Onnipotenza

Tutti i commentatori concordano nell’affermare che il personaggio Elohim di Gen 1 godè di un potere strarordinario nella settimana della creazione. La sua parola è sufficiente per ordinare un mondo e popolarlo. Non c’è nessuna traccia  di lotta con altre divinità (mostri, caos) come nei testi mosopotamici (Cf. poema dell’Enuma Elish)! Per rendere ragione al testo occorre cercare di vedere come vi si declina concretamente la potenza di Elohim, quali contorni assume, quali sfumature prende. In realtà, il dominio che Elohim dispiega in questo racconto assume due forme principali.

Separare e contenere

I primi quattro giorni, procedendo a varie separazioni, ordina il tempo e lo spazio in modo insieme autoritario e coerente. Ma questo dispiegamento di potenza, bisogna notarlo, non distrugge niente, neppure gli elementi del caos iniziale che potrebbero essere giudicati come negativi. Dio fa uso del suo vento come di una forza potente ma contenuta, placata, modulata in una parola creatrice (v. 2b). Allo stesso modo, non caccia via le tenebre: le iscrive in un’alternanza con la luce per ritmare i tempi della sua azione e del mondo. Neppure le acque dell’oceano primordiale scompaiono: contenute nei mari, sono integrate interamente nello spazio che Elohim dichiara «buono», mentre il cielo da solo non aveva provocato tale meraviglia (cf. vv. 6-8). Insomma, lungi dall’essere abolite, le componenti del caos, di per sé ostili alla vita, ricevono un limite e trovano il proprio posto nel quadro armonico del mondo creato. La potenza divina appare quindi come un dominio che si esercita senza distruzione, senza violenza.

Dono di vita

La seconda forma della potenza divina, dal canto suo, si dispiega nella creazione dei vegetali e dei viventi. Si esprime in un dono di vita. Questo dono è brulicante, formicolante; fa nascere una molteplicità di specie differenti. Soprattutto, le rende feconde. Le piante che la terra fa germogliare hanno in loro il seme che assicura la loro riproduzione. Gli animali del cielo e del mare, come anche l’umanità, sono gratificati da Dio con una benedizione che li invita a fruttificare e a moltiplicarsi per riempire gli spazi che sono loro propri. Così, quando Elohim dona la vita, lo fa con prodigalità, da creatore generoso che non cerca di tenere la fecondità sotto controllo, in modo che la vita possa svilupparsi senza di lui.

Nello stesso senso, si nota che il Creatore non esita a delegare il potere a certe creature. Il dominio dei tempi è affidato agli astri, che hanno l’incarico, per così dire, di perpetuare l’atto inaugurale di Elohim (vv. 16 e 18; cf. v. 4). Dal canto suo, lo spazio terrestre viene posto sotto la responsabilità dell’umanità che dovrà rendersene padrona, mentre gli animali le saranno sottomessi (vv. 26.28). Avendo in questo modo delegato il suo potere, Elohim potrà ritirarsi il settimo giorno. La sua potenza è decisamente ben poco invadente!

Uno strano ritornello

L’opera creativa e di potenza di questo personaggio è scandita da un ritornello che ritorna sette volte:

«E Elohim vide che era cosa buona/bella (Tob)!».

È una constatazione su cui il narratore insiste (sette volte): Elohim si ferma, prende le distanze per guardare quello che ha fatto, per, potremmo dire, metterlo a fuoco, oggettivarlo. Considera allora il risultato della sua parola e della sua azione, le cose o gli esseri che ormai sono altri rispetto a lui. E, per lui, è una meraviglia: kî-tób, che è buono! (Queste due parole costituiscono un «discorso indiretto libero». Il narratore vi riporta, con parole proprie, il pensiero del suo personaggio pur prendendolo a suo conto. Un modo, probabilmente, per invitare il lettore a condividere anch’egli questo stesso punto di vista).

Questa presa di distanza meravigliata non è insignificante, anzi! Indica con precisione che, nel suo atto creatore, Elohim non si accontenta di dispiegare la propria potenza per mettere ordine, trasformare, produrre, dar vita. Sa anche sospenderla per guardare meglio: per far essere ciò che ha creato, considerandolo con uno sguardo che gli apra uno spazio in cui potrà esistere. Ecco un atteggiamento che, ancora una volta, calibra il dominio dispiegato altrove nell’atto creatore.

Settimo giorno

Questo tratto costante della figura di Dio è, per così dire, consacrato alla fine del racconto dal settimo giorno. La presa di distanza e la meraviglia, sulle quali il narratore insiste al termine del sesto giorno (v. 30), sembrano svilupparsi pienamente in esso. Come se un giorno completo non fosse troppo, per questo. Rispetto agli altri, questo giorno è diverso, messo a parte, «santificato», secondo quanto dice il narratore (2,3). Elohim non vi dà ordini, non trasforma niente, non produce niente. Eppure, questo «sabato» compie la creazione: il versetto 2 del capitolo 2 lo sottolinea esplicitamente con uno stretto parallelismo in cui si corrispondono i verbi «compiere» e «riposarsi».

E Elohim compì             durante il settimo giorno                              la sua opera che aveva fatta,
e si riposò                        durante il settimo giorno di tutta                la sua opera che aveva fatta.

Secondo le regole del parallelismo ebraico, compiere e riposarsi funzionano qui come sinonimi. I traduttori greci non sembrano però averlo capito. Traducendo «E Dio compì il sesto giorno… e si riposò il settimo», rendono probabilmente le cose meno strane, ma lo fanno sacrificando alla logica la ricchezza paradossale dell’originale. Per l’ebraico, infatti, è proprio il ritirarsi di Elohim, la cessazione del lavoro, che compie l’opera di creazione mettendovi un termine definitivo. Senza questo ritirarsi del Creatore, la creazione non sarebbe compiuta.

Dominare il proprio dominio

Nel ritirarsi di Elohim emergono due elementi indissociabili. Il primo, smettendo di operare, Dio si ferma. Mette fine al dispiegamento della propria potenza creatrice, impone un limite alla propria capacità di dominio, dimostrando che domina anch’essa. In tal modo, si mostra più forte della propria forza, padrone del proprio dominio. Il secondo, Elohim manifesta che non vuole riempire tutto, ragion per cui delega il proprio potere agli astri e agli umani. In questo modo, apre definitivamente a quello che non è lui, uno spazio dal quale lui stesso si assenta. In tal modo, la creazione si compie nell’autonomia del mondo, in particolare dell’umanità custode del dominio sulla terra. Le cose non sono quindi terminate. La fine del testo lo sottolinea:

«E (Elohim) si riposò di tutta l’opera che Elohim aveva creata per fare» (2,3b).

Quando ha compiuto «tutta la sua opera» ritirandosi, non tutto è ancora fatto. Paradosso di un Dio che, per compiere la sua creazione, non la rinchiude in una perfezione sterile, ma si arrischia a lasciare punti di sospensione, manifestando di nuovo, in questo modo, il suo desiderio di non monopolizzare il controllo della propria opera. Agendo così, Elohim prepara, fin dall’inizio, il terreno propizio all’alleanza che necessita di partner autonomi, i quali scelgono di assumere i propri limiti per aprire uno spazio alla vita e alla libertà dell’altro.

Rispetto alla figura del Dio onnipotente, il ritirarsi «sabbatico» conferma, alla fine, quel che appare già ben presente durante tutto il racconto, cioè la capacità di questo personaggio di contenere la propria forza, di trattenere il proprio dominio, e il modo tutto suo di prendere distanza per aprire alle creature uno spazio completamente loro, spazio di vita per i viventi. Come scrive P. Beauchamp, «il sabato sottolinea ancora la dolcezza al cuore dell’immagine di Dio. Legge di dolcezza che corregge le proiezioni di un Dio superpotente, confuso con il nostro sogno di superpotenza, vale a dire un Dio a nostra immagine». In questo senso, «l’onnipotenza» di Dio altro non è che la mitezza di colui che rimane padrone anche della propria potenza. Non la mitezza di un debole che non ha altra scelta, ma la mitezza che è forza più forte della forza, quella di cui l’autore della Sapienza di Salomone afferma, rivolgendosi a Dio (Sap 12,16-18a):

La tua forza è principio della tua giustizia
e il tuo dominio su tutti ti fa usare di clemenza verso tutti.
Dimostra la sua forza,
colui il cui potere assoluto è messo in dubbio […].
Ma tu, tu domini la tua forza, e giudichi con serenità
e ci governi con tanta clemenza.

Questo è Elohim bereshît, «in principio», «fondamentalmente». Ecco anche quello che fa quando può dispiegare il suo agire senza che niente venga a ostacolare i suoi progetti.

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