Testimoni della Verità nelle strade del mondo.

di don Gabriele Corini

Carissimi lettori, nell’anno appena trascorso ci siamo soffermati a ripercorrere ideologicamente le principali tappe spirituali della Terra Santa. All’inizio di questo nuovo anno pastorale mi sembra doveroso fare una parentesi, una sosta dovuta, visti gli ultimi eventi che hanno sconvolto la coscienza del mondo. E’ trascorso ormai un anno da quando il popolo palestinese e quello ebraico sono tornati a contendersi con la violenza e con l’odio la Terra che noi chiamiamo Santa. Penso che anche molti tra voi si siano chiesti se vi sia una qualche soluzione, ma soprattutto se realmente i motivi che animano questi atti trovano le loro radici nella religione, o se non siano esclusivamente “capricci” politici, di potere e di denaro. Certamente noi non possiamo conoscere profondamente le coscienze delle persone e già in altre occasioni abbiamo ricordato come le energie non possano essere spese inutilmente, ma per un autentico dialogo che sappia ritrovare la strada della giustizia e della verità. Ciononostante è pur vero che in entrambe le religioni, ebraica e mussulmana, vi sono principi che non possono essere dimenticati. La teologia della Terra attraversa l’intero complesso dei libri dell’Antico Testamento e nella coscienza viva del popolo ebraico il tanto atteso arrivo del Messiah Adonai, dell’Unto del Signore, non può avvenire senza la riconquista dell’intero Israele secondo i confini del Regno di Davide. L’altra condizione fondamentale per l’arrivo del Messia è la ricostruzione del Tempio sull’attuale spianata delle moschee di Gerusalemme; infatti oggi, al centro del quartiere ebraico nella Città Santa è possibile visitare il museo del terzo Tempio, che non è stato ideato semplicemente per mostrare gli utensili e gli abiti sacerdotali di un tempo, ma nella futura eventualità di una ricostruzione. Così anche i nostri fratelli mussulmani hanno nella città di Gerusalemme il loro terzo santuario, in ordine di importanza, dopo Mecca e Medina e proprio sulla spianata delle moschee la tradizione islamica pone la salita al cielo del profeta Maometto. Ben capite che partendo da questi presupposti non sembra facile una pacifica convivenza. Non è proprio così! Il riconoscimento dei principi religiosi non porta necessariamente all’esclusivismo, ma anzi può e deve portare al reciproco rispetto, nella convivenza e nel dialogo. Quante volte il Santo Padre ha invitato la Comunità Internazionale a rendere Gerusalemme il luogo per eccellenza di culto, città di preghiera e di comunione tra le tre religioni monoteiste, dotandola di uno statuto internazionale che possa permettere ad ogni fedele di adempiere alle proprie esigenze spirituali. Gerusalemme!! Per molte persone che non conoscono le lingue antiche si può cadere nell’errore etimologico di tradurre questo nome con “la città della pace” (Jeru = città , shalaim = dalla radice ebraica shalom-pace), ma in realtà il nome ha proprio il significato opposto non di derivazione ebraica, ma addirittura indeuropea: Jeru = città , shallu = dio della guerra. Allora se Gerusalemme è “la città del dio della guerra” non c’è proprio speranza per il suo destino ? No, l’uomo e l’umanità intera sono chiamati a conformare la Gerusalemme terrena sul modello della Gerusalemme celeste, vera città della pace e della giustizia, così come l’Apocalisse ci descrive nelle sue pagine. Alla luce dell’amore e del dono di Cristo per tutti gli uomini di ogni razza e ideologia è possibile comprendere ed intraprendere la strada del dialogo e del rispetto. E’ un pensiero troppo occidentale? Lontano dalla mentalità semitica ? E’ probabile, ma non possiamo nascondere che la nostra fede e la nostra cultura cattolica sono imbevute di “occidentalità”, ma anche di universalismo perché aperta e rivolta ad ogni uomo di buona volontà. Dinanzi alle tremende tragedie dei nostri giorni la nostra coscienza cristiana non deve cadere nella tentazione della vendetta e dell’odio: nessuna guerra potrà mai essere la giusta soluzione ai problemi ed alle crisi di verità e di giustizia, perché pur giusta che sia sarà sempre portatrice di altro odio e sofferenza. Ricordiamoci che neppure Dio permise che Caino, dopo l’uccisione per gelosia di Abele, venisse ucciso, ma lo segnò sulla fronte perché chiunque si fosse scagliato contro di lui ricevesse una punizione infinitamente più grande. Se noi ci professiamo cristiani, dove viviamo la nostra appartenenza a Cristo ? Dove imitiamo il nostro Maestro e Signore ? Egli dinanzi al supplizio ingiusto della croce non ha risposto con missili o armi, ma chiedendo il perdono del Padre celeste sui suoi persecutori. Siamo chiamati alla Giustizia, non alla vendetta; all’Amore, non alla vendetta; al Dialogo, non alla burocrazia di interminabili mediazioni. Preghiamo per la Pace e la Verità, per la nostra umanità, perché finalmente ogni uomo sappia aprire, spalancare le porte del proprio cuore all’amore e alla verità di Cristo.

Don Gabriele


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