8 Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. 9 E disse al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. 10 Facciamoci più scaltri di lui per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese». 11 Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses. 12 Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva oltre misura; si cominciò a sentire come un incubo la presenza dei figli d’Israele. 13 Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d’Israele trattandoli duramente. 14 Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi: e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza.

I figli di Israele di Es 1,1 sono diventati, in un tempo indeterminato, un gruppo potente e numeroso che riempiva il paese, realizzando in parte la promessa che Dio fece ad Abramo e ai patriarchi (cf. Gen 12,1; 26,24; 28,14). Tutto questo l’avevamo visto nel precedente articolo.

La promessa è ora però minacciata un «nuovo re» (v. 8). Il narratore lo introduce in modo incisivo. Non viene indicato neanche il nome. Infatti, il titolo faraone non è un nome proprio di persona come Seti I o Ramses II o Merneptah, ma in origine era un titolo o un formula protocollare (Per-âa = la casa grande), designava il palazzo, la corte e la dinastia. Il punto focale è posto su di lui, non soltanto come figura storica, ma anche come simbolo delle forze anticreazionali di morte che si oppongono al Dio della vita. L’attenzione del narratore è sulla riposta di questo re alla straordinaria attività creatrice di Dio. È un combattimento titatino e mortale in cui è in gioco non solo il futuro del popolo ma anche quello della creazione.

La paura dell’altro

L’unico dato descrittivo che il narratore lascia trapelare sul re è «che non aveva conosciuto Giuseppe». In questo caso «Giuseppe» è più di un semplice riferimento a una persona; si tratta di colui nel quale e mediante il quale Dio ha conservato il popolo in vita, compreso quello egiziano (cf. Gen 45,5-7; 50,20). Il re d’Egitto non solo non ha conosciuto Giuseppe (v. 8), ma non conosce neppure Jhwh (Es 5,2: «Chi è il Signore, perché io debba ascoltare la sua voce per lasciar partire Israele? Non conosco il Signore e neppure lascerò partire Israele!»). Nel racconto delle piaghe (Es 7,9), egli appare come una persona che non ammette limite alcuno al proprio potere e che si oppone al piano di Dio. «Conoscere» (ebr. yada’) significa più di una conoscenza superficiale o un essere informati su; indica piuttosto un rapporto profondo in cui è coinvolto l’impegno di coloro che si conoscono e un genuino interesse per il reciproco benessere dell’altro. Ecco perché il verbo indica anche l’unione fra uomo e donna. Il re d’Egitto non conosce, mentre Dio conosce, ciò porta a due modi di agire profondamente diversi. Il non conoscere ha come conseguenza l’oppressione del popolo (vv. 9-10), mentre il conoscere porterà alla liberazione della schiavitù e alla salvezza.

I vv. 9-10 presentano la situazione così come è percepita dal re d’Egitto. Se il narratore al v. 7 aveva salutato come una benedizione la crescita prodigiosa del popolo, il nuovo re la considera un problema. Egli sente la presenza degli figli di Israele come un pericolo, è attanagliato dalla paura. Il discorso del sovrano è un atto pubblico allo scopo di mostrare che è in gioco il futuro del paese d’Egitto. Egli presenta la crescita del popolo come una minaccia per tutti gli egiziani, tutti da lì a poco potrebbero scomparire sotto un «meticciato» incolore. Si inizia a sentire la presenza dell’altro non come aiuto ma come minaccia. Se il loro incremento demografico non viene fermato, essi potrebbero costituire una quinta colonna in caso di guerra e fuggire. Gli ebrei diventeranno un problema di sicurezza nazionale. In virtù allora di ciò che oggi si chiamerebbe il «principio di precauzione o prevenzione», il re d’Egitto impone ai figli di Israele dei «sovrintendenti ai lavori forzati», che rendono loro dura la vita.

Il discorso del re presenta al suo interno una sottile ironia, perché è il primo a riconoscere i figli d’Israele come un «popolo», conferendo così a loro quello status che solo alla fine del cammino dell’esodo essi acquisteranno. La decisione del faraone di agire con scaltrezza («Facciamoci più scaltri» v. 10) si dimostrerà una follia. Infatti la sua politica si volgerà sempre a vantaggio di Israele. Gli sforzi del faraone condurranno alla fine a una situazione che è esattamente opposta alle sue intenzioni. Le città-magazzino costruite con l’intento di proteggere la vita (Gen 41,34-36) sono qui volte a strumento di oppressione e morte. Infine l’espressione «partirà dal paese» (letteralmente «salire dal paese», ‘alah = salire) è esattamente quella impiegata in Es 13,18 con cui si descrive l’uscita del popolo dall’Egitto. Il faraone, dicendo molto di più di quanto conosce, anticipa nelle sue parole l’uscita-liberazione futura.

 

 

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