Di Pier Paolo Nava

L’argomento della nostra rubrica deve tener conto dell’attualità, di una guerra in corso e che (grazie al contributo un po’ esagerato e anche un po’ terrorista dei massmedia) è entrata nelle case di tutti. Dispiace che la questione sia di fatto posta nei termini di un confronto tra due “guerre sante”: quella dei musulmani (ma Bin Laden e compagnia sono tutto l’Islam?), e quella dell’Occidente e della sua civiltà; quanto vi sia di cristiano nella nostra “guerra santa” non è dato saperlo, visti gli interessi economici in gioco in quella regione ricca di petrolio.

Spiace anche che vengano opportunamente taciuti i motivi che hanno scatenato la violenza dei terroristi; qui potrebbe tornarci utile quella affermazione che ricorre assai spesso nei Profeti delle nostre Scritture, e cioè che la pace è frutto della giustizia, e quindi la violenza, come la storia insegna, è frutto dell’ingiustizia, e attecchisce nella sopraffazione del più forte.

Spiace anche che per giustificare una guerra davanti all’opinione pubblica si usi – dieci anni fa con Saddam Hussein, oggi con i “santuari del terrore” – la prassi di demonizzare il “nemico”, un “cattivo” che prende spontaneamente il volto di tutto il mondo islamico. Questa usanza fa fortuna nelle nostre menti inconsapevoli, e si alimenta della profonda ignoranza che abbiamo nei confronti di “quelli là”. Anche l’ignoranza è ingiustizia, perché genera violenza.

Ecco allora il contenuto di questa testimonianza. Eravamo, il 20 ottobre scorso, con un gruppo interparrocchiale di circa 80 adolescenti per festeggiare l’inizio delle attività dei gruppi di catechesi; una festa che prevedeva anche un momento di preghiera. Visto che il Papa ci ha suggerito per il nuovo anno di “Prendere il largo”, con la Novo Millennio Ineunte, perché non leggere la chiamata rivolta ad Abramo a lasciare la sua patria e la sua gente? E visto che Abramo è il grande padre dei credenti, perché non leggere l’analogo episodio che viene raccontato anche nel Corano? Non si è voluto con questo mettere sullo stesso piano la Bibbia, che per noi contiene la Parola di Dio, con il Corano, ma ricordare quello che il Concilio afferma: “La Chiesa cattolica … considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini” (NA 2; il corsivo è mio).

Vorrei ora rivivere con voi quel momento; rileggere i due testi in questione, e proporre una riflessione, una meditazione fatta allora a misura di adolescente ma utile forse per tutti.

Dal libro della Genesi (12,1-4)

Il Signore disse ad Abram: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti mostrerò, affinché io faccia di te una grande nazione e ti benedica e faccia grande il tuo nome, e tu possa essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno, e maledirò chi ti maledirà, e in te acquisteranno benedizione tutte le tribù della terra”. Allora Abram partì, come gli aveva detto il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò il paese di Carran.

Corano, dalla Sura 19

Nel Libro ricorda anche Abramo: in verità, egli fu uomo giusto e profeta. Un giorno egli disse a suo padre: “O padre mio, perché adori un idolo che non sente e non vede e a nulla ti giova? O padre mio, ho ricevuto da Dio una conoscenza che tu non hai ricevuta. Seguimi dunque e ti guiderò per una via piana. O padre mio, non adorare Satana, perché Satana è ribelle al Clemente. O padre mio, temo davvero che ti colga un castigo da parte del Clemente e che tu divenga amico di Satana” Gli domandò il padre: “Vuoi abbandonare i miei déi, o Abramo? Se non desisti, certamente ti lapiderò. Ora, per un po’ vattene via da me”. Abramo rispose: “Pace su di me! Chiederò al mio Signore di perdonarti: egli infatti è sempre stato benevolo con me. Mi separerò da voi e dagli idoli che voi invocate invece di Dio, e invocherò il mio Signore. Forse, nell’invocare il mio Signore, non sarò deluso”. Così, quando si fu separato da loro e dagli idoli che essi adoravano invece di Dio, gli concedemmo Isacco e Giacobbe, e di ciascuno di loro facemmo un profeta.

Commento

Nel testo di Genesi l’accento della “vocazione di Abramo” viene posto sulla meta da raggiungere, per la quale vale la pena di fare una scelta impegnativa. La meta promessa è essere benedetti da Dio con una nuova terra e discendenza, o in altri termini: ricevere e godere libertà, felicità, pienezza di vita, sentirsi “a casa propria”, e quant’altro. Il prezzo (anzi, il mezzo) è lasciare gli affetti, la casa del padre, ciò che ti lega affettivamente al passato e che ti impedirebbe di muovere un passo nuovo. E Abramo, che nei suoi 75 anni ha uno spirito giovanile, accetta la sfida e parte.

Il Corano propone lo stesso episodio ma con una sensibilità diversa. Anzitutto, Abramo non si trova in dialogo con Dio, ma con suo padre: il discorso è più quotidiano e sperimentato, meno “spirituale” (nel senso astratto del termine) e più concreto. Siamo, in fondo, in un conflitto tra generazioni, tra la posizione di un figlio, che ha incontrato l’unico Dio e che vuole adorarlo, e quella del padre che si trova seduto e arenato nel suo passato, ad adorare gli idoli di sempre; Abramo, giovane nel suo essere adulto, vede con lucidità il pericolo dell’idolatria; il padre, adulto ma sclerotizzato, no. L’esito è negativo: i due non si capiscono, e il padre caccia via il figlio; questo allontanamento da ad Abramo la possibilità di seguire la verità che aveva ricevuto.

Entrambi i testi dicono che l’ostacolo alla partenza, al coraggio di fare una scelta di vita personale sono gli “affetti”, quelle persone o quei modi di pensare cui sei legato, che cercano di ancorarti al passato, al già sperimentato. Tuttavia, se Genesi pone lo “stress” sull’obiettivo e sulla durezza del prezzo da pagare, il Corano esalta più direttamente la scelta personale di rifiutare gli idoli, che a sua volta richiede per forza un cambiamento deciso. Come si vede, i due testi sono molto vicini, e nel loro insieme offrono una comprensione più ampia dell’episodio. Insieme ci rinviano al Vangelo che dice “Chi vuol salvare la propria vita, la perde; chi la perde per me e per il Vangelo, la trova”. Lasciare gli idoli dell’uomo vecchio, per seguire la propria strada con Dio significa crescere , ovvero trovare la vita e la pienezza, la terra promessa; rimanere nelle “solite cose – solite idee” allontana da Lui, e fa regredire, “prepensionare”.

Guardando avanti

“Prendere il largo” significa navigare in acque ampie e profonde, in un terzo millennio che si spera migliore dei precedenti. Significa magari rinunciare a credere che il mondo si riduce alle nostre mentalità, e che l’altro, il diverso, non è per forza un demonio, e che non è buono finché è utile, finché produce ricchezza (per noi) rimanendo zitto e innocuo. Significa credere piuttosto che è possibile (anzi, urgente) un dialogo basato sulla giustizia, cioè sulla pari dignità di ogni persona in quanto figlio di Dio; un dialogo che trova un luogo privilegiato nell’ascolto del patrimonio religioso comune, in cui Dio rivela tracce della sua bellezza, e in cui le società esprimono il proprio genio.

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