Di Pier Paolo Nava

Culto, purità e santità: il libro del Levitico

Questo libro, il terzo dell’Antico Testamento, non viene letto spesso dai cristiani, anche se è prezioso da vari punti di vista. Storicamente, ci apre una finestra su molti usi religiosi dell’ebraismo “classico” (quello che terminò nel 70 d.C. con la distruzione del Tempio di Gerusalemme ad opera dei romani); ci presenta la visione che ha di sé il popolo di Dio negli ultimi 500 anni precedenti l’era cristiana, cioè di una comunità consacrata a Dio e dedita a una religiosità precisa e ordinata; infine senza Lv non potremmo capire il messaggio della lettera agli Ebrei, certi passi del Vangelo di Gv, molte dispute di Gesù con i farisei e neppure il duplice precetto dell’amore con cui Gesù riassume la legge e i profeti.

Come lo stesso nome suggerisce, il Levitico si presenta come un vademecum ad uso dei sacerdoti del Tempio, ma a mio parere non esprime però una visione clericalista: lo scopo che intende raggiungere è spingere tutto il popolo di Dio, sotto la guida dei suoi sacerdoti, a permanere nella realtà del sacro, assimilandone tutta la profonda realtà.

I sacrifici e i sacerdoti (Lv 1-10)

I primi 7 capitoli sono dedicati al rituale del culto del Tempio, imperniato attorno all’idea di sacrificio, cioè di offerta di animali o vegetali: l’ebraismo classico ripudia il sacrificio umano, che invece era praticato dalle popolazioni vicine e da molte altre religioni antiche, quali quelle americane precolombiane. Il rituale è molto preciso, e il lettore può farsene da solo un’idea in modo agevole. La concezione soggiacente è duplice: la centralità del simbolo del sangue (che nell’idealità biblica significa la vita, la realtà fondamentale del mondo e che appartiene esclusivamente a Dio, e per questo il suo spargimento viene regolato da leggi religiose), e l’atto del mangiare, compiuto da Dio solo (nel rito dell’olocausto) o da Dio insieme alla gente (nel rito del sacrificio di comunione, dove parti dell’animale vengono mangiate dai sacerdoti e dagli offerenti). Anche il cristianesimo conosce il valore dell’offerta, del sacrificio personale a Dio mediante il dono di qualcosa di proprio; nella liturgia cristiana, un momento particolare della Messa è riservato proprio all’offertorio, e l’offerta di sé (consacrazione) fa dei cristiani battezzati un popolo sacerdotale.

Qua e là troviamo anche altre norme riguardanti i sacerdoti, e perfino il ricordo di un conflitto di interessi che doveva aver avuto luogo tra famiglie sacerdotali diverse (il sacerdozio infatti si trasmette di generazione in generazione) per decidere chi erano i sacerdoti legittimi e chi no (Lv 10). Altrove troviamo ulteriori norme, a volte decisamente pesanti (Lv 21,1-15). Un mio vecchio parroco, rimasto zoppo a seguito di un incidente, mi diceva che se il fatto fosse successo prima della sua ordinazione, non avrebbe potuto diventare prete (vedi Lv 21,16-21).

La purità (Lv 11-16)

La nostra mentalità situa la purità (chiamata più spesso purezza) nell’ambito morale, quindi del fare o non fare determinate cose, soprattutto in campo sessuale. Per la Bibbia invece è puro chi o ciò che può avere un ruolo nel culto, persone o cose; il suo contrario, l’impurità, non è effetto di una colpa, ma è una situazione in cui ci si trova di inabilità al culto, di solito temporanea e che può essere risolta mediante determinati riti. Molto si parla della lebbra, corruzione fisica di cose o persone (Lv 13-14), percepita come una minaccia per la vita della comunità, un male tanto grave per la vita da essere considerato impuro alla pari di ogni altra perdita di vita, come la morte. Lv 12 e 15 si soffermano sulle situazioni di impurità legate alla biologia sessuale, sia dell’uomo che della donna: l’importanza data al sangue e ad altri fluidi del corpo si ricollegano a quanto detto sopra: la vita e la sua origine, quindi tutto ciò che è collegato con la procreazione, vengono riconosciute come appartenenti a Dio e al suo mistero, quindi estremamente arricchite di importanza; perdere sangue o sperma depotenzia, rende impuri, inadatti al culto (e quindi dalla vita ordinaria della comunità) perché in tali situazioni il sacro sta agendo in modo diretto, ponendo la persona in una dimensione parallela a quella normale.

Così possiamo sfatare alcuni luoghi comuni: quanto la Bibbia definisce impuro comporta in realtà uno speciale contatto con il mistero di Dio e della vita. Solo per superficialità si può dire che la religione (antica o attuale, anche e soprattutto cristiana) coltiva una visione negativa o pruriginosa della sessualità umana; lo fanno piuttosto alcune forme di spiritualismo che di cristiano hanno ben poco. Poi è giusto che le norme religiose tocchino questi argomenti, troppo spesso considerati tabù, perché vita e sessualità non possono essere banalizzate: è evidente che essere appartengono a un ambito superiore e assolutamente fondamentale sul quale l’uomo, per quanto faccia, non ha potere assoluto ma piuttosto sperimenta la realtà del dono ricevuto da un Altro, Colui che ha iscritto le sue regole nelle pieghe profonde della nostra carne. La prova, infine, che regolare la vita sessuale in chiave religiosa significa darle il pieno valore e riconoscerle la sua estrema dignità proviene dal suo opposto: l’uomo occidentale contemporaneo, che l’ha desacralizzata, ne ha fatto in cambio occasione di violenza e di commercio, mettendoci dentro aspetti del suo io deteriore.

Infine, come espressione di pentimento per le colpe commesse e della volontà sincera di vivere seriamente gli obblighi e lo spirito della legge di Dio, Lv 16 presenta il rituale della festa del kippur, o Giorno dell’Espiazione, che ancora oggi è una delle principali feste ebraiche.

La santità (Lv 17-26.27)

Anche qui occorre chiarire i termini. Per noi santità è la qualità di ciò che è perfetto, nel senso di praticamente inaccessibile, ammirabile forse ma non imitabile, equivale a eroismo nell’agire. In Lv santità è regolare il proprio quotidiano sulla base della legge di Dio, e in questo senso equivale a essere giusti. La normativa va a toccare anche qui gli ambiti basilari del vivere: ancora il sangue come simbolo fondamentale (Lv 17) e di conseguenza i rapporti tra consanguinei nel clan (Lv 18 e 20), fino a coinvolgere i rapporti con il “prossimo”, cioè in Lv colui che appartiene alla propria tribù più ampia (Lv 19: notare bene il versetto 18). Lv 19 è certamente una delle vette della spiritualità biblica: l’agire corretto è motivato dal fatto che – dice Dio – “Io sono il Signore”, colui che nell’esodo ha fatto nascere il suo popolo (la cosa è spesso ricordata: Lv 18,3; 19,36; 20,22-23; 22,33) e mediante la legge intende mantenerlo in una vita serena e ordinata. Dopo una serie di altre norme, abbiamo un calendario delle feste liturgiche (Lv 23), ancora oggi praticate, e la normativa sul sabato, anno sabbatico e giubilare (Lv 25) che dipende da Gen 1 ed offre una meravigliosa sintesi tra culto onesto a Dio, giustizia sociale e rispetto per le cose del mondo, che si trova alla base del messaggio dei profeti dell’Antico Testamento e che noi cristiani abbiamo ereditato completamente.

Abbastanza provocante è l’espressione che dà il tono a questi testi: “Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo” (Lv 19,2), che Gesù riprende dicendo “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48), espressione che dice il tono di tutto il Discorso della Montagna, carta costituzionale della comunità cristiana chiamata ad essere popolo santo. L’equivalenza tra santità e perfezione, nella mente di Gesù, non deve essere travisata: non si tratta di una perfezione che l’uomo dovrebbe raggiungere con i suoi atti (si tratterebbe della autogiustificazione contro la quale S. Paolo nelle lettere ai Romani e ai Galati ha avuto molto da dire), e che produrrebbe, a conti fatti, solo frustrazione. Gesù intende anzitutto annunciare chi è Dio Padre, che è santo e perfetto perché fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi, perché la sua logica supera ogni misura umana; tale santità diventa poi imperativo per il credente, il cui compito è mettersi alla scuola di questa grandezza, senza ripiegarsi su di sé a misurare l’entità dei propri meriti o insuccessi, ma aprendosi alla contemplazione di un Cuore più grande e riproducendo nel mondo qualche scintilla del suo splendore: culto in Spirito e verità, abbandono in Dio, senso della grandezza del dono ricevuto, offerta di sé e sequela operosa dell’unico Maestro e del suo Vangelo.

 

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