Nel Vangelo della terza Domenica di Avvento leggiamo questa ritratto di Giovanni Battista:

Egli [Giovanni Battista] venne come testimonianza per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce (Gv 1,7-8)

Il termine che si ripete è testimonianza (martyría). L’evangelista Giovanni non usa mai il termine ‘martire’ per qualificare un personaggio del suo vangelo, ma preferisce sempre il verbo: rendere/dare testimonianza. Inoltre il sostantivo ‘testimonianza’ (martyría) ha il significato di prova, attestazione, verifica. In Giovanni manca il sostantivo ‘martire’.

Ciò permette di comprendere quale fosse nella comunità giovannea la comprensione della testimonianza: essa non è una qualità personale, ma è l’azione precisa del discepolo nel riferirsi a qualcun altro in tutto ciò che dice e fa. Quando Giovanni scrive il suo vangelo, intorno al 100 d.C, la chiesa era attraversata dalla persecuzione, ma martire non è colui che muore, ma colui che fa della sua vita un continuo rimando ad un altro più grande, che deve crescere (cf. Gv 3,30).

Nell’ottica del quarto evangelista la testimonianza non è quindi assimilabile alla coerenza di una persona eticamente corretta; né è la convalida di un fatto o di una parola ritenuta come vera. E neppure è riducibile al solo mettere a rischio la propria vita per confessare la fede in Cristo.

Rendere testimonianza, invece, è per prima cosa non parlare di sé, ma di un altro che si è scoperto più grande e più importante. In altre parole accettare di essere sempre un ‘secondo classificato’, perché si sa chi è il ‘primo’. Questo non è un concetto tanto facile da digerire e ancor meno da vivere, specialmente in una società, come la nostra, che ha fatto dell’apparire ‘primi’ e originali sopra tutti gli altri una ragione che fonda l’autocoscienza e la propria stima. Nel nostro mondo un ‘secondo’ è sempre un perdente.

Questo tratto della testimonianza presente nel vangelo di Giovanni ci rimanda ad una dimensione fondante dell’essere discepolo/a: si è seguaci di un unico maestro, che rimane sempre il punto di riferimento essenziale per ogni uomo. Essere discepolo/a significa imparare a vivere la propria umanità nella comunione di molti che si riconoscono come interlocutori affidabili e solidali, perché tutti ‘secondi’ dopo l’unico che è primo.

Il Battista è così da una parte è il modello del discepolo che è sempre ‘dopo’ il maestro, dall’altro è il modello di educatore in quanto ha saputo riconoscere chi è veramente grande, e anche se viene dopo (cf. Gv 1,27) ha il coraggio di cedere a lui il primo posto.

Per tale coraggio Gesù dichiara che «tra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni Battista» (Mt 11,11). La grandezza del precursore è stata consacrata dalle stesse parole di Gesù non per le sue opere o la sua ascesi, ma per la sua capacità di riconoscere il Cristo presente e di indicarlo come il più importante, perché è l’unico capace di togliere il peccato del mondo.

T.R.

 

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