Questo libro, il terzo dell’Antico Testamento, non viene letto
spesso dai cristiani, anche se è prezioso da vari punti di vista.
Storicamente, ci apre una finestra su molti usi religiosi dell’ebraismo “classico” (quello
che terminò nel 70 d.C. con la distruzione del Tempio di Gerusalemme
ad opera dei romani); ci presenta la visione che ha di sé il
popolo di Dio negli ultimi 500 anni precedenti l’era cristiana,
cioè di una comunità consacrata a Dio e dedita a una religiosità precisa
e ordinata; infine senza Lv non potremmo capire il messaggio della lettera
agli Ebrei, certi passi del Vangelo di Gv, molte dispute di Gesù con
i farisei e neppure il duplice precetto dell’amore con cui Gesù riassume
la legge e i profeti.
Come lo stesso nome suggerisce, il Levitico si presenta come un
vademecum ad uso dei sacerdoti del Tempio, ma a mio parere non esprime
però una
visione clericalista: lo scopo che intende raggiungere è spingere
tutto il popolo di Dio, sotto la guida dei suoi sacerdoti, a permanere
nella realtà del sacro, assimilandone tutta la profonda realtà.
I sacrifici e i sacerdoti (Lv 1-10)
I primi 7 capitoli sono dedicati al rituale del culto del Tempio,
imperniato attorno all’idea di sacrificio, cioè di offerta
di animali o vegetali: l’ebraismo classico ripudia il sacrificio
umano, che invece era praticato dalle popolazioni vicine e da molte
altre religioni antiche, quali quelle americane precolombiane. Il
rituale è molto preciso, e il lettore può farsene da
solo un’idea in modo agevole. La concezione soggiacente è duplice:
la centralità del simbolo del sangue (che nell’idealità biblica
significa la vita, la realtà fondamentale del mondo e che appartiene
esclusivamente a Dio, e per questo il suo spargimento viene regolato
da leggi religiose), e l’atto del mangiare, compiuto da Dio
solo (nel rito dell’olocausto) o da Dio insieme alla gente (nel
rito del sacrificio di comunione, dove parti dell’animale vengono
mangiate dai sacerdoti e dagli offerenti). Anche il cristianesimo
conosce il valore dell’offerta, del sacrificio personale a Dio
mediante il dono di qualcosa di proprio; nella liturgia cristiana,
un momento particolare della Messa è riservato proprio all’offertorio,
e l’offerta di sé (consacrazione) fa dei cristiani battezzati
un popolo sacerdotale.
Qua e là troviamo anche altre norme riguardanti i sacerdoti,
e perfino il ricordo di un conflitto di interessi che doveva aver
avuto luogo tra famiglie sacerdotali diverse (il sacerdozio infatti
si trasmette di generazione in generazione) per decidere chi erano
i sacerdoti legittimi e chi no (Lv 10). Altrove troviamo ulteriori
norme, a volte decisamente pesanti (Lv 21,1-15). Un mio vecchio parroco,
rimasto zoppo a seguito di un incidente, mi diceva che se il fatto
fosse successo prima della sua ordinazione, non avrebbe potuto diventare
prete (vedi Lv 21,16-21).
La purità (Lv 11-16)
La nostra mentalità situa la purità (chiamata più spesso
purezza) nell’ambito morale, quindi del fare o non fare determinate
cose, soprattutto in campo sessuale. Per la Bibbia invece è puro
chi o ciò che può avere un ruolo nel culto, persone
o cose; il suo contrario, l’impurità, non è effetto
di una colpa, ma è una situazione in cui ci si trova di inabilità al
culto, di solito temporanea e che può essere risolta mediante
determinati riti. Molto si parla della lebbra, corruzione fisica di
cose o persone (Lv 13-14), percepita come una minaccia per la vita
della comunità, un male tanto grave per la vita da essere considerato
impuro alla pari di ogni altra perdita di vita, come la morte. Lv
12 e 15 si soffermano sulle situazioni di impurità legate alla
biologia sessuale, sia dell’uomo che della donna: l’importanza
data al sangue e ad altri fluidi del corpo si ricollegano a quanto
detto sopra: la vita e la sua origine, quindi tutto ciò che è collegato
con la procreazione, vengono riconosciute come appartenenti a Dio
e al suo mistero, quindi estremamente arricchite di importanza; perdere
sangue o sperma depotenzia, rende impuri, inadatti al culto (e quindi
dalla vita ordinaria della comunità) perché in tali
situazioni il sacro sta agendo in modo diretto, ponendo la persona
in una dimensione parallela a quella normale. Così possiamo
sfatare alcuni luoghi comuni: quanto la Bibbia definisce impuro comporta
in realtà uno speciale contatto con il mistero di Dio e della
vita. Solo per superficialità si può dire che la religione
(antica o attuale, anche e soprattutto cristiana) coltiva una visione
negativa o pruriginosa della sessualità umana; lo fanno piuttosto
alcune forme di spiritualismo che di cristiano hanno ben poco. Poi è giusto
che le norme religiose tocchino questi argomenti, troppo spesso considerati
tabù, perché vita e sessualità non possono essere
banalizzate: è evidente che essere appartengono a un ambito
superiore e assolutamente fondamentale sul quale l’uomo, per
quanto faccia, non ha potere assoluto ma piuttosto sperimenta la realtà del
dono ricevuto da un Altro, Colui che ha iscritto le sue regole nelle
pieghe profonde della nostra carne. La prova, infine, che regolare
la vita sessuale in chiave religiosa significa darle il pieno valore
e riconoscerle la sua estrema dignità proviene dal suo opposto:
l’uomo occidentale contemporaneo, che l’ha desacralizzata,
ne ha fatto in cambio occasione di violenza e di commercio, mettendoci
dentro aspetti del suo io deteriore.
Infine, come espressione di pentimento per le colpe commesse e della
volontà sincera di vivere seriamente gli obblighi e lo spirito
della legge di Dio, Lv 16 presenta il rituale della festa del kippur,
o Giorno dell’Espiazione, che ancora oggi è una delle
principali feste ebraiche.
La santità (Lv 17-26.27)
Anche qui occorre chiarire i termini. Per noi santità è la
qualità di ciò che è perfetto, nel senso di praticamente
inaccessibile, ammirabile forse ma non imitabile, equivale a eroismo
nell’agire. In Lv santità è regolare il proprio
quotidiano sulla base della legge di Dio, e in questo senso equivale
a essere giusti. La normativa va a toccare anche qui gli ambiti basilari
del vivere: ancora il sangue come simbolo fondamentale (Lv 17) e di
conseguenza i rapporti tra consanguinei nel clan (Lv 18 e 20), fino
a coinvolgere i rapporti con il “prossimo”, cioè in
Lv colui che appartiene alla propria tribù più ampia
(Lv 19: notare bene il versetto 18). Lv 19 è certamente una
delle vette della spiritualità biblica: l’agire corretto è motivato
dal fatto che - dice Dio - “Io sono il Signore”, colui
che nell’esodo ha fatto nascere il suo popolo (la cosa è spesso
ricordata: Lv 18,3; 19,36; 20,22-23; 22,33) e mediante la legge intende
mantenerlo in una vita serena e ordinata. Dopo una serie di altre
norme, abbiamo un calendario delle feste liturgiche (Lv 23), ancora
oggi praticate, e la normativa sul sabato, anno sabbatico e giubilare
(Lv 25) che dipende da Gen 1 ed offre una meravigliosa sintesi tra
culto onesto a Dio, giustizia sociale e rispetto per le cose del mondo,
che si trova alla base del messaggio dei profeti dell’Antico
Testamento e che noi cristiani abbiamo ereditato completamente.
Abbastanza provocante è l’espressione che dà il
tono a questi testi: “Siate santi, perché io, il Signore
vostro Dio, sono santo” (Lv 19,2), che Gesù riprende
dicendo “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro
celeste” (Mt 5,48), espressione che dice il tono di tutto il
Discorso della Montagna, carta costituzionale della comunità cristiana
chiamata ad essere popolo santo. L’equivalenza tra santità e
perfezione, nella mente di Gesù, non deve essere travisata:
non si tratta di una perfezione che l’uomo dovrebbe raggiungere
con i suoi atti (si tratterebbe della autogiustificazione contro la
quale S. Paolo nelle lettere ai Romani e ai Galati ha avuto molto
da dire), e che produrrebbe, a conti fatti, solo frustrazione. Gesù intende
anzitutto annunciare chi è Dio Padre, che è santo e
perfetto perché fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi,
perché la sua logica supera ogni misura umana; tale santità diventa
poi imperativo per il credente, il cui compito è mettersi alla
scuola di questa grandezza, senza ripiegarsi su di sé a misurare
l’entità dei propri meriti o insuccessi, ma aprendosi
alla contemplazione di un Cuore più grande e riproducendo nel
mondo qualche scintilla del suo splendore: culto in Spirito e verità,
abbandono in Dio, senso della grandezza del dono ricevuto, offerta
di sé e sequela operosa dell’unico Maestro e del suo
Vangelo.
|