La Bibbia fin dalla prima pagina ci parla di Dio. Lo chiama Elohim (così faremo anche noi) e lo presenta come colui che crea il mondo e l’umanità. Gen 1 lo conosciamo a memoria e questo ci tradisce perché rischiamo di cadere nella tentazione del «già sentito» del «già detto». Ascoltando la prima pagina della Bibbia c’è il rischio di proiettare sul personaggio divino la personale idea di Dio e della creazione. Questo è il modo migliore per tagliare le ali a un testo e rendere la lettura infeconda.

L’architettura del brano è cadenzata da ripetizioni che la strutturano. Elohim crea il mondo in sette giorni e con dieci parole. Vi sono poi dieci «opere» distribuite in sette giorni. La formula «E vide che era cosa buona» ricorre sette volte. Inoltre dei sette giorni tre godono di importanza: il primo, il quarto e il settimo, vale a dire i giorni che stanno all’estremità della settimana creazionale e quello in mezzo ad essa. Nel giorni primo Elohim crea la luce, nel quarto gli astri che ritmano il calendario e l’orologio dell’universo, e nel settimo si riposa. Questi tre giorni hanno un elemento comune: sono in relazione con il tempo.

La creazione della luce inaugura l’alternanza del giorno e della notte, che è il ritmo basilare del tempo. Gli astri hanno come funzione quella di segnalare «le feste, i giorni e gli anni». Elohim crea un «calendario cosmico». Infine nell’ultimo giorno della settimana, il settimo o shabat, Elohim si riposa. È il tempo allo stato «puro». Elohim solo «è» perché non fa più nulla. E il testo non ci dice che ci fu una sera per il settimo giorno.

Gen 1 è dominato dalla dimensione temporale. Il tempo è più importante dello spazio. È significativo, per esempio, che il brano si concluda con la celebrazione di un tempo sacro, il sabato, e non come negli antichi racconti della creazione che circolavano nel VOA (= Vicino Oriente Antico) con la costruzione di un tempio o di un palazzo dedicato al dio creatore.

Il Dio di Israele non ha un tempio, ma un tempo sacro. Dovremo aspettare il libro dell’Esodo e i capitolo 35-40 per sentire parlare della «dimora di Dio». Ma anche questa non è uno spazio statico, la tenda o dimora di Dio si muoverà con il popolo.

Concentriamoci però sull’azione di Dio nella creazione.

È uno strano personaggio Elohim in Gen 1. Il narratore decide di raccontarci la creazione, raccontando l’operato del personaggio Elohim. Qui si trova la prima cosa sorprendente. Quanto questo personaggio dice e fa nella fiction del racconto costruisce, a poco a poco, un mondo in cui tutti noi lettori scopriamo di vivere. Elohim si stacca dai qualsiasi comune personaggio che interviene e agisce solo all’interno del mondo della storia raccontata. Col suo dire e col suo fare all’interno del racconto, infatti, Elohim sistema e mette in ordine il mondo che il lettore può osservare nella realtà. Elohim trascende quindi i limiti tra fiction e realtà, mentre la fiction del racconto appare fin dall’inizio capace di influenzare la realtà del lettore.

La conseguenza immediata è che noi lettori ci troviamo di fronte a un testo che mette in gioco la nostra realtà e la interpreta. Pertanto, non siamo semplicemente «di fronte» al testo, come quando si legge una storia, ma ne siamo «dentro», tanto che possiamo riconoscere in esso, fino a un certo punto, la nostra stessa realtà.

Il personaggio Elohim opera tutta una serie di distinzioni: la luce dalle tenebre, le acque superiori da quelle inferiori, la terra asciutta dai mari, la separazione in diversi specie sia di vegetali che di animali. Lo stessa umanità è poi «fatta» come maschio e femmina.
Queste separazioni sono operate da Dio essenzialmente tramite la parola. Così, questo personaggio che non ci viene descritto in alcun modo, ci appare sotto la modalità di una parola che opera e garantisce delle distinzioni, delle separazioni. Sono queste a fondare la specificità di ongi realtà e di ogni essere ponendogli allo stesso tempo un limite. Lo fa per iscriverlo in una rete di relazioni in cui trova il proprio posto, la propria utilità, la propria fecondità.

Elohim appare perciò una voce fuori campo – tutt’altro che fuori mondo – che dice che l’uno non è l’altro, che fa e che pensa che questo è buono, molto bene. Nota caratteristica di qeuesta voce è l’onnipotenza, sia perché la sua parola gode di una sovrana efficacia, ma soprattutto perché quello che vuole e fa, si impone su tutto quello che esiste – anche nella realtà. «In questo modo, ogni entità creata non può essere diversa da quel che è, pur ricevendosi da un altrove: volente o nolente, non è autofondata» (Wénin).

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