Di don Pier Paolo Nava

Il Libro di Giona (= Gn, per brevità) si colloca come quinto dei dodici “Profeti Minori”, situati giusto al termine dell’Antico Testamento; “Minori” per la brevità dello scritto, non certo per l’importanza. Secondo alcuni esperti, Gn venne scritto dopo l’esperienza dell’esilio di Israele a Babilonia (iniziato con il 589 a.C.), probabilmente nel periodo che va dal 400 al 200 a.C. Nonostante la sua posizione nella Bibbia, Gn non è propriamente un libro “profetico”, non veicola cioè la Parola di Dio al popolo mediante la predicazione di un profeta, eccettuata la duplice parola su Ninive (Gn 1,2; 3,4). Nel suo insieme, è il racconto della vicenda di un tale israelita, altrimenti sconosciuto, alle prese con Dio; racconto che assume i contorni di quella che si direbbe una “fiaba edificante”: un racconto cioè ricco di elementi inverosimili, destinato a coinvolgere il lettore e ad offrirgli un insegnamento. Ci fermiamo proprio sui tre elementi inverosimili – inattendibili sui quali il racconto fa perno.

Giona nel ventre del grosso pesce (Gn 2,1-11)

E’ un particolare piuttosto conosciuto, e la conseguenza di quanto narrato nel capitolo precedente (Gn 1). Giona viene incaricato da Dio di portare una parola di ammonimento a Ni-nive, città ad oriente rispetto alla Terra Santa. Egli invece scappa dirigendosi per nave a Tarsis (Spagna?), giusto verso occidente. Pittorescamente, la collera di Dio prende le forme ondulate di una tempesta sul Mediterraneo; e mentre tutti sono in angoscia, Giona se ne sta a parte e dorme (lo stesso atteggiamento di Gesù in Mt 8,23-27). Viene quindi svegliato dai compagni di sventura e, secondo una prassi antica (1Sam 14,24-30.36-45, ma con lieto fine), sorteggiato come responsabile del disastro. Giona riconosce la colpa di aver ignorato l’ordine di Dio, e si fa gettare in mare perché la tempesta possa finire.

Con la tempesta Dio non intendeva punire Giona, ma riportarlo alle proprie responsabilità: ecco allora che viene inghiottito dal famoso pesce, secondo le disposizioni di Dio (2,1), dove resta “tre giorni e tre notti”, e ancora per ordine di Dio viene rigettato sulla spiaggia (2,11). Nel pesce, Giona prega con un salmo di penitenza e fiducia (2,3-10): in esso si passa dall’angoscia dell’orante che si sente perduto per sempre (versetti 3-7a), alla lode a Dio per la salvezza di cui è generoso (versetti 7b-10). Accortosi che il pesce era in realtà una provviden-ziale àncora di salvezza, Giona passa dunque dal distacco da Dio e dalla sua volontà, all’adesione piena a Lui; per questo, Dio gli chiederà ancora di partire per la stessa missione di prima: 3,1.

Il tratto della permanenza in un grande pesce, come momento di passaggio dalla morte alla vita rinnovata, è stato in seguito ripreso da Collodi nel suo ben conosciuto “Pinocchio”: il nostro simpatico burattino vi incontra definitivamente Mastro Geppetto, che tanto lo ha ama-to, e si decide a mettere finalmente la testa a posto. Nel Nuovo Testamento, Gesù stesso ap-plica a sé (alla sua morte e risurrezione) l’esperienza di Giona e il particolare dei “tre giorni” in Mt 12,38-41 (il parallelo, più sfumato, di Lc 11,29-32 individua il “segno di Giona” nella predicazione rivolta a Ninive, che suscita la conversione). Ecco come concretamente un testo biblico può continuare a vivere nel tempo attraverso diverse attualizzazioni, in base agli scopi perseguiti dai vari autori (nel caso, Matteo, Luca, Collodi).

Ninive e il suo re (Gn 3,5-10)

Eccoci allora finalmente a Ninive. Antica città (scomparsa ai tempi di Gn ormai da se-coli), capitale dell’impero di Assiria, uno dei peggiori nemici storici di Israele, che arrivò fino a distruggere Samaria e il regno di Israele del Nord nel 721 a.C., per poi essere soppiantata a sua volta da Babilonia. Da questo si può capire la riluttanza di Giona davanti all’incarico rice-vuto; e anche quando poi lo accetta, il messaggio di Giona non è più una parola di ammoni-mento come prima, ma una di aperta condanna senza remissione: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta” (3,4).

Il dato storicamente inattendibile è la sorpresa che segue: Ninive, nella persona del suo re, decide di convertirsi a Dio, rinunciando alla propria orgogliosa prepotenza e violenza, di cui andava famosa (3,5-8). Nel versetto 10 il narratore rivela il metodo seguito da Dio: egli aveva solo minacciato, non decretato il male a Ninive (come invece pensava Giona). Dio quindi sconfessa il suo messaggero, e lo fa cozzare contro un altro particolare scandaloso per della gente per bene e timorata di Dio come il nostro eroe: Dio tratta Ninive esattamente come Giona! Nonostante tutte le credenziali rispettabili (Giona è un buon israelita, Ninive è una su-perpotenza), entrambi si trovano lontani da Dio (Giona per la disobbedienza, Ninive per la violenza); entrambi vengono richiamati all’ordine mediante una terapia d’urto (Giona minac-ciato di morte in fondo al mare; Ninive minacciata di distruzione entro breve tempo); entram-bi ritornano sui propri passi (la preghiera di Giona; la conversione di Ninive). Ma proprio qui le due parti si dividono, o meglio, la storia di Giona subisce una crisi ulteriore.

Giona sotto il ricino (Gn 4,6-11)

La crisi di Giona è una crisi di coscienza falsa, falsa perché poggia su una ottica in cui Dio non trova posto. Egli viene ironicamente descritto come un bambino capriccioso, che si comporta da isterico ma non osa rivelarne al genitore il motivo vero, che esagera nei gesti e nelle parole (“Toglimi la vita, perché meglio per me è morire che vivere!”, 4,3), e che vede le proprie aspettative deluse: come fa Dio a non distruggere Ninive, quella città di malvagi e di violenti, nemica del popolo eletto, simbolo del Male e di quelli che ne hanno parte…

Pazientemente, Dio prosegue la sua pedagogia, affinché anche il nostro “pio israelita” possa arrivare a capire il suo Cuore. Ecco allora il terzo elemento improbabile del racconto: il ricino, una grande pianta a larghe foglie, che per ordine di Dio cresce in una notte e in una notte rinsecchisce tarlato da un parassita (mandato da Dio: 4,7). Dio impone a Giona un’altra dura esperienza: il passaggio brusco (in pieno deserto, al caldo e sotto l’umido khamsin, 4,8) dall’ombra ristoratrice del ricino al martellare dei raggi del sole, esperienza che trasforma il capriccio di Giona in vero dolore, stavolta: “Meglio per me morire che vivere!” (4,8). In questo modo Dio intende far capire il vero movente di tutta la vicenda che abbiamo ripercorsa: l’amore provvidente di Dio nei confronti di tutti, un amore che si mostra in un piccolo segno di tenerezza, come quello del ricino, e quindi ancor più sulla misura di una città di 120.000 abitanti che vivono nel buio pesto dell’ignoranza di cosa significhi fare il bene (le mani sono il simbolo del fare, e i niniviti “non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra”…). Un amore così largo che addirittura tiene in considerazione gli animali (4,11).

La vicenda di Giona e il lettore

Il libro di Giona termina senza certezze né lieto fine, ma con un punto interrogativo. Dio ha fatto quanto poteva, ora la palla passa nel campo di Giona, e poi fino a quello del lettore di ogni oggi.

Da quanto visto, è risultato che il vero protagonista dell’intera vicenda è Dio, padrone del tempo e delle cose (ma non delle persone!), e in particolare il suo progetto provvidente. Il quale contiene una speranza offerta ad ogni Ninive, che per noi oggi può significare tutto il meccanismo perverso che mediante l’ingiustizia operante nella violenza genera miseria materiale (magari lontano da qui) e vuoto interiore (molto più vicino). Si tratterebbe della Ninive del ripiegamento radicale su se stessi e sui propri progetti di potenza, la città delle coscienze che funzionano senza un Riferimento spazioso che allarghi l’orizzonte, trasfonda nuovo sangue, e anche critichi quanto è solo apparentemente “perbene”. Ebbene, per Ninive c’è ancora speranza!

Il libro di Giona ci offre lo spettacolo di una Volontà benefica che desidera incontrare la conversione. Una conversione che è certo, in senso negativo, rinuncia all’ingiustizia e alla violenza, in ogni sua forma; ma è pure, in senso positivo, una più retta percezione delle intenzioni di un Dio che è troppo grande per infierire sulle sue creature quando colpevoli, che pazientemente reitera il suo perdono, il suo atto di fiducia nell’altro, ritenuto capace di capire, prima o poi. Questa percezione diventa poi convinzione radicata in me, oggi e domani, nelle mie mani. La Quaresima ogni anno invita tutti i buoni Giona a recuperare il Battesimo, quella famosa rinuncia a Satana & C. e corrispettiva adesione a Dio; recupero possibile mediante una metànoia = conversione della mente, revisione dei criteri generali e dello stile su cui uno imposta la propria vita e le proprie relazioni con se stesso, con gli altri, con Dio e con le cose.

Infine, il lettore credente è un altro Giona mandato quotidianamente a Ninive, questa grande città in cui si trova forzatamente (e provvidenzialmente) a vivere, e di cui respira an-che la mentalità. Povero Giona del Terzo Millennio, senza maschera anti gas, tentato di evita-re la fatica del profeta prendendo la cittadinanza assira, oppure umiliato e schifato dalla con-sapevolezza di averla già ottenuta di fatto. Non temere: Qualcuno sta perseguendo un obiettivo migliore; Qualcuno è capace anche di ribaltare i niniviti; perfino Giona può decidersi, in un ultimo coraggioso atto di emersione dalle acque della morte, a lasciarsi fare da un Cuore più grande.

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