L’Antico Testamento, scrittura sacra per l’ebraismo e prima parte della Bibbia cristiana, è una testimonianza sul solo e unico Dio, che ha creato il modo, che lo conserva e che lo condurrà alla sua meta finale.

La Bibbia ebraica si presenta quindi come un documento monoteista. La sua fede monoteistica può essere sintetizzata da quanto Deteronomio 6,4 afferma:

«Ascolta, Israele: il Signore, il nostro Dio, è l’unico Signore»

Ma non è sempre stato così in Israele. Infatti l’acquisizione monoteista è frutto di un lungo percorso storico. I suoi indizi sono reperibile nello stesso Antico Testamento e ci mostrano che per molti secoli Jhwh non era l’unico Dio accettato e conosciuto in Israele.

Restiamo sempre all’interno del Deuteronomio. Nella versione primitiva del «cantico di Mosè», Dt 32, al v. 8 leggiamo:

Quando l’Altissimo (El Eljon) divideva le nazioni,
quando separava i figli dell’uomo,
egli stabilì i confini dei popoli
secondo il numero dei figli d’Israele.
Perché porzione di Jhwh è il suo popolo,
Giacobbe sua parte di eredità.

Stando a questo testo il capo degli dèi, di nome El, divide il mondo secondo il numero dei suoi figli e affida i figli di Israele a Jhwh. Troviamo qui il concetto di un pantheon composto da diversi dèi sotto l’egida del gran dio «El».

Nei prossimi due post cercherò di presentare il percorso storico dell’acquisizione monoteistica in Israele. Il primo sarà dedicato al periodo che va dall’inizio di Israele fino all’esilio a Babilonia, 587 a.C; il secondo prenderà in esame l’esilio e il post-esilio.

Jhwh Dio nazionale

Come punto di partenza prendiamo la monarchia di Davide e poi Salomone. Siamo attorno all’anno 1000 a.C. Con questi due re Jhwh passa da Dio tribale, legato ad alcune tribù stanziate in Palestina, a Dio nazionale, Dio di tutte le tribù facenti capo, o per libera volontà o sotto giogo, al regno di Davide e poi di Salomone.

Dopo la scissione del Nord dal Sud, da porsi intorno 930-926 a.C., Jhwh è venerato sia in Israele (il Regno del Nord) sia in Giuda (il Regno del Sud). Il culto di Jhwh è allora celebrato nei santuari reali: Gerusalemme nel Sud e Bethel, Dan e Samaria nel Nord.

Celebrare Jhwh in un santuario regale, vale a dire in un santuario di proprietà del re, significa legare insieme l’ideologia regale con il culto. Detto in altri termini celebrare il matrimonio tra corona e altare. Per capirne tutta la portata del fenomeno bisogna prima di tutto tenere a mente che nel Vicino Oriente Antico (= VOA), l’esercizio dell’autorità di un capo o di un re su una comunità o su un popolo era inteso come qualcosa di globale e non settoriale. E come se si fosse trattato di un tutt’uno tra re e popolo. In gergo esegetico si parla di personalità corporativa. Ne consegue che la vita intera di una comunità era determinata dalla vita del re. In questa prospettiva il re è dunque visto come il vicario di Dio, che garantisce il rapporto tra la sfera del divino e quella dell’umano. Tale mediazione si può esprimere con diverse idee:

a) il re stesso è considerato un dio o identificato con una divinità;
b) il re porta il titolo di «figlio di Dio»: può essere stato direttamente generato da un Dio oppure adottato da Dio al momento della sua intronizzazione. Sembra che questo fosse appunto il concetto corrente in Giuda-Israele, come appare nel Salmo 2, che celebra l’ascesa del re al trono, e in cui Dio dice al nuovo re: «Tu sei mio figlio, oggi io ti ho generato» (v. 7);
c) il re è anche chiamato «immagine di Dio», soprattutto in Egitto. L’idea di immagine raffigura la stretta relazione tra la divinità e il re: non esiste altro accesso al Dio se non attraverso la sua immagine, il re.

Il Dio nazionale, tramite il re, garantisce la salvezza e il benessere: fertilità del suolo e del bestiame. Ricopre il ruolo di giudice supremo vegliando sull’equilibrio della comunità. Dal Dio nazionale ci si aspettano atti di protezione e di aiuto, soprattutto in caso di guerra. Su questi punti la venerazione «ufficiale» di Jhwh all’epoca monarchica non si distingue molto dalla venerazione degli dèi nazionali dei popoli vicini di Israele e di Giuda.

È quindi evidente che Jhwh non è stato il solo essere divino a cui si sia reso un culto. Geremia 2,28 ci ricorda: «Infatti, o Giuda, tu hai tanti dèi quante città». Allo stesso modo i ritrovamenti iconografici dei sec. IX-VI a.C. attestano l’esistenza in Israele e in Giuda di rappresentazioni di numerose divinità. La religione ufficiale dell’Israele monarchico era perciò politeista.

Fermiamoci per alcune considerazioni sul politeismo: è stato a lungo considerato come una forma di pensiero religioso arcaico e primitivo o, al contrario, come una degenerazione di un monoteismo originario. Infatti il politeismo, nelle sue forme elaborate, compare soltanto nelle civiltà che hanno raggiunto un alto grado di complessità, tanto nella gerarchizzazione politica quanto nella differenziazione dell’organizzazione del lavoro. Il mondo complesso degli uomini si riflette allora in un universo celeste in cui sono rappresentati gli stessi settori differenziati che esistono fra gli esseri umani. Il mondo degli dèi trova perciò la sua analogia nel mondo degli uomini e serve a garantirne l’esistenza e la struttura.

Troviamo quindi nell’Antico Testamento parecchi testi, in particolare nei Salmi (Sal 82,1; 86,8; 95,3; 96,4; 97,7.9; 135,5), ma anche nel prologo del libro di Giobbe (Gb 1,6), in cui il Dio d’Israele appare come un re circondato dalla sua corte, come succede con i re terrestri. Legittimando l’ordine sociale esistente, il politeismo ha perciò una tendenza molto conservatrice.

Proiettate su questo sfondo, le affermazioni di una fede monoteistica sono sempre connesse con un movimento di contestazione, che mette in questione non solo la religione politeista, ma anche le strutture politiche che ne dipendono.

Quali sono state nella storia della fede biblica gli ambienti e i movimenti che hanno contestato la venerazione di altri dèi e difeso uno culto unico di Jhwh?

Il culto esclusivo di Jhwh

I testi biblici stessi collocano di solito la lotta per il culto esclusivo di Jhwh nel contesto dell’opposizione a Baal. Chi è Baal? In origine il termine «baal» non era un nome proprio, si trattava di un appellativo, presente in molte lingue semitiche con il significato di «padrone, «marito» o «signore» (di solito di una casa). Il titolo è stato poi rivolto al dio del temporale e della fertilità. Nella regione dell’attuale Siria veniva chiamato Hadad, mentre nella costa libanese, a Tiro aveva il nome di Melqart.

L’Antico Testamento, in alcuni suoi testi, ritrae Jhwh con le caratteristiche del dio Baal. Jhwh porta l’epiteto «colui che cavalca i cieli» (Sal 68,33; Dt 33,26) che in testi di Ugariti (l’antica città di Ras Shamra in Siria, i cui scritti incisi su tavolette di argilla ci danno una testimonianza della religione cananea alla fine del II millennio a.C.) usano spesso per Baal. Come Baal, Jhwh abita su una montagna, come lui concede la piaggia, la fertilità e il raccolto (Sal 18,8; Sal 29).

Quando collocare nell’Antico Testamento l’origine della lotta senza quartiere contro Baal? Un momento decisivo è certamente il secolo IX a.C., durante il regno di Acab, re del Nord di Israele (ricordiamo che dal 930 a.C. Israele si era diviso in due regni: il regno del Nord e quello del Sud comprendente la Giudea), discendenze degli Omridi. Questo re aveva sposato Gezabele, principessa fenicia, che ha importato dalla sua città di origine, Tiro, il culto del dio baalico fenicio Melqart, detto anche «Baal di Tiro». Non solo lo ha importato ma ha tentato di fare di questa baal fenicio la divinità protettrice della dinastia degli Omridi (cf. 1Re 16,32; 2Re 10,18-27).
Sembra essere questo il contesto del conflitto tra il profeta Elia e il re Acab, e senza dubbio anche la sanguinosa rivoluzione di Jehu che rovesciò la dinastia regnante. Questi avvenimenti hanno certamente hanno messo sul chi va là soprattutto gli ambienti profetici perché esistevano al fianco di Jhwh altri Baal, i quali esercitavano le sue stesse funzioni e potevano quindi trovarsi in concorrenza con lui, se non addirittura sostituire il culto di Jhwh.

Tali esperienze condurranno certi ambienti profetici, dapprima piuttosto marginali, a respingere la concezione regale di un Dio nazionale circondato da altre divinità (cf. quanto detto al punto precedente). Questo movimento di jahwismo radicale, esclusivista, chiamato da alcuni esegeti «movimento del solo Jhwh» (the Jhwh alone party), trova forse le sue origini in una concezione tribale ed egualitaria che risale verosimilmente all’epoca premonarchica e che sta alla base della nascita dell’identità nazionale di Israele.
Il primo teologo nell’Antico Testamento di questo movimento o partito fu il profeta Osea. Egli legge l’affacciarsi della minaccia dell’espansione assira sul Regno del Nord come il futuro giudizio di Dio. Tale giudizio è la conseguenza del fatto che Israele si dedica alle pratiche religiose tipiche del VOA: divinità diverse, stature e simboli di quegli dèi nei santuari, pratiche divinatorie ecc.
Osea per illustrare le sue accuse, conia la metafora della coppia, della relazione marito e moglie, sfruttando il fatto che marito nelle lingue semitiche è detto anche «baal». Israele, la sposa, è diventata infedele a Jhwh, suo marito, suo unico «baal». La teologia di Osea non ha molto successo nel regno del Nord, ma al momento della sua caduta con la presa definitiva da parte assira della capitale Samaria nel 722, il suo messaggio fu colto in tutta la sua portata.

Gli assiri avendo trasformato il Regno del Nord in provincia assira, hanno messo per la prima volta in discussione il concetto di un Dio nazionale. Secondo poi le pratiche di allora, il Dio di Israele fu dichiarato simbolicamente vassallo del Dio Assur, Dio nazionale degli assiri. Essi deportarono infatti in Assiria le statue degli dèi vinti, le collocarono per un certo tempo nei loro templi, poi le riportarono indietro. Con questo atto si voleva simboleggiare il fatto che gli dèi dei popoli sottomessi avevano fatto atto di obbedienza al Dio assiro.

Davanti alla caduta del regno fratello del Nord, il regno del sud sembra persino rivendicare di essere il «vero» popolo di Jhwh. Anzi la prova che il «vero» Jhwh si trovava in Giuda si saldava con la sconfitta, la caduta e il conseguente esilio del Jhwh del nord. Inoltre, quando l’assedio di Gerusalemme, iniziato dagli assiri nel 702, venne improvvisamente interrotto per motivi tuttora misteriosi, si è certo spiegata questa rinuncia come un atto esemplare di protezione del Dio Jhwh.

Il predominio assiro in Siraia-Palestina a cavallo tra il VIII e VII sec. a.C. aveva portato all’introduzione anche nel tempio di Gerusalemme, soprattutto sotto Manasse, la presenza di oggetti e di divinità assire. Bisognava spiegare questa coabitazione di Jhwh e della sua corte con le divinità del pantheon assiro. Così anche al Sud fa la comparsa il movimento del «solo Jhwh», in un contesto di resistenza anti-assira.

Verso il 630 nel VOA le cose stanno cambiando. Si fa strada la potenza babilonese che mette in crisi e poi surclasserà la potenza di Assur. In questo frangente i regni ancora autonomi della zona costiera sia israelitica che libanese, ne approfittano per scrollarsi di dosso il gioco assiro. Il re Giosia sale al trono, appoggiato dall’aristocrazia rurale che era tradizionalmente ostile al concetto di un Jhwh regale. Giosia era circondato da consiglieri che lo spinsero a iniziare una specie di riforma politica e religiosa.
I membri del gruppo riformatore si consideravano come gli eredi spirituali del messaggio del profeta Osea. Sono chiamati «deuteronomisti», poiché sono responsabili della stesura del libro del Deuteronomio che esalta la venerazione del solo Jhwh, e che ammonisce i suoi destinatari contro il culto rivolto ad altri dèi.

Il secondo libro dei Re (capp. 22-23) annota che Giosia instaurò una politica centralizzatrice: il tempio di Gerusalemme venne dichiarato unico santuario legittimo e si soppressero tutti i simboli e le statue considerate non jahwiste. Sul piano politico sono misure anti-assire, sul piano religioso è il primo tentativo ufficiale di introdurre il culto del solo Jhwh, eliminando tutte le altre divinità. La politica di Giosia non ebbe grande successo anche perché il re fu ucciso a Meghiddo (609 a.C.) in uno scontro con il re egiziano che era accorso in aiuto agli assiri in una politica sovra regionale anti-babilonese. Di questa riforma giosiana né Geremia né Ezechiele fanno riferimento.

Nei decenni a seguire, quelli che precedettero la caduta e distruzione di Gerusalemme da parte di babilonesi (587 a.C.), probabilmente in Giuda si ritornò alla tradizione religiosa nazionale.

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