Carissimi lettori, nell’anno appena trascorso ci
siamo soffermati a ripercorrere ideologicamente le principali
tappe spirituali della Terra Santa. All’inizio di questo nuovo
anno pastorale mi sembra doveroso fare una parentesi, una sosta dovuta,
visti gli ultimi eventi che hanno sconvolto la coscienza del mondo. E’
trascorso ormai un anno da quando il popolo palestinese e quello ebraico
sono tornati a contendersi con la violenza e con l’odio la Terra che noi
chiamiamo Santa. Penso che anche molti tra voi si siano chiesti se vi sia
una qualche soluzione, ma soprattutto se realmente i motivi che animano
questi atti trovano le loro radici nella religione, o se non siano
esclusivamente “capricci” politici, di potere e di denaro. Certamente
noi non possiamo conoscere profondamente le coscienze delle persone e già
in altre occasioni abbiamo ricordato come le energie non possano essere
spese inutilmente, ma per un
autentico dialogo che sappia ritrovare la strada della giustizia e della
verità. Ciononostante è pur vero che in entrambe le religioni, ebraica e
mussulmana, vi sono principi che non possono essere dimenticati. La
teologia della Terra attraversa l’intero complesso dei libri
dell’Antico Testamento e nella coscienza viva del popolo ebraico il
tanto atteso arrivo del Messiah Adonai, dell’Unto del Signore, non può
avvenire senza la riconquista dell’intero Israele secondo i confini del
Regno di Davide. L’altra condizione fondamentale per l’arrivo del
Messia è la ricostruzione del Tempio sull’attuale spianata delle
moschee di Gerusalemme; infatti oggi, al centro del quartiere ebraico
nella Città Santa è possibile visitare il museo del terzo Tempio, che
non è stato ideato semplicemente per mostrare gli utensili e gli abiti
sacerdotali di un tempo, ma nella futura eventualità di una
ricostruzione. Così anche i nostri fratelli mussulmani hanno nella città
di Gerusalemme il loro terzo santuario, in ordine di importanza, dopo
Mecca e Medina e proprio sulla spianata delle moschee la tradizione
islamica pone la salita al cielo del profeta Maometto. Ben capite che
partendo da questi presupposti non sembra facile una pacifica convivenza.
Non è proprio così! Il riconoscimento dei principi religiosi non porta
necessariamente all’esclusivismo, ma anzi può e deve portare al
reciproco rispetto, nella convivenza e nel dialogo. Quante volte il Santo
Padre ha invitato la Comunità Internazionale a rendere Gerusalemme il
luogo per eccellenza di culto, città di preghiera e di comunione tra le
tre religioni monoteiste, dotandola di uno statuto internazionale che
possa permettere ad ogni fedele di adempiere alle proprie esigenze
spirituali. Gerusalemme!! Per molte persone che non conoscono le lingue
antiche si può cadere nell’errore etimologico di tradurre questo nome
con “la città della pace” (Jeru = città , shalaim = dalla radice
ebraica shalom-pace), ma in realtà il nome ha proprio il significato
opposto non di derivazione ebraica, ma addirittura indeuropea: Jeru = città
, shallu = dio della guerra. Allora se Gerusalemme è “la città del dio
della guerra” non c’è proprio speranza per il suo destino ? No,
l’uomo e l’umanità intera sono chiamati a conformare la
Gerusalemme terrena sul modello della Gerusalemme celeste, vera città
della pace e della giustizia, così come l’Apocalisse ci descrive nelle
sue pagine. Alla luce dell’amore e del dono di Cristo per tutti gli
uomini di ogni razza e ideologia è possibile comprendere ed intraprendere
la strada del dialogo e del rispetto. E’ un pensiero troppo occidentale?
Lontano dalla mentalità semitica ? E’ probabile, ma non possiamo
nascondere che la nostra fede e la nostra cultura cattolica sono imbevute
di “occidentalità”, ma anche di universalismo perché aperta e
rivolta ad ogni uomo di buona volontà. Dinanzi alle tremende tragedie dei
nostri giorni la nostra coscienza cristiana non deve cadere nella
tentazione della vendetta e dell’odio: nessuna guerra potrà mai essere
la giusta soluzione ai problemi ed alle crisi di verità e di giustizia,
perché pur giusta che sia sarà sempre portatrice di altro odio e
sofferenza. Ricordiamoci che neppure Dio permise che Caino, dopo
l’uccisione per gelosia di Abele, venisse ucciso, ma lo segnò sulla
fronte perché chiunque si fosse scagliato contro di lui ricevesse una
punizione infinitamente più grande. Se noi ci professiamo cristiani, dove
viviamo la nostra appartenenza a Cristo ? Dove imitiamo il nostro Maestro
e Signore ? Egli dinanzi al supplizio ingiusto della croce non ha risposto
con missili o armi, ma chiedendo il perdono del Padre celeste sui suoi
persecutori. Siamo chiamati alla Giustizia, non alla vendetta;
all’Amore, non alla vendetta; al Dialogo, non alla burocrazia di
interminabili mediazioni. Preghiamo per la Pace e la Verità, per la
nostra umanità, perché finalmente ogni uomo sappia aprire, spalancare le
porte del proprio cuore all’amore e alla verità di Cristo.
Don Gabriele |