggente, ritìrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno».
Amos rispose ad Amasìa e disse:
«Non ero profeta né figlio di profeta;
ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro.
Il Signore mi prese,
mi chiamò mentre seguivo il gregge.
Il Signore mi disse:
Va’, profetizza al mio popolo Israele» (Amos 7,12-15). -
«Il luogo sul quale tu stai è una terra santa!»: Esodo 3,5
Pubblicato il maggio 31st, 2008 Nessun commentoIl luogo di Dio è santo e l’uomo non si può presentare di fronte a Dio con gli abiti di sempre. C’è nella Bibbia un grande senso della santità del luogo dove appare Dio: «Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo”. Ebbe timore e disse: “Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo”» (Gen 28,16-17). Non diverse dalle parole di Giacobbe, che ha incontrato Dio a Betel, sono le parole che Dio rivolge a Mosè in Es 19,10-12: «Il Signore disse a Mosè: “Và dal popolo e purificalo oggi e domani: lavino le loro vesti e si tengano pronti per il terzo giorno, perché nel terzo giorno il Signore scenderà sul monte Sinai alla vista di tutto il popolo. Fisserai per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte”».
Il senso del sacro e della santità del luogo abitato da Dio non è il prodotto arcaico di una cultura primitiva, ma un tratto essenziale di ogni vera religione. In esso si manifesta la diversità e l’alterità di Dio, che pur avvicinandosi all’uomo non si assimila totalmente all’umano. Dio, pur parlando con l’uomo, rimane inaccessibile. La sua santità è insieme la sua comunicazione con gli uomini e la sua separazione, la sua trascendenza. Esiste una sfera del santo e del sacro. Tutto ciò che appartiene alla sfera di Dio, che entra in comunione con lui, è santo o puro, per esprimerci con un sinonimo.
Mosè è davanti a questo luogo santo che non conosceva. La santità di Dio non esclude, anzi si comunica. Dio dal roveto manifesta a Mosè la sua identità: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (3,6). Il Dio che si rivela a Mosè non è il Dio dei filosofi, ma un Dio della storia, è il Dio di uomini concreti. Questo è anzitutto il suo nome. Se pensiamo che per la mentalità semitica il nome esprime la realtà di chi lo porta, l’autopresentazione di Dio in Es 3,6 è in qualche modo anche la sua definizione: Egli è il Dio di uomini precisi, con cui ha fatto alleanza, con cui ha costruito una storia.
Di fronte alla manifestazione di Dio la reazione di Mosè è il timore, che lo porta a coprirsi il volto per non vedere Dio. Infatti «nessun uomo può vedermi e restare vivo», dice Dio a Mosè in Es 33,20. Gedeone vede Dio e dice: «”Signore, ho dunque visto l’angelo del Signore faccia a faccia!”. Il Signore gli disse: “La pace sia con te. Non temere, non morirai!”» (Gdc 6,22-23). Il timore di Dio non è la paura, ma anzitutto il riconoscimento della grandezza e della santità di Dio. Il timore di Dio non è solo «il principio della sapienza» (cf. Pr 1,7), ma è anche l’inizio della fede come riconoscimento della presenza di Dio nella storia. Gesù apostrofa affettuosamente i discepoli: «”Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?” E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è mai dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”» (Mc 4,40-41). Passare dalla paura al timore è cominciare un cammino di fede.
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Lo sguardo di Mosè (3,1-6). Seconda parte
Pubblicato il maggio 28th, 2008 Nessun commentoSul monte, luogo impervio, all’improvviso una teofania (= manifestazione di Dio) che si snoda su un gioco di sguardi tra Mosè e Dio. L’iniziativa parte da Dio che in prima battuta si presenta come «angelo del Signore» (v. 2), poi come «Signore» e «Dio» (‘Elohim v. 4). È un procedimento presente altrove nella manifestazione di Dio agli uomini. Vedi ad esempio Gen 22, dove all’inizio è Dio che chiama Abramo (v. 1), mentre in seguito è l’angelo del Signore (vv. 11.15), ma è chiaro che si tratta della stessa persona; infatti si dice: «poiché ora so che temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio». In molti testi l’angelo del Signore è il Signore stesso (cf. Gen 16,7-13; 21,17-20).
Strumento dello teofania è il fuoco: «L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco». Molte volte nella Bibbia Dio si manifesta attraverso degli elementi naturali come il fuoco, il vento, il terremoto, il fulmine. Si potrebbe forse dire meglio che Dio si fa accompagnare, nella sua manifestazione, da questi elementi (Am 9,5; Ez 1-2; Sal 18,8-16; 29; 68,8s). Qui è il fuoco che accompagna la teofania. Non è tuttavia il fuoco che attira l’attenzione di Mosè, quanto il fatto che il roveto circondato dal fuoco non si consuma. La curiosità, la meraviglia, convincono Mosè a «svoltare» e vedere quell’insolito spettacolo. Inconsapevolmente l’uomo viene attratto da uno spettacolo inconsueto e ciò lo invita a cercare, lo avvicina al luogo di Dio.
La ricerca di Dio può nascere anche dalla meraviglia di fronte a qualcosa, dalla curiosità innata nell’uomo. L’evangelista Giovanni nel raccontare la vocazione dei primi discepoli, evidenzia come essi furono attratti a Gesù dalla curiosità: volevano capire chi era, vedere dove abitava:
«Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cercate?”. Gli risposero: “Rabbì (che significa maestro), dove abiti?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,35-39).
Il Signore vede il vedere di Mosè e lo chiama per nome due volte: «Mosè, Mosè». Così fu per Samuele durante la notte mentre stava nel tempio del Signore; fu chiamato tre volte e solo la terza volta dopo il duplice «Samuele, Samuele» egli riconobbe la voce del Signore. Anche Mosè come Samuele risponde ignaro del suo interlocutore: «Eccomi» (hinnēnî lett. «vedimi»).
La risposta di Mosè non sottolinea la sua prontezza e disponibilità alla chiamata di Dio. Egli risponde come avrebbe risposto a chiunque l’avesse chiamato per nome. Vedremo, infatti, nel proseguo del capitolo, l’emergere della sua resistenza di fronte al compito che il Signore intende affidargli.
La meraviglie non è ancora riconoscere di essere in presenza di Dio.
Fine
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Lo sguardo di Mosè (3,1-6). Prima parte
Pubblicato il maggio 24th, 2008 Nessun commentoIl racconto si apre con un uomo a quanto pare adattatosi alla sua situazione. Sradicato dal suo popolo, «schedato» dal Faraone, è un pastore. Per gli Egiziani ora egli fa un mestiere considerato ignobile (cf. Gn 46,34) e il suo nome moses, può suonare come quello di un «ex», dato che è monco del suo «dio» egiziano (cf. articolo precedente). Come ebreo egli è privo di qualsiasi conoscenza del Dio dei padri, Abramo, Isacco, Giacobbe. La figura del Dio d’Israele appare totalmente assente nella vita di questo ex dignitario egiziano diventato un pastore nel paese di Madian. Inoltre, sebbene il testo non lo dica, ma lo sapremo più avanti egli ha circa un’ottantina d’anni (Es 7,7 che riecheggia in At 7,30): tutte queste, umanamente, non sono certo delle buone credenziali.
Nella sua routine quotidiana, fatta di uscite con il gregge, il narratore coglie il giorno decisivo quando Mosè si spinge oltre il deserto e giunge al monte di Dio, l’Oreb. Il deserto (midbar) qui va visto nella sua valenza negativa e non romantica: è luogo di solitudine e vuoto, steppa arida e tenebrosa, spazio invilibile e irto di agguati (cf. Dt 8,15; 32,10; Ger 2,6); agli occhi degli Israeliti apparirà un «sepolcro» di morte (Es 14,11). Si tratta comunque di uno spazio da attraversare per poter trovare pascolo. Il monte nella Bibbia e nella storia delle religioni è solitamente il luogo dell’incontro con la divinità, la sua sede. Oreb (horeb) è il nome con cui la tradizione rifacentesi al Deuteronomio chiama il Sinai (cf. Dt 1,6; 4,10). L’esatta localizzazione di questo monte resta problematica. Oreb in ebraico deriva dalla radice (chrb) che significa «siccità, devastazione, macerie» (come quelle che contempla malinconicamente Neemia quando arriva a Gerusalemme in Ne 2,17). Viene inaspettatamente chiamato «il monte di Dio»; si tratta di una anticipazione di quanto Mosé sperimenterà fra poco.
Fine prima parte…
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Da chiamata a chiamata: Esodo 3-7.
Pubblicato il maggio 21st, 2008 Nessun commentoCon il capitolo terzo inizia una nuova sezione del libro dell’Esodo che si protrae fino al capitolo settimo. Il tema è la chiamata o la vocazione di Mosè. Si tratta di una delle pagine più celebri dell’Antico Testamento; per il suo carattere eccezionale, normativo ed esemplare, può essere definita come la «madre di tutte le vocazioni».
Per la prima volta Dio si rivela con il suo nome personale, Jhwh, e, fedele a questo nome, irrompe da dietro le quinti sul palcoscenico della storia dell’esodo. Dalla manifestazione di Jhwh, nasce la vocazione di Mosè, chiamato ad agire in vece del Signore. Entrambi sono poi al servizio della vocazione di Israele a essere il popolo di Jhwh (cf. A. Nepi, Esodo, Edizioni Messaggero Padova, Padova 2002).
Questi capitoli sanciscono l’investitura di Mosè che, nonostante le obiezioni, risponde all’appello di Jhwh. La sezione viene introdotta da un lungo racconto di vocazione (3,1-4,7) e conclusa dalla ripetizione della chiamata (6,2-7,7). Fra queste due narrazioni si interpone il racconto del ritorno di Mosè in Egitto (4,18-31) e l’inizio del confronto con il Faraone che si conclude con il fallimento e con l’inasprimento della schiavitù del popolo (5,1-6,19).


