Gerico le tue mura crolleranno”. Tell es-Sultan e il sito
della Gerico dell’A.T.:

di don Gabriele Corini

Da sempre gli studiosi dell’esegesi anticotestamentaria si sono imbattuti nella difficoltà testuale dei capp.2.6 del libro di Giosuè, dove viene esposto il racconto della conquista di Gerico e della prostituta Rahab. La città fu la prima, secondo la testimonianza biblica, ad essere attaccata dagli Israeliti dopo il loro ingresso nella Terra Promessa. L’antica città cananea, assegnata alla tribù di Beniamino (Gios.18,12), era situata al centro dell’attuale centro cittadino, come hanno dimostrato le diverse campagne archeologiche nel sito di Tell es-Sultan. Proprio ad esse vogliamo ora rivolgere la nostra attenzione in modo particolare in relazione al tema, oggi più che mai dibattuto, della datazione e della realtà dell’esodo e di conseguenza della conquista del Canaan.
Tre sono stati gli scavi apportati al sito: negli anni 1907-1911 i tedeschi Sellin e Watzinger, negli anni 1932-1936 Garstang ed infine dal 1952 al 1958 l’archeologa Kenyon. I primi misero in evidenza gli elementi principali di fortificazione dell’antica città, i quali portavano a rilevare segni di distruzione che gli studiosi datarono al periodo del Tardo Bronzo (1500 a.C. ca.) e ciò coinciderebbe con la datazione classica dell’esodo e quindi col testo biblico della conquista di Giosuè. Già Watzinger però rivide questa datazione spostando la data al 1600 a.C. e quindi, secondo la sua opinione, non vi sarebbero alcuni elementi del Tardo Bronzo. Ciò mette così in dubbio la facile concilizione tra testo biblico e archeologia.
Seguì lo studio di Garstang, il quale, oltre ad identificare elementi mesolitici e neolitici, tornò a studiare la Gerico del periodo giosuano. Egli, con ulteriori ritrovamenti attribuiti al periodo egiziano di Seti I (1309-1291 a.C.), riprese la prima datazione di Sellin-Watzinger ponendo l’assedio di Gerico nel 1500 a.C. e ponendo l’Esodo dall’Egitto nel XV sec.a.C.
Infine abbiamo gli scavi della famosa miss Kenyon negli anni ’50, la quale rilevò che il doppio muro attribuito al Bronzo Antico non era altro che parte del muro difensivo ricostruito e ritoccato più volte durante il terzo millennio (3200-2000 a.C.) e dunque non poteva essere il muro del tempo di Giosuè. In tutta l’area manca qualsiasi elemento del periodo del Tardo Bronzo (come aveva già rilevato Watzinger), il che fa pensare che la città biblica debba essere stata rasa al suolo da qualche evento fisico eccezionale. Rimane dunque l’eterno e per ora irrisolto mistero dell’assenza di dati che potrebbero aiutarci a leggere il testo biblico; questo problema portò studiosi recenti, come Finkelstein e Silberman, a mitigare molto la storicità della conquista di Gerico, pensando ad ua rilettura eziologica di un racconto di conquista. Anche gli studi esegetici più recenti avvalorano questa ipotesi che non deve sorprenderci più di tanto, visto l’enorme differenza tra la nostra nozione di storicità e quella del periodo dello scrittore biblico, che aveva come fine (e non dimentichiamolo mai) non tanto una meticolosa cronologia dell’evento, ma la trasmissione di un messaggio teologico ben chiaro, anche se questo dovesse comportare una modifica del fatto in sé e il coinvolgimento di diverse tradizioni, raccolte nel tempo, come pare sempre più evidente dagli studi sul testo di Gios.2-6.
Abbiamo voluto riportare questo piccolo esempio come prototipo per aiutarci a entrare nella mentalità che l’approccio al testo biblico non è sempre così evidente e tanto meno immediato ed ancor di più per allontanarci da una viziosa mentalità (antica quanto Galileo), dovuta all’Illuminismo ed al Positivismo, che ciò che nella Bibbia, e non sono poche pagine, non rientra nel nostro schema di storicità non è autentico, vero o importante; dobbiamo metterci relamente alla Scuola della Parola e capire che non è compito specifico del Testo Sacro essere un trattato di storia, ma in primo luogo il nostro interesse va posto al pensiero teologico ed etico che l’autore biblico vuole trasmettere; certamente la Bibbia non manca di far uso anche della storia nel senso stretto, ma il suo sguardo è aperto ad una Storia a più ampio raggio, quella che noi chiamiamo Storia della Salvezza, mirata e preparata da Dio per la redenzione di ogni uomo.
Questo faticoso e lento processo di “purificazione” intellettuale ci aiuta a evitare abbagli clamorosi e nello stesso tempo ad educarci ad un giusto approccio con le Sacre Scritture: accettiamo i dati che le scienze storiche ed archeologiche ci offrono per comprendere meglio ciò che leggiamo, ma non incapponiamoci a tutti i costi nel voler far conciliare le realtà storiche con le Verità teologiche, perché rischieremmo amare delusioni. La Bibbia è vera nella sua realtà, come la storia (in senso stretto) non può essere negata, ma esse sono due binari che proseguono paralleli, che a volte si intersecano, ma che a volte non conciliano; ciò però non porta obbligatoriamente ad uno scontro, come spesso una certa cultura laicista ha voluto farci credere.
Con queste umili riflessioni vi auguro buon studio e buon approfondimento: come vedete gli stimoli anche per la nostra ricerca personale non mancano e quindi coraggio c’è posto per tutti.

Gerusalemme 19 gennaio 2002

don Gabriele
 

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