L’escursione
archeologica al monte Sinai mi ha permesso di riflettere sulla profonda
spiritualità che racchiude il luogo dove la comunità cristiana ha posto
il ricordo del dono della Legge e dell’incontro del profeta Elia con la
silenziosa voce di Dio. L’esperienza di salire in vetta al monte di Mosè
diventa un pellegrinaggio unico nel suo genere e certamente non può
lasciare indifferenti: il popolo di Israele dopo essere stato liberato
dalla giogo della schiavitù d’Egitto ed essersi avventurato nel cammino
del deserto, luogo della prova e dell’ascolto, arriva alle pendici della
impervia montagna della penisola sinaitica; qui il profeta ripercorre
l’itinerario del popolo facendolo suo personale, nei quaranta giorni e
quaranta notti di sosta sul monte. Finalmente gli viene concesso di poter
godere nuovamente della presenza di Dio, ma non solo, c’è di più, egli
può ora parlare viso a viso con il suo Signore, cosa inaudita ed
impensabile per un ebreo. Jhwh dona la Legge della berit
(l’Alleanza), le sue mizot ( i
Comandamenti) affinché il popolo seguendoli possa ereditare la terra
promessa ai padri.
Il Sinai
però è anche il monte del profeta Elia, il quale fuggito per paura dalla
regina Jezabele si vuole lasciar morire nel deserto, ma l’angelo del
Signore lo conduce ai pendii dell’Horeb (il Sinai del testo
deuteronomista dei due libri dei Re); qui Dio stesso si manifesta al
profeta, non nel tuono, non nel terremoto, non nel fuoco, ma nella voce
sottile della brezza (in ebraico qol demama daqqah).
Tutto
questo però acquista un gusto particolare in questo tempo
post-pentecostale, perché c’è una strettissima corrispondenza tra la
festa di Pentecoste ebraica (Shavuot),
dove si ricorda il dono della Legge, e la Pentecoste cristiana, in cui
celebriamo la discesa dello Spirito Santo sulla Chiesa radunata nel
cenacolo. Si, perché possiamo dire che nella Pentecoste gli apostoli
salgono con Maria al piano superiore, come Mosè sale sulle pendici del
Sinai; Dio effonde lo Spirito sulla Chiesa, nuova Legge iscritta nei cuori
dei credenti, Legge dell’Amore; così Mosè sulla cima del monte riceve
le mizot Adonai, i precetti
della Torah. Lo Spirito con i
suoi doni porta la Chiesa alla missione ed all’evangelizzazione, la voce
di Dio sull’Horeb rinvigorisce la missione del profeta Elia e gli dona
quello slancio definitivo contro l’idolatria dei falsi profeti. Mosè
parla faccia a faccia con Dio, lo Spirito ci permette di invocare Dio nei
nostri cuori con l’appellativo di Abbà,
l’affettuoso “Papà” del fanciullo che si rivolge al proprio padre.
Allora è possibile
comprendere che la Promessa di Dio rimane immutata nel corso della Storia
della Salvezza, mentre sono le modalità dell’Alleanza che cambiano a
causa dell’infedeltà umana: l’Alleanza con Abramo era basata sulla
sola fede alla vocazione divina; l’Alleanza del Sinai richiedeva
l’osservanza della Legge e la fedeltà a Dio; la Nuova Alleanza sancita
nel Mistero della morte e risurrezione del Cristo implica il dono
incondizionato di sé a Dio e ai fratelli nella Legge dell’Amore, Legge
iscritta nei cuori e suggellata dal dono dello Spirito, vita stessa di Dio
e partecipazione alla comunione eterna con Lui. Questa pedagogia divina
diventa concreta espressione dell’essenza di Dio nel volere per sé
l’amore della propria creatura, la quale è chiamata fin dal momento
della vocazione alla vita ad una scelta libera e consapevole,
incondizionata e radicale, per il proprio Signore.
Chiediamo anche noi la Grazia al Signore di poter salire al Sinai della
nostra vita, al piano superiore, per poter trasformare la nostra esistenza
in un dono gratuito d’Amore, tramite l’opera dello Spirito Santo,
sull’esempio di Maria e degli Apostoli, sull’esempio di tanti nostri
fratelli e sorelle che hanno detto il loro “si” a Dio e al prossimo,
non solo a parole, ma con la testimonianza delle loro opere di autentica
Carità.
Don Gabriele |