Shabbat1Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. 2Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. 3Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando.

4aQueste sono le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.

Uscendo nettamente dallo schema che struttura tutti i giorni precedenti, il settimo giorno si apre con l’annotazione che «così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere» (Gen 2,1). Il termine «schiera» (evāʾōt) fa riferimento non solo agli elementi celesti, ma anche a quelli terrestri, è una formula che riassume tutte le creature del cielo e della terra. Il lessema richiama le «schiere di Yhwh», il cui retroterra in origine era di carattere militare, indicava gli eserciti protetti e assistiti dalla vicinanza di Yhwh. Nel nostro racconto le schiere non sono più gli eserciti schierati per la battaglia ma il cielo e la terra. Nell’AT il vocabolo ha anche un uso liturgico specialmente nella tradizione sacerdotale: designa le classi dei leviti e dei cantori addetti al culto (cf. Nm 4,3.23.30.35.39.43; 8,24.25; ecc.). Di conseguenza, con una fine allusione, tutte le creature sono presentate come una splendida serie di grandi corali che celebrano la liturgia cosmica.

Il cosmo stesso appare come un grande tempio. Infatti al secondo giorno Dio crea il firmamento, una grande lastra solida. Il vocabolo raqîʿa, molto raro nell’AT, è adoperato dal profeta Ezechiele (Ez 1,22-23.25-26; 10,1) e dalla tradizione sacerdotale che sta sullo sfondo di Gen 1, per qualificare la solida base su cui poggia il trono di Dio nella sua gloriosa apparizione. Per il lettore implicito avvezzo al linguaggio liturgico e profetico l’allusione del testo è chiara: il cielo è la base del trono di Dio, mentre il cosmo è il tempio della sua gloria. Questo dato è confermato ulteriormente nel quarto giorno, quando per indicare il sole e la luna il narratore ricorre al termine māʾōr «lampadario», usato per indicare le lampade del tempio. Il sole e la luna quindi sono le lampade del tempio cosmico e hanno funzione di segni per «feste» mōʿădîm, altro vocabolo tecnico che indicava propriamente i tempi stabiliti per le feste liturgiche, le «solennità di Yhwh» (cf. Lv 23,2). Gli astri, quindi, hanno perso il loro carattere divino ma sono diventati regolatori del tempo liturgico, funzionali alle celebrazioni sacre.

C’è un’unica finalità che unisce il cielo e la terra, celebrare il Creatore. Questa è la finalità, esattamente come il primo e il secondo esodo avevano come télos, di «celebrare una festa al Signore», di «cantare le lodi del Signore» (cf. Es 5,1; Is 43,21) e non a caso è situata nel «giorno settimo», nel sabato che è il giorno liturgico, il giorno in cui l’israelita riposa per la comunione con il Signore, il giorno che è sacramento di una comunione di tutto l’universo con il suo Dio.

L’idea di compimento della creazione viene espressa in Gen 2,2 proprio nel settimo giorno (ripetuto due volte). Nel fatto che Dio «cessa» šābat, si astiene da tutto il suo lavoro consegna la creazione alla propria autonomia che si configura, allo stesso tempo, completa e finita. Una completezza che va riconosciuta nella finitudine, completezza la cui bontà e bellezza — tôb — va accettata dentro questa finitudine. Infatti nel contesto di Genesi il verbo šābat non significa tanto «riposare», quanto «arrestarsi», «astenersi», di conseguenze il creare comporta il cessare di creare, in altri termini la creazione porta il sé la delimitazione della creazione come termine dell’azione di creare. Altri saranno i testi che specificatamente sottolineeranno che Dio si riposò il settimo giorno:

«In sei giorni il Signore ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, ma si è riposato (nwḥ) il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il settimo giorno e l’ha santificato» (Es 20,11);

un altro testo contiene un’espressione ancora più arcaica e antropomorfica del riposarsi di Dio dopo il lavoro dei sei giorni:

«In sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra, ma nel settimo giorno cessò e riprese fiato (npš al nifal)» (Es 31,17).

Dio portò a termine la creazione interrompendo l’atto creatore e questo significa, come suggerisce Wénin, che Egli mette «fine al dispiegamento della propria potenza creatrice» imponendo «un limite alla propria capacità di dominio» 1. Dio dunque si astenne, si ritirò lasciando la creazione nella propria dimensione di pienezza e l’uomo nella propria libertà: la libertà di accettare o rifiutare la creazione e la propria creaturalità.

Nel giorno in cui la creazione viene consegnata alla propria autonomia completa e finita c’è la terza e ultima benedizione di Dio (Gn 2,3). Nel linguaggio biblico la benedizione è sempre legata alla fecondità, al mistero della vita che nasce («siate fecondi e moltiplicatevi»: Gn 1,22.28), ecco che il «settimo giorno» è il giorno che porta la fecondità a quelli precedenti, ingravida il tempo: «Tutte le benedizioni dall’alto e dal basso sono appese al settimo giorno… è da questo che sono benedetti tutti i sei giorni» (Zohar, Shemot 88a) 2. Il lavoro stesso dell’uomo diventa fecondo se egli tralascia di lavorare per riposare, per prendere le distanze dall’opera delle proprie mani, per pensare e dare un giudizio sulle opere e sul tempo della propria vita. Nella memoria dell’AT e della tradizione ebraica successiva il «settimo giorno» resterà il giorno più ricco delle benedizioni di Dio, il giorno santo, il giorno della pace, dello šalōm.

Il «settimo giorno» non è solo benedetto, ma è anche consacrato, santificato (qdš), perché appartiene a Dio e in quanto «santo» è appunto segno della sua presenza. Esso così diventa il tempo dell’incontro con Dio. Gen 1 concludendo con il «settimo giorno» la settimana della creazione ricorda come Israele incontri Dio nel tempo, prima ancora che nello spazio. Il luogo della presenza di Dio non è prima di tutto il tempio, né il santuario nel deserto, né il tempio di Gerusalemme, ma il tempo. Diventa quindi la storia intera possibilità di questo incontro.

Il «settimo giorno» manca della formula «E fu sera e fu mattina, settimo giorno». Esso non ha un termine, non ha una «sera», è tutto proiettato verso il futuro. Il cessare della creazione al settimo giorno, giorno senza fine, significa che il senso della creazione sta proprio qui, nel servizio e nell’incontro con Dio che costituiscono il compimento della creazione. Dio con il primo giorno ha dato origine al tempo e con il settimo un fine al tempo, la comunione con lui. Al «settimo giorno» viene attribuito un valore escatologico: la creazione e la storia vanno verso Dio.

  1. Wénin, Da Adamo ad Abramo, 26.
  2. Citato da Bianchi, Adamo, dove sei?, 149.

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