בְּרֵאשִׁית בָּרָא אֱלֹהִים אֵת הַשָּׁמַיִם וְאֵת הָאָרֶץ׃

1In principio Dio creò il cielo e la terra.

I primi due versetti presentano una difficoltà di traduzione e interpretazione a motivo della frase ebraica. Così come sono formulati nella Bibbia CEI con il v. 3 formano delle proposizioni indipendenti. Tale traduzione, suffragata da Is 46,10, interpreta Gn 1,1 come una dichiarazione assoluta della creazione, atto decisivo di Dio: «In principio Dio creò». I vv. 2-3 descrivono poi come ciò avvenga.

Un’altra interpretazione considera Gn 1,1 la proposizione riassuntiva di tutti gli eventi descritti nei versetti successivi (Gn 1,2-31). Di conseguenze Gn 1,1 risulta esser una sorta di titolo dell’intero capitolo. La possibile traduzione è la seguente: «In principio Dio fu il creatore del cielo e della terra». Ciò che poi significa «creatore del cielo e della terra» è raccontato con dovizia di particolari nel prosieguo del capitolo.

Una terza lettura è quella che interpreta Gn 1,1 come una proposizione subordinata alla principale che si trova in Gn 1,2, per cui si ha: «In principio quando Dio creò… la terra era informe…». Il primo a proporre questa lettura fu Ibn Ezra, recentemente è stata ripresa da W. Gross ((W. Gross, Syntaktische Erscheinungen am Anfang althebräischer Erzählungen: Hintergrund und Vordergrund, in J.A. Emerton, ed., Congress Volume – Vienna 1980 (VTSup 32), Leiden 1981; Gross, Syntaktische Erscheinungen, 131-145, in particolare 142-145.)). Su questa linea un’altra soluzione è quella che vede nei versetti 1-3 lo schema sintattico antefattoinizio della narrazione ((Cf. A. Niccacci, Sintassi del verbo ebraico nella prosa biblica classica. (SBF Analecta 23), Jerusalem 1986, § 18.)). Secondo questo schema i versetti 1-2 costituiscono l’antefatto mentre il versetto 3a l’inizio della narrazione determinato dalla presenza del wayyiqtol narrativo.

Complessa risulta essere la relazione tra il primo e il secondo versetto. La frase berēʾšît bārāʾ ʾĕlōhîm va analizzata come uno stato costrutto in cui il nomen rectum è un verbo finito: «all’inizio di Dio-creò…», cioè: «quando Dio cominciò a creare…» ((Cf. Gross, “Syntaktische Erscheinungen”; vedi anche GKC, § 130d. Sulla frase preposizionale «in principio» cf. J. L’Hour, Ré’shît et beré’shît encore et toujours, in Bib 91 (2010), 51-65.)). I due versetti poi vengono a formare una proposizione indipendente, come avviene in altri casi in cui la narrazione è introdotta con frasi di antefatto. Ne consegue che il v. 1 funziona da protasi con valore temporale, mentre il v. 2 è l’apodosi. Abbiamo quindi la seguente traduzione:

«1Quando Dio cominciò a creare il cielo e la terra, 2la terra era informe e deserta, la tenebra era sopra l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sopra le acqua. 3Allora Dio disse…»

Così evidenziata la struttura sintattica dei primi versetti di Gn 1 è simile a quella dei racconti di creazione del VOA (= Vicino Oriente Antico). Ad esempio l’inno babilonese Enuma Elish ha un inizio simile:

«Quando il cielo di sopra non era stato ancora chiamato … Quando ancora nessun dio era manifestato… Allora gli dei sono nati fra loro».

La nostra scelta è per quest’ultima ipotesi che spiega bene le relazione fra le diverse proposizioni, cogliendo bene la natura dei versetti 1-2, il loro funzionare da antefatto vale a dire da esposizione.

Al di là delle soluzione possibili qui il testo fa una affermazione teologica importante: Dio è il creatore e il mondo ha avuto un inizio. Al centro di questa affermazione teologica c’è il verbo «creare» bārāʾ, che è utilizzato nell’AT 48 volte sempre con Dio come soggetto. Frequente soprattutto in testi esilici e postesilici come il Deutero-Isaia (16 volte), Ezechiele, i testi di ispirazione sacerdotale e i Salmi in maggioranza attribuibili allo stesso periodo (Sal 51,12; 102,19; 104,30; 148,5). Tali ricorrenze rilevano lo stretto contatto tra il verbo bārāʾ «creare» e l’ambiente liturgico/cultuale. Solo a partire dall’esilio (cf. Is 40–55) il verbo sarà utilizzato per indicare la creazione ((Le attestazioni del verbo bārāʾ nell’A.T. sono: Is 4,5; 40,26.28; 41,20; 42,5; 43,1.7.15; 45,7(2x).8.12.18(2x); 48,7; 54,16(2x); 57,19; 65,17.18(2x); Gn 1,1.21.27(3x); 2,3.4a; 5,1.2(2x); 6,7; Sal 51,12; 89,13.48; 102,19; 104,30; 148,5; Ez 21,35; 28,13.15; Es 34,10; Nm 16,30; Dt 4,32; Ger 31,22; Am 4,13; Ml 2,10 Qo 12,1.)).

Nei rari testi preesilici, dove compare, il verbo non si riferisce alla creazione ma ad un evento storico sempre operato da Dio; assume quindi il significato di «operare qualcosa di straordinario», «di nuovo», «di sorprendente», «di inaudito e meraviglioso», ad esempio in Es 34,10 il verbo esprime l’«operare meraviglie»:

Io farò meraviglie quali non furono mai compiute (bārāʾ) in nessun paese e tra nessun popolo.

In Nm 16,30 l’espressione berîʾâ yivrāʾ significa «fare un’azione portentosa, prodigiosa» e in Ger 31,22 si tratta di «fare/creare una cosa nuova (bārāʾ Yhwh ḥădāšâ)». Riferire questo verbo alla creazione e soprattutto alla creazione dell’uomo (Gn 1,27; 5,1.2; 6,7; Dt 4,32; Is 43,7; 45,12; Ez 28,13.15; Ml 2,10; Qo 12,1; Sal 89,48) significa qualificare l’uomo come la grande meraviglia operata da Dio, è la meraviglia delle meraviglie. Essendo poi un verbo che indica un’azione che solo YHWH può compiere e non un uomo, è evidente che bārāʾ non designa un’azione che possa essere materialmente descritta o paragonata ad attività umane: bārāʾ non è in relazione con nessuna concezione concreta di conseguenza. Gn 1 non ci dice nulla sulla modalità, sul «come» della creazione.

Se guardiamo all’uso del verbo nella sfera storica, esso designa un rinnovamento o un intervento prodigioso operato da Dio, l’accento viene posto sul novum e non sul fatto che prima non ci fosse nulla. Ecco perché l’affermazione «Dio creò i cieli e la terra» non dice nulla di meno della nostra: «Dio ha creato il mondo dal nulla». Anzi l’espressione biblica ha una maggiore densità di significato senza ricorrere al linguaggio aporetico del nulla. Cercare quindi in Gn 1,1 l’affermazione della creazione dal nulla è fare ad esso una domanda sbagliata, perché non ci dà alcuna soluzione. Infatti la nostra idea di materia è una astrazione che non fa parte del bagaglio di pensiero dell’autore sacro ((Cf. G. Borgonovo, Genesi, La Bibbia Piemme, Casale Monferrato (AL) 1995, 70.)).

Il soggetto del verbo creare è Dio appellato con il termine ʾĔlōhîm. Il nome divino è la forma plurale di ʾĔlōah e probabilmente la si deve ricondurre al nome comune semitico per la divinità ʾEl. Questo nome è attestato nella lingua accadica con il termine Ilū. Nell’ebraico biblico la forma ricorre tanto al plurale che al singolare e si può riferire all’unico Dio di Israele, in questo caso porta l’articolo e il verbo è al singolare, oppure a una falsa divinità, maschile (cf. Gdc 11,24; 1Sam 5,7) o femminile (cf. 1Re 11,5), oppure a più dèi, in questo caso viene aggiunto l’appellativo «déi stranieri» (ʾĕlōhîm aḥērîm). Essendo il soggetto grammaticale della maggior parte delle proposizioni di questa pagina, ha un connotato teologico estremamente forte ((Cf. GLAT, I, 511-550; DTAT, I, 124-130.)): l’unicità e la sovranità assoluta di Dio sono sottolineate come nel testo di Is 44,24:

Così dice il Signore, che ti ha riscattato e ti ha formato fin dal seno materno: «Sono io, il Signore, che ho fatto tutto, che ho spiegato il cielo da solo, ho disteso la terra; chi era con me?».

L’oggetto della creazione di Dio sono i «cieli e la terra», cioè tutto l’universo, si tratta di un merismo che citando gli estremi racchiude il tutto ((Cf. J. Krasovec, Merism – Polar Expression in Biblical Hebrew, in Bib 64 (1983) 231-239. L’espressione indica nelle culture semitiche anche l’intero universo cf. M. Ottosson, GLAT I, 351-860; L.I.J. Stadelmann, The Hebrew Conception of the World. A Philological and Literary Study (Analecta Biblica 39), Rome 1970, 1-2.)). L’espressione è ripresa alla fine del brano in 2,4a: «Queste le generazioni del cielo e della terra quando furono creati (passivo divino)», e così la narrazione si apre e si chiude con l’evocazione del Dio creatore del cielo e della terra, titolo di chiara risonanza liturgia, basti ricordare la ricorrente espressione salmica: «il Signore che ha fatto cielo e terra» (Sal 115,15; 121,2; 124,8; 134,3; 146,6), formula riecheggiata dal factor coeli et terrae del Credo ecclesiale.

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