Un lavoro da schiavi

Il re non perde tempo nell’attuare la sua nuova politica. Le sue paure prendono la forma di un sistema oppressivo (v. 11). Gli israeliti sono costretti a partecipare alla costruzione di «città-deposito», con i loro palazzi, santuari e magazzini (v. 11). Le città di Pitom e Ramses erano situate nella regione del delta del Nilo e rientravano in un progetto di sviluppo dell’intera area, portato avanti dalla XIX dinastia. Bisogna precisare che esse sono utilizzate dal narratore fondamentalmente come simbolo di oppressione, anziché come un tentativo di radicare l’avvenimento nella realtà storica. Inoltre i figli di Israele devono preparare l’argilla e produrre mattoni a migliaia. Vi era «ogni sorta di lavori nei campi» e «a tutti questi lavori li obbligarono con durezza» (v. 14).

Il narratore ricorre a due verbi particolarmente significativi per ritrarre l’oppressione.

Il primo è tratto dalla radice ‘anah (Es 1,11.12), che esprime l’umiliazione dell’altro; è un rendere dura la vita al debole piegandolo fisicamente, corporalmente e anche moralmente, nella sua dignità. Da questa radice derivano i sostantivi ‘anawa(im) e ‘ani = povero/afflitto, e ‘anawah = povertà/umiliazione.

Il secondo è espresso dalla radice ‘abad, che nella sua accezione positiva significa «servire», mentre in quella negativa «essere schiavo, essere asservito». L’esodo giocando su questo ultimo termine può descriversi come il passaggio dalla schiavitù (‘abad negativo) al servizio (‘abad positivo) di Jhwh come fa Auzou nel suo commento al libro (G. AUZOU, Dalla Servitù al servizio. Il libro dell’Esodo (Lettura pastorale della Bibbia), Bologna 1976).

Quasi a voler immedesimare il lettore in questa schiavitù, il narratore ripete cinque volte questa radice nei vv. 13-14 che riproduciamo letteralmente:

«Gli egiziani asservirono i figli di Israele con brutalità. Resero amara la loro vita con una dura servitù nell’argilla, nei mattoni e con ogni sorta di servitù nei campi; a tutta questa loro servitù essi furono asserviti con brutalità».

L’Egitto, che era stato luogo dell’ospitalità al forestiero che cercava protezione a causa della carestia, diventa ora casa della servitù/schiavitù (bet ‘abadim) da cui Jhwh farà uscire il suo popolo (cf. Es 13,3.14; Dt 5,6 ecc.). Evocare l’Egitto significa dunque parlare di ogni situazione di peccato e di oppressione.

La scaltrezza del faraone alla fin fine non paga. Infatti, non senza una certa ironia, il narratore mostra come questa politica repressiva abbia effetti contrari a quelli desiderati: «ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva oltre misura» (Es 1,12), facendo aumentare a dismisura la paura del Faraone che, ora, raggiunge la forma di un incubo insopportabile per la presenza dei figli di Israele. A cosa o a chi addebitare questo fallimento? Chi è all’origine di questa straordinaria fecondità? Il lettore è rimandato, implicitamente, al soggetto primo della fecondità, Dio.

Il quadro di Es 1,8-14 si potrebbe intitolare: l’impossibile convivenza. Invece di trasformare la presenza degli Israeliti in una occasione per costruire un futuro comune, come era stato ai tempi di Giuseppe, il Faraone mette in atto, per paura, un processo che porterà alla loro eliminazione. Il piano del re d’Egitto è in contrasto con quello di Dio, che nonostante la schiavitù continua a moltiplicare il popolo. La paura non solo porta a rendere schiavi gli altri, ma alla fine conduce alla morte. Quale dei due piani si realizzerà sarà l’oggetto della trama successiva.

 

 

 

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