6Dio disse: «Sia un firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». 7Dio fece il firmamento e separò le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il firmamento. E così avvenne. 8Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.

Al centro del secondo giorno vi sta la creazione del firmamento. La parola ebraica rāqîʿa, resa in italiano con «firmamento», ricorre cinque volte e deriva dal verbo rāqaʿ, che nel suo significato di base significa qualche volta «espandere una lamina battendola» (Ez 6,11; 25,6), mentre di solito significa «rendere solido» o «consolidare». Così hanno interpretato tutte le antiche versioni (Lxx = στερέωμα; Vg = firmamentum).

Il compito del firmamento è quello di «separare» (bādāl) le acque (cinque volte in tre versetti). La separazione con la relativa circoscrizione delle acque rende possibile la vita e crea un ordine all’interno dell’elemento acquatico sentito fin dal versetto 2 come minaccioso, negativo e caotico.

Nel mondo antico il firmamento era raffigurato come una sorte di parete, di superficie metallica, di volta solida e trasparente che sorreggeva le acque superiori e lasciava scendere la pioggia attraverso l’aprirsi delle sue cataratte.

Le acque inferiori sono quelle che, opportunamente raccolte attraverso un’ulteriore opera di arginamento, daranno origine al mare configurando l’aspetto della terra come alternanza di distesa marina e terra asciutta (cf. Gn 1,9-10).

Il firmamento, infine, poggiava su colonne che erano piantate sul fondo dell’oceano formato dalle acque inferiori (cf. Gb 26,11).

In fase di esecuzione viene ripetuto letteralmente il comando e ciò per esprimere la perfetta corrispondenza tra parola e realizzazione e poi è confermata dalla formula: «E così avvenne» 1

Il firmamento viene chiamato da Dio cielo, šāmāîm in ebraico che è una forma grammaticale plurale perché il cielo è più di uno: il cielo notturno, quello diurno, quello dell’aurora o quello del tramonto (Gen 1,8). Perché creato da Dio che impone il nome, il cielo come la luce e le tenebre è privo di qualsiasi carattere divino.

Schermata 2016-01-17 alle 12.28.38Infine al secondo giorno manca la formula del giudizio: «Dio vide che era cosa buona», presente nella versione greca della Lxx, ma non nel testo ebraico, il testo masoretico. Questo ha scatenato una ridda di ipotesi sia presso i commentatori rabbinici che cristiani 2. L’assenza della formula si potrebbe spiegare col fatto che il narratore ha voluto utilizzare solo sette volte il termine ṭôv (mentre le opere sono otto), ma probabilmente la mancanza è dovuta al fatto che le opere del secondo e terzo giorno sono pensate strettamente unite. L’assenza della formula esprime una mancanza che sarà colmata con il terzo giorno 3.

  1. Per O.H. Steck, Der Schöpfungsbericht der Priesterschrift. Studien zur literarkritischen und überlieferungsgeschichtlichen Problematik von Genesis 1,1-2,4a (FRLANT 115), Göttingen 1975, 36, la formula dà al narratore la possibilità di attirare l’attenzione dell’ascoltatore o lettore sulla connessione interna tra parola ed evento.
  2. Girolamo ricorre al carattere negativo della dualità (siamo infatti nel secondo giorno) e dice: «Dio ci ha lasciato intendere che il numero 2 non è buono perché divide l’unità …» (Ep. 49,19): vi sarebbe dunque anche una negatività in quella divisione cielo-terra che simbolizza una separazione e una di-stanza più grave: la lontananza fra Dio e l’uomo. In Berešit Rabbâ, IV, 6 è elencata una lunga serie di risposte alla domanda: «Perché non sta scritto nel secondo giorno che era buono?». Secondo R. Josê b. Halaftah perché è il giorno in cui fu creata la geenna; secondo R. Shimon, perché queste acque saranno quelle che scateneranno il diluvio; secondo R. Josê il giudizio di Gn 1,31: «Dio vide tutto ciò che aveva fatto ed ecco, era cosa molto buona» abbraccia anche l’opera del secondo giorno… Rashi, Commento alla Genesi, 7, spiega l’omissione in riferimento al fatto che l’opera delle acque iniziata il secondo giorno sarà conclusa soltanto il terzo giorno (Gn 1,9-10): «una cosa che non è compiuta non è né perfetta né buona». Ma giustamente, durante il terzo giorno, conclusa l’opera di raccolta delle acque inferiori nel mare, ecco il giudizio: «Dio vide che era cosa buona» (Gn 1,10) che va esteso a tutta l’opera del secondo giorno. Infatti, la creazione dei vegetali, sempre nel terzo giorno (Gn 1,11-13), sarà a sua volta conclusa dal giudizio di bontà: Gn 1,12.
  3. Cf. Wénin, Da Adamo ad Abramo, 28.

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