Leggendo i vangeli ci imbattiamo spesso nel termine Legge, è la traduzione italiana del termine greco nomos che a sua volta traduce il termine ebraico Torâ.

Il vocabolo ebraico lo si potrebbe rendere forse più correttamente con il termine “insegnamento”. Infatti la radice verbale di Torâ esprime l’azione di “istruire”. Il verbo contiene inoltre l’idea di mirare a un bersaglio, di scagliare una freccia, di indicare una direzione. I rabbini, che sono gli studiosi ebrei della Bibbia, sottolineano l’assonanza con il termine “concepire” e il rapporto evocativo con le radici luce e fuoco.

La Torâ è dunque “insegnamento” inteso come via che conduce alla meta, forza e luce che permettono di raggiungerla. Non è un caso che Gesù, nel vangelo di Giovanni si definisce come «la via, la verità e vita», ovvero come quella Torâ (via) che conduce alla verità e alla vita.

Nella Bibbia ebraica (TaNaK), che corrisponde al nostro Antico Testamento, il termine Torâ non viene impiegato per indicare le leggi, ma i primi cinque libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio; raccolta conosciuta anche con il nome di Pentateuco.

La Torâ ebraica assume un valore fondamentale, dato che è percepita come la presenza viva del Signore in mezzo al suo popolo, una Presenza che forma, istruisce, guida, una presenza che riconduce l’essere umana alla propria identità originaria: essere “figlio” perché «immagine e somiglianza» di Dio (Gen 1,26).

La Torâ è segno dell’amore umile e paziente di un Dio che accetta di farsi piccolo e di assumere la debolezza del linguaggio umano per farsi dialogo. Nella festa settimanale dello Shabbat, la Torâ è accolta come una “sposa” e ogni momento della vita d’Israele è ritmato da essa, come ben evidenzia il libro del Deuteronomio:

«Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi» (Dt 6,6-8).

La Torâ è affidata da Dio all’israelita perché la faccia propria nello studio e nella preghiera e la realizzi nel culto a Dio e nella giustizia sociale fondata sull’amore. Per questo le altre porzioni della Bibbia ebraica — la “profezia” e gli “scritti” — possono essere comprese solamente alla luce della Torâ.

La tradizione ebraica custodisce il suo amore per la Torâ in detti pregnanti:

Nella Mishnah, Avot 1.1 si legge:

«Girala e rigirala (la Torâ), poiché in essa vi è tutto; contemplala, invecchia e consumati in essa, ma da essa non ti allontanare, poiché non vi è per te porzione migliore».

E nel Talmud di Babilonia, Berakot 6a, leggiamo:

«Se anche un uomo solo si siede per occuparsi della Torâ, la presenza divina è con lui».

La Torâ porta a Dio perché porta Dio all’uomo!

COMMENTA