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Al primo impatto con Genesi 1 si ha la netta sensazione di trovarci davanti più che ad un racconto ad una liturgia solenne ritmata da una serie di ripetizioni. Infatti, se leggessimo il testo con in mano uno stock di evidenziatori di diversi colori, ci accorgeremmo una volta giunti al termine di quanti vocaboli e frasi sono ripetuti.

Il gioco dei numeri

Al tempo in cui il testo fu scritto, la ripetizione era un’arte sopraffina con cui si dimostrava la cura riversata alla composizione del brano. Era posta attenzione al numero di parole che componevano il versetto, perché rivestivano una propria funzione simbolica. In antichità il numero non aveva solo funzione quantitativa, ma anche qualitativa: poteva esprimere ad esempio perfezione, armonia come il numero sette o cinque, oppure imperfezione disarmonia come il numero sei.

I numeri che dominano il brano sono il sette e il cinque con i loro multipli: sette sono i giorni della settimana, sette sono le parole del primo versetto e quattordici quelle del secondo. Formule del tipo «Dio vide che era cosa buona», «e così avvenne», «Dio fece» ritornano ciascuna sette volte; il nome di Dio (Elohîm) ricorre 35 volte (7×5); i termini importanti come «cielo», «firmamento» e «terra» tornano 21 volte (7×3). L’ultimo giorno, il settimo, comprende tre espressioni di 7 parole ciascuna (7+7+7). Sul numero cinque si giocano le seguenti ripetizioni: 10 volte le espressioni «e Dio disse» e «secondo la sua specie»; i termini «cieli», «fare», e «seminare» (zāraʿ); per cinque volte ritornano i vocaboli «chiamare», «separare», «vivente», «luce» e «luminari». Sono solo alcuni degli innumerevoli esempi che potremmo citare.

L’armonia del creato

La frase ripetuta «E fu sera e fu mattina…» suddivide il racconto della creazione in sei giorni più uno: sei sono i giorni di lavoro e uno quello di riposto. I sette giorni sono introdotti da alcune informazioni circa la situazione prima della creazione. Così si ottiene il seguente schema ((Lo schema è ripreso da A. Wénin, Da Adamo ad Abramo o l’errare dell’uomo. Lettura narrativa e antropologica della Genesi. I Gen 1,1-12,4 (Testi e commenti 14), Bologna 2008, 15. Uno schema simile lo propone anche E. Bianchi, Adamo, dove sei? Commento esegetico-spirituale ai capitoli 1-11 del libro della Genesi, Magnano (BI) 1990, 104, evidenziando l’ordine creature immobili e mobili.)).

Introduzione:
terra tohu-bohu: tenebra, abisso, vento (Gen 1,1-2)

Giorno Opera Separazione – immobili
il quadro
Ornamento – mobili
il popolamento
Opera Giorno
I 1 Luce-Tenebre
separazione giorno-notte
[tenebre]
Luminari
separazione giorno-notte
calendario
5 IV
II 2 acque in alto – in basso
volta del cielo [abisso]
animali del cielo
e d’acqua: pesci-uccelli
6 V
III 3 terra secca – mari animali terrestri 7 VI
4 piante della terra
[terra]
umanità
piante = cibo
8

Conclusione = settimo giorno
Dio compie la sua opera

 

Iniziamo leggendo lo schema verticalmente. La colonna di sinistra corrisponde ai primi tre giorni. In essi Dio opera essenzialmente per mezzo di separazioni: distingue luce e tenebre, poi separa lo spazio, prima verticalmente (alto e basso), poi orizzontalmente (acque e terra). Le diverse separazioni vengono esercitate, l’una dopo l’altra, sugli elementi del caos iniziale descritto al versetto 2: il primo giorno, si tratta della tenebra dalla quale Dio separa la luce; il secondo giorno, la volta divide in due l’abisso delle acque; infine, la terra emerge dal caos quando viene separata dalle acque. Questa serie di azioni separatrici definisce un quadro i cui elementi sono immobili: l’alternanza tra giorno e notte si riproduce da sera a mattino; lo spazio è costituito dal cielo, la terra e i mari; infine, la terra «fa uscire» le piante che la ricoprono.

Nella colonna di destra il quadro fisso dell’universo viene progressivamente popolato dagli astri («l’esercito dei cieli»), dal mondo animale e dall’umanità. Quanto appare qui è mobile. Anche gli astri lo sono, agli occhi di un osservatore ingenuo: si muovono con un ordine tale che sembrano un «esercito». Le stelle occupano infatti la stessa posizione le une rispetto alle altre nell’ampio movimento della volta stellata. La loro luminosità variabile permette, inoltre, di riconoscervi una gerarchia al cui «comando» si trovano luna e sole (vv. 16 e 18). Tutti questi astri sono agli ordini di Dio e il loro ordinamento invariabile viene percepito come un segno del dominio divino sull’universo.

Passando alla lettura orizzontale, appaiono delle notevoli corrispondenze. Il quarto giorno corrisponde al primo: la creazione dei luminari (meʾarot) rimanda infatti alla separazione della luce (ʾôr); inoltre si tratta ancora di scandire il tempo. Del resto, come per sostenere questo accostamento, l’alternanza tra giorno e notte viene menzionata esplicitamente da entrambe le parti (vv. 4 e 18). Il quinto giorno corrisponde al secondo perché Dio popola l’aria e le acque, due spazi preparati il secondo giorno con la sistemazione della volta dei cieli. Infine, il terzo e il sesto giorno hanno in comune il fatto che Dio vi realizza due opere. Dei nessi formali sono osservabili tra di loro: emersa il terzo giorno, la terra accoglie il sesto giorno gli animali terrestri e l’umanità. Inoltre, il sesto giorno vengono dati in cibo ai viventi i vegetali, seconda opera del terzo giorno.

Non il “come” della creazione ma il suo “perché”

L’armonia e l’equilibrio della struttura mostra che c’è un progetto consapevole all’opera, progetto che Dio realizza in modo coerente e progressivo seguendo un ritmo allo stesso tempo ampio e regolare. Per il narratore la creazione è opera di Dio. Egli però è molto più interessato ad affermare Dio come creatore che a impegnarsi sul “modo” e sul “come” Dio ha dato origine all’universo.

L’affermazione teologica che Dio è il creatore il narratore di Genesi 1 la fornisce dentro un quadro letterario che rispecchia il gusto stilistico della tradizione sacerdotale ed è legato alla visione cosmologica del Vicino Oriente Antico (= VOA). In essa la terra era un disco piatto che poggiava su grandi colonne; tutt’attorno era circondata dal grande oceano, oltre il quale si innalzavano le colonne del cielo, immense montagne che sorreggevano la rigida volta celeste, una grande cupola di solido cristallo sopra la quale erano raccolte le acque superiori, che determinano le precipitazioni atmosferiche.

Dalla cultura del VOA l’autore biblico ha mutuato questa immagine del mondo che oggi segna decisamente il passo perché superata dalle scienze naturali. Il suo intento però non era quello di descriverci il “come” è fatto il mondo, ma il suo “significato”, ovvero il “perché” del mondo. Ecco perché nonostante questo rivestimento sia superato, il messaggio ha un valore permanente.

È quindi questo messaggio “teologico” che vogliamo indagare senza pretendere di trovare informazioni scientifiche sull’origine del mondo. All’origine vi è sempre una parola di Dio e il tutto è ricamato all’interno della settimana.

La settimana creazionale: 6 + 1

Sei sono i giorni in cui Dio opera, mentre nel settimo, il sabato, cessa di operare, portando «a compimento l’opera che aveva fatto» (Gen 2,2). Gen 1 non contiene solo l’atto di creare, ma anche quello di «cessare» di creare, di arrestarsi dal creare e il giorno settimo appare come la pienezza e la finalità della creazione e dell’uomo. La struttura ebdomadaria, vale a dire 6 + 1 giorni, svela che il riposo con Dio è il punto «omega» verso cui corre la creazione con l’umanità. L’autore della lettera agli Ebrei coglie bene questa finalità quando parla di un ulteriore riposo sabbatico per il popolo di Dio, nel quale tutti devono affrettarsi ad entrare, fondato teologicamente nel settimo giorno della creazione quando Dio si riposò dalle proprie opere (cf. Eb 4,9-11). Gen 1 non descrive quindi un prima cronologico della creazione e del mondo, bensì è una «rivelazione» della volontà di Dio sul mondo e sull’uomo.

E Dio disse… lo schema del comando

Oltre al principio settimanale Gen 1 è ritmata dal dire di Dio. Nei sette giorni per dieci volte risuona la parola di Dio: «E disse Dio» (wayyōʾmer ʾElōhîm: Gen 1,3.6.9.11.14. 20.24.26.28.29) ((Un’undicesima volta si trova il verbo «dire» in Gen 1,22: «Li benedisse Dio dicendo [lēʾmōr]».)). Chiaramente c’è un intento teologico ravvisato nel richiamo al decalogo, alle dieci parole con cui Dio ha creato Israele come suo popolo al Sinai. Ecco perché nella tradizione rabbinica si afferma: «Il mondo è stato creato con dieci parole» ((Cf. Pirqe Abot V, 1, http://www.mechon-mamre.org/b/h/h49.htm [accesso: 07.05.2012].)).

I testi tessono un profondo legame fra piano creazionale e piano storico-salvifico. Dieci parole furono pronunciate da Dio al Sinai stipulando un’alleanza con il popolo d’Israele, dieci parole sono state pronunciate durante la creazione stipulando così un’alleanza con tutta l’umanità. In questo modo la creazione si pone già come evento rivelativo e salvifico.

Lo schema del comando e dell’esecuzione si sostanzia di cinque elementi:

  1. introduzione del comando: Dio disse
  1. comando: Che sia
  2. realizzazione del comando: Così fu
  3. giudizio: Dio vide che era cosa buona
  4. schema cronologico: E fu sera e fu mattina: giorno …

La regolarità non è matematica e si registrano alcune varianti che risulteranno interessanti in sede di commento. Limitiamoci a notare che il narratore ci racconta di una creazione avvenuta mediante la parola di Dio. C’è, quindi, una teologia della parola di Dio ((P. Beauchamp, Création et séparation, Paris 1969.)), con cui egli ha costruito un testo sostanzialmente organico, unitario ed equilibrato. Il tutto può essere sintetizzato dalle parole del Sal 33,8-9:

8 Tema il Signore tutta la terra, tremino davanti a lui gli abitanti del mondo, 9 perché egli parlò e tutto fu creato, comandò e tutto fu compiuto.

La struttura, formulazione del comandorealizzazione fedele, è uno stile del narratore sacerdotale che ama enunciare i programmi e i comandi del Signore e registrarne il preciso compimento. La perfetta realizzazione della parola pronunciata da Dio in Gen 1 deve di per sé suscitare l’ammirazione e la meraviglia: è ciò che Gen 1 vuole implicare mediante la formula: «Dio vide che era cosa buona/bella». La considerazione della bontà del creato (giudizio posto da Dio stesso) è di fatto un invito alla lode rivolto all’uomo.

Il settimo giorno, culmine della settimana creazionale, non è solo il giorno in cui Dio cessa (šābat) di operare, ma in cui porta a compimento (kālah), a pienezza tutta la creazione: l’autore sacerdotale sottolinea la perfezione e la riuscita dell’opera di Dio e la pone in relazione con il sabato. Ne risulta che il sabato è giorno di lode e di celebrazione prima ancora che di riposo. È il tempo in cui ci si ferma per riconoscere e dire: «Sì, è cosa buona, molto buona». Il sabato è infatti il giorno che Dio benedice e santifica (Gen 2,3), è il tempo della lode, dell’inno. Dieci parole di lode concludono il libro della preghiera che è il Salterio, a cui tutti concorrono per il solo fatto di esistere (cf. Sal 150).

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