La disobbedienza che salva

Questa pulizia etnica viene affidata a due levatrici, di cui il narratore ci offre i nomi: «Sifra» (shifra «la bella») e Pua (puàa «splendore o ragazza»). Per la prima volta, sulla scena appaiono due donne, sono le prime di una galleria di personaggi femminili, che, pur secondari, svolgeranno una funzione decisiva, sovversiva e salvifica nei capitoli successivi, sempre a favore della vita (cf. la sorella di Mosè, la figlia del Faraone ecc.).

Le due donne egiziane, di professione levatrici, rendono vano il tentativo del Faraone: chiamate a uccidere, esse invece, senza mettersi a discutere o a rendere pubblici i loro sforzi, adempiono in pieno alla loro professione: fanno venire alla luce! In un mondo dominato dalla paura, dall’oppressione e dalla potenza del Faraone, la ribellione parte dalla debolezza. Da dove questo coraggio per sfidare l’autorità del Faraone? Una frase del testo chiarisce l’origine della loro forza: «le levatrici temettero Dio» (Es 1,17). La loro decisione viene presa sulla base della loro fiducia nel Dio creatore, il Dio della vita. L’espressione timore di Dio non significa paura di Lui, ma esprime consapevolezza della presenza di Dio nella vita degli uomini. Il timore di Dio, presentato altrove come principio della sapienza (Pr 1,7), è ciò che permette alle donne di opporsi alla sapienza omicida del Faraone e di rifiutare il progetto di morte. La sapienza delle donne, frutto del timore di Dio, risalta bene nella risposta che esse danno al Faraone, che indaga sulla loro disobbedienza: «Le donne ebree non sono come le egiziane: sono piene di vitalità: prima che arrivi presso di loro la levatrice, hanno già partorito!» (Es 1,19).

[Continua…]

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