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Nella prima tavola del dittico è descritto il giusto e la sua via, prima negativamente (v. 1) poi positivamente. Vi è una progressione dei verbi al v. 1, che traccia con finezza psicologica la tentazione e la caduta. Il primo verbo è semplice «entrare», «seguire»; esprime curiosità a livello epidermico nei confronti del male.

Segue poi «indugiare», che è un fermarsi in ascolto per arrivare alla fine alla partecipazione totale, alla connivenza totale e abituale dettata dal «sedere nel consesso dei diffamatori, cioè degli empi». Il giusto è colui che sa vincere questa tentazione in tutti i suoi gradi.
Segue poi il positivo della «via del giusto» (v. 3). Essa si fonda sulla adesione alla legge, alla torah, che non è una l’elenco sterile di norme, di precetti e di prescrizioni, ma è il mostrarsi di Dio a cui deve rispondere l’uomo con la sua libertà. Per due volte è ripetuto il vocabolo «legge» quasi a sottolineare la sua centralità. Si tratta di una celebrazione intensa della parola di Dio, e quindi della Bibbia.
L’immagine della vita del Giusto è un albero piantato (v .3). In un panorama desertico e assolato com’è quello palestinesi, un albero verdeggiante e carico di frutto, posto lungo una corrente viva di acqua, diventa un simbolo parlante di gioia, di prosperità e nell’ottica della retribuzione di giustizia premiata.

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