Grido di vittoria

I versetti conclusivi segnano un cambio di situazione e quindi di tono. Sono, infatti, pervasi dall’esultante certezza che il Signore non abbandona e che già nell’amarezza presente sono nascosti germi di liberazione che già danno i propri frutti (vv. 9-11). La fede ha una forza che trasforma il dolore in gioia, la disperazione cede il passo alla fiducia. Le labbra non si chiudono mai in una specie di sepolcro alla preghiera, nonostante l’assurdo e l’abbandono.

Il salmista accenna al rossore dei nemici (v. 11). Alcuni esegeti hanno proposto che l’orante si riferisca ai cultori della magia nera che l’hanno colpito coi loro rituali da malocchio, molto diffusi nella Vicino Oriente Antico (VOA). La spiegazione è però un po’ sofisticata. Probabilmente il senso è molto più generico e rimanda a tutti coloro che, approfittando dell’estrema desolazione del malato, insinuano una poco fede nel sofferente oppure una insufficiente capacità di agire in Dio. Mutuando le parole del Sal 42,4.11 i nemici bisbigliano: «Dov’è il tuo Dio?».

Questi nemici si possono individuare nei visitatori impassibili del malato. Questi come, come gli amici di Giobbe, con tutta la loro distaccata sicurezza sentenziano il caso senza partecipare in alcun modo al dolore della vittima.

Il salmista è certo di avere un difensore che farà piazza pulita delle ipocrisie dei suoi visitatori. Tutti resteranno sbalorditi, tanto da indietreggiare, davanti all’azione liberatrice e risanatrice di Dio.

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