Da sempre gli studiosi dell’esegesi
anticotestamentaria si sono imbattuti nella difficoltà testuale dei
capp.2.6 del libro di Giosuè, dove viene esposto il racconto della
conquista di Gerico e della prostituta Rahab. La città fu la prima,
secondo la testimonianza biblica, ad essere attaccata dagli Israeliti dopo
il loro ingresso nella Terra Promessa. L’antica città cananea,
assegnata alla tribù di Beniamino (Gios.18,12), era situata al centro
dell’attuale centro cittadino, come hanno dimostrato le diverse campagne
archeologiche nel sito di Tell es-Sultan. Proprio ad esse vogliamo ora
rivolgere la nostra attenzione in modo particolare in relazione al tema,
oggi più che mai dibattuto, della datazione e della realtà dell’esodo
e di conseguenza della conquista del Canaan.
Tre sono stati gli scavi apportati al sito: negli
anni 1907-1911 i tedeschi Sellin e Watzinger, negli anni 1932-1936
Garstang ed infine dal 1952 al 1958 l’archeologa Kenyon. I primi
misero in evidenza gli elementi principali di fortificazione dell’antica
città, i quali portavano a rilevare segni di distruzione che gli studiosi
datarono al periodo del Tardo Bronzo (1500 a.C. ca.) e ciò coinciderebbe
con la datazione classica dell’esodo e quindi col testo biblico della
conquista di Giosuè. Già Watzinger però rivide questa datazione
spostando la data al 1600 a.C. e quindi, secondo la sua opinione, non vi
sarebbero alcuni elementi del Tardo Bronzo. Ciò mette così in dubbio la
facile concilizione tra testo biblico e archeologia.
Seguì lo studio di Garstang, il quale, oltre ad
identificare elementi mesolitici e neolitici, tornò a studiare la Gerico del periodo giosuano. Egli, con
ulteriori ritrovamenti attribuiti al periodo egiziano di Seti I (1309-1291
a.C.), riprese la prima datazione di Sellin-Watzinger ponendo l’assedio
di Gerico nel 1500 a.C. e ponendo l’Esodo dall’Egitto nel XV sec.a.C.
Infine abbiamo gli scavi della famosa miss Kenyon
negli anni ’50, la quale rilevò che il doppio muro attribuito al Bronzo
Antico non era altro che parte del muro difensivo ricostruito e ritoccato
più volte durante il terzo millennio (3200-2000 a.C.) e dunque non poteva
essere il muro del tempo di Giosuè. In tutta l’area manca qualsiasi
elemento del periodo del Tardo Bronzo (come aveva già rilevato Watzinger),
il che fa pensare che la città biblica debba essere stata rasa al suolo
da qualche evento fisico eccezionale. Rimane dunque l’eterno e per ora
irrisolto mistero dell’assenza di dati che potrebbero aiutarci a leggere
il testo biblico; questo problema portò studiosi recenti, come
Finkelstein e Silberman, a mitigare molto la storicità della conquista di
Gerico, pensando ad ua rilettura eziologica di un racconto di conquista.
Anche gli studi esegetici più recenti avvalorano questa ipotesi che non
deve sorprenderci più di tanto, visto l’enorme differenza tra la nostra
nozione di storicità e quella del periodo dello scrittore biblico, che
aveva come fine (e non dimentichiamolo mai) non tanto una meticolosa
cronologia dell’evento, ma la trasmissione di un messaggio teologico ben
chiaro, anche se questo dovesse comportare una modifica del fatto in sé e
il coinvolgimento di diverse tradizioni, raccolte nel tempo, come pare
sempre più evidente dagli studi sul testo di Gios.2-6.
Abbiamo voluto riportare questo piccolo esempio
come prototipo per aiutarci a entrare nella mentalità che l’approccio
al testo biblico non è sempre così evidente e tanto meno immediato ed
ancor di più per allontanarci da una viziosa mentalità (antica quanto
Galileo), dovuta all’Illuminismo ed al Positivismo, che ciò che nella
Bibbia, e non sono poche pagine, non rientra nel nostro schema di storicità
non è autentico, vero o importante; dobbiamo metterci relamente alla
Scuola della Parola e capire che non è compito specifico del Testo Sacro
essere un trattato di storia, ma in primo luogo il nostro interesse va
posto al pensiero teologico ed etico che l’autore biblico vuole
trasmettere; certamente la Bibbia non manca di far uso anche della storia
nel senso stretto, ma il suo sguardo è aperto ad una Storia a più ampio
raggio, quella che noi chiamiamo Storia della Salvezza, mirata e preparata
da Dio per la redenzione di ogni uomo.
Questo faticoso e lento processo di
“purificazione” intellettuale ci aiuta a evitare abbagli clamorosi e
nello stesso tempo ad educarci ad un giusto approccio con le Sacre
Scritture: accettiamo i dati che le scienze storiche ed archeologiche ci
offrono per comprendere meglio ciò che leggiamo, ma non incapponiamoci a
tutti i costi nel voler far conciliare le realtà storiche con le Verità
teologiche, perché rischieremmo amare delusioni. La Bibbia è vera nella
sua realtà, come la storia (in senso stretto) non può essere negata, ma
esse sono due binari che proseguono paralleli, che a volte si intersecano,
ma che a volte non conciliano; ciò però non porta obbligatoriamente ad
uno scontro, come spesso una certa cultura laicista ha voluto farci
credere.
Con queste umili riflessioni vi auguro buon studio
e buon approfondimento: come vedete gli stimoli anche per la nostra
ricerca personale non mancano e quindi coraggio c’è posto per tutti.
Gerusalemme 19 gennaio 2002
don Gabriele |