Nel quarto giorno si riverberano il primo e il settimo. È il giorno mediano dove Dio pronuncia la quinta parola («E Dio disse…») 1. Così questo giorno segna la metà e il centro del racconto strutturato sulle dieci parole.

14Dio disse: «Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo, per separare il giorno dalla notte; siano segni per le feste, per i giorni e per gli anni 15e siano fonti di luce nel firmamento del cielo per illuminare la terra». E così avvenne. 16E Dio fece le due fonti di luce grandi: la fonte di luce maggiore per governare il giorno e la fonte di luce minore per governare la notte, e le stelle. 17Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra 18e per governare il giorno e la notte e per separare la luce dalle tenebre. Dio vide che era cosa buona. 19E fu sera e fu mattina: quarto giorno.

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Nel quarto giorno — corrispondente al nostro mercoledì — Dio orna il firmamento del cielo con il luminare maggiore, il luminare minore e le stelle.

I versetti 14-18 sono caratterizzati da una serie di ripetizioni tanto da formare una struttura a specchio 2.

A. Dio disse: «Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo, per SEPARARE il giorno dalla notte (separazione giorno e notte: 14a)

B. siano segni per le feste, per i giorni e per gli anni (regolazione delle feste, giorni e anni: 14b)

C. e siano fonti di luce nel firmamento del cielo per illuminare la terra» (illuminazione della terra: 15)

D. la fonte di luce maggiore per governare il giorno (16a)

D’. la fonte di luce minore per governare la notte, e le stelle (16b)

C’. Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra (illuminazione della terra: 17)

B’. e per governare il giorno e la notte (regolazione del giorno e della notte: 18a)

A’. e per SEPARARE la luce dalle tenebre (separazione luce e tenebre: 18b).

La realizzazione del comando divino (Gen 1, 14-15) viene raccontata in ordine inverso in Gen 1,17-18, mentre al centro ci sta la creazione del sole (= luce maggiore) e della luna (= luce minore).

Solo nel quarto giorno si parla di astri perché per le conoscenze scientifiche del tempo era comune distinguere la luce dalle sue sorgenti luminose, come se la luce fosse una realtà in sé e non il prodotto di sorgenti luminose.

Sole e luna

Il sole e luna non vengono nominati perché il loro nome è la loro funzione: essi sono «luminari» (māʾōr:
v. 14) e devono servire «da luminari» (v. 15), «per far luce» (vv. 15.17); quando sono maggiormente specificati sono chiamati «il luminare grande (= maggiore haggādōl)» e «il luminare piccolo (= minore haqqāṭōn)» (v. 16). Con il termine ebraico māʾōr «luminare» in Es 25,6; 27,20; 35,14; 39,37 (tutti testi P) si designa il candelabro all’interno del Tempio ((Un testo midrashico associa l’opera del quarto giorno al culto che Israele svolgerà nel Tempio come risposta di riconoscimento e lode all’azione del Dio creatore e salvatore, di colui che è la Luce d’Israele (cf. Sal 36,10): «Nel quarto giorno ho creato i due grandi luminari per far luce di giorno e di notte: e anche i figli d’Israele faranno davanti a me un luminare e su di esso lucerne perpetue» (Pirqe Rabbi Eliezer, 6).)).

Gli astri, ridotti alla loro dimensione creaturale e alla loro funzione, perdono il carattere divino, che invece avevano nelle cosmogonie del VOA. Nello stesso tempo viene evidenziata la loro vera grandezza, che consiste nel «governare» (māšal) il tempo. Questa loro funzione — di separare, governare e illuminare — è talmente importante che viene menzionata otto volte.

1.
Separare. Per due volte viene ricordata la funzione dei luminari celesti, quella di «causare la separazione» (lehavdîl nella forma causativa hifil) tra il giorno e la notte (v. 14), la luce e le tenebre (v. 18). È ripresa la divisione temporale (cf. primo giorno) dopo quella spaziale avvenuta al secondo giorno (fra acque superiori e inferiori). Creare significa mettere un ordine nella realtà dentro le due coordinate di tempo e di spazio. La ripresa della dimensione temporale conferma che il narratore è interessato soprattutto a stabilire un ritmo nel tempo, ora non più tra il tempo del giorno e il tempo della notte ma tra quello profano e quello festivo, con il suo incedere solenne attraverso sere e mattine, giorni e anni (v. 14).
Il verbo «separare» (bādal) è tipico della tradizione sacerdotale che lo usa per esprimere la separazione di Israele dalle genti (Lv 20,24.26), dei leviti in mezzo ai figli di Israele (Nm 8,14), del puro dall’impuro (Lv 11,47), del santo dal profano (Lv 10,10), del Santo dal Santo dei Santi (Es 26,33).

2. Segno. Altra funzione dei corpi celesti è di essere «segno» (ʾōt) con un triplice riferimento: per gli «incontri» môʿădîm, i «giorni» yāmîm, gli «anni» šānîm (v. 14b). Il termine «festa» rende l’ebraico mōʿed: sono le ricorrenze liturgiche scandite dal calendario, dal movimento del sole e della luna:

Ha fatto la luna per segnare i tempi (le feste mōʿed) (Sal 104,19a).
La luna, sempre puntuale nelle sue fasi, regola i mesi e indica il tempo.
Viene dalla luna l’indicazione di ogni festa (Sir 43,6-7a).
[I giorni] sono stati distinti nel pensiero del Signore che ha diversificato le stagioni e le feste (Sir 33,8).

3. Illuminare. La terza e ultima funzione è quella di illuminare la terra (v. 15). Letteralmente: «Siano esse per luci», si tratta di una tautologia. C’è un’insistenza dell’aspetto illuminativo, così da eliminare qualsiasi nota di divinità 3.

Solo l’essenziale

In fine il quarto giorno è l’unico che ha il semplice comando di Dio senza nessun’altra aggiunta: nei primi tre giorni al comando divino seguiva l’imposizione del nome agli oggetti creati (cf. vv. 5.8.10); nei successivi due giorni — quinto e sesto — le creature saranno benedette (vv. 22.28). Tale assenza può essere spiegata o come un’elegante variazione stilistica o, probabilmente, come una scelta deliberata e attenta a non menzionare il sole e la luna perché portatori di un forte connotato divino 4.

  1. In Gen 1 per 10 volte si ripete il ritornello «E Dio disse…».
  2. È una struttura dove una serie di elementi si ripetono con ordine inverso: ABC = CBA. La costruzione inversa (palinstrofica) è una delle caratteristiche della prosa ebraica, cf. S.E. McEvenue, The narrative style of the priestly writer (AnBib 50), Rome 1971, 157-158.
  3. Cf. Wenham, Genesis 1-15, 23.
  4. Wenham, Genesis 1-15, 23.

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