4aQueste sono le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.
4bNel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo…

Il versetto si presenta come un Giano bifronte: una prima parte guarda indietro a quello che si è raccontato in Gen 1,1–2,3, l’altra a quello che si racconterà in seguito in Gen 2–3 1. La seconda parte è una sorta di titolo di quanto segue e si richiama alle introduzione di altri racconti mitici del Vicino Oriente Antico come Enumahelish e Atrahashis: «Nel giorno in cui YHWH-Dio fece terra e cielo».

… 5nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo, 6ma una polla d’acqua sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo…

I versetti 5 e 6 sono una piccola unità letteraria che funziona da antefatto o esposizione: sono un preludio che ambienta e situa i personaggi e la narrazione seguente che inizia con il versetto 7 e la sua forma verbale wayyiqtol narrativo.

Dopo aver ricordato la creazione della terra e del cielo (v. 4b), il narratore in Gen 2,5a denuncia la mancanza totale di cespugli e di erba (kōl «ogni» 2 volte). Dal momento che siamo in un contesto di creazione la sterilità della terra esige una spiegazione che poggia su due ragioni. La prima è espressa con la ripetizione del soggetto divino YHWH-Dio che introduce una tensione tra Creatore e creazione:

«Quando YHWH-Dio fece la terra… perché YHWH-Dio non aveva fatto piovere sulla terra».

La divinità che non fa piovere sulla terra è la stessa che ha fatto la terra.

La seconda ragione è l’assenza dell’uomo (ʾādām) che lavori il suolo (ʾădāmâ) ((Sintatticamente notiamo che le informazioni sul fatto che Yhwh-Dio non aveva fatto piovere e sull’assenza di ʾādām sono ritardate e quindi comunicate a livello di sfondo. Questo spiega perché in 5c ho tradotto con un piuccheperfetto.)). Notiamo poi un progressivo migrare dal termine terra (ʾereṣ) al termine «suolo» (ʾădāmâ) che prepara la formazione dell’uomo (ʾādām «terrestre») nel versetto 7. Si impone un nuovo linguaggio che gioca sui termini «terra/suolo» (ʾădāmâ) e «terrestre» (ʾādām) e che anticipa il riferimento al mondo umano.

La prima causa della sterilità del suolo viene in parte risolta nel versetto 6 dove il narratore racconta della presenza di una «polla d’acqua» che sgorga da sotto la terra e bagna tutta la superficie del suolo 2. Nel proseguo del racconto vi sarà un ulteriore ampliamento con il fiume che uscirà dell’Eden e si dividerà in quattro rami (Gen 2,10-14). Resta da risolvere la seconda causa di aridità del suolo l’assenza del «terrestre» che coltivi la «terra».

Il lettore ha tutte le informazioni per entrare nel racconto.

 

  1. Questo grazie a due proposizioni nominali: 4a e 4b.
  2. Il vocabolo ebraico è un termine che viene tradotto in base al contesto. Rifacendosi a Gb 36,27 al fatto che in Nm 21,17 si dice «salire» di una sorgente d’acqua si può rendere il termine ebraico con «polla di acqua sorgiva». Lo yiqtol di 6a e il weqatal di 6b esprimono azione continuata nel passato per cui ho scelto di renderli con un imperfetto italiano. Cf. GKC, § 107b.d.

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