Con il versetto 7 il narratore inizia il racconto della creazione del creazione dell’umanità o meglio del «terrestre» (ʾādām):

7Allora il YHWH-Dio plasmò il terrestre con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.

Inizia anche il primo settenario di verbi che ha come soggetto YHWH-Dio:

2,7: «plasmò», «soffiò»;
2,8: «piantò», «collocò»;
2,9: «fece germogliare»;
2,15: «prese», «pose».

È il «settenario» della perfezione dell’opera divina, interrotto solo dalla descrizione dei quattro fiumi. Ad esso si aggiunge, come elemento eccedente, il comando dei versetti 16-17, con l’ottavo verbo («comandò»).

L’umanità (ʾādām) viene plasmata dalla polvere del «suolo» (ʾădāmâ) le viene insufflato «nelle narici» (beʾappāyw) l’«alito di vita» (nišmat ḥayyîm) così che essa diventa un «essere vivente» (nefeš ḥayyâ) 1. I termini chiave sono il sostantivo «uomo» ʾādām e il verbo «plasmare» (yāṣar) che nei versetti 7-8 danno vita a una struttura concentrica con al centro l’espressione: «e l’uomo divenne un essere vivente» 2:

7a. Allora Yhwh-Dio plasmò il terrestre, polvere della terra

    b. e soffiò nelle sue narici un alito di vita

            c. e il terrestre divenne un essere vivente.

8a. Yhwh-Dio piantò un giardino in Eden a Oriente

    b. e là vi pose il terrestre che aveva plasmato.

Le due proposizioni esterne hanno come soggetto YHWH-Dio mentre l’oggetto è l’uomo, a sua volta soggetto della proposizione centrale (cf. 7c). La vita ha inizio con il modellamento di quello che il TM chiama ʾādām. Il termine ebraico è legato semanticamente al «suolo/terra»
ʾădāmâ per cui lo si potrebbe rendere in italiano con «terrestre» così da rendere il gioco delle parole ebraiche 3. Il narratore racconta l’opera divina non come un fatto compiuto, quanto piuttosto come un processo che prima vede il soggetto divino, come vasai, «plasmare» la creatura terrestre dalla polvere del suolo 4, poi insufflare lo spirito di vita, quindi preparare un luogo particolare ed infine mettervi la sua creature. Per YHWH-Dio il tutto non è tanto un lavoro ma un diletto. Lo conferma il gioco di parole: la formazione del «terrestre» dalla polvere della «terra», e la creazione di un giardino in Eden, dove il vocabolo ʿēden richiama il suono di un altro termine ebraico col significato di «delizia, gioia» (cf. 2Sam 1,24; Ger 51,34; Sal 36,9). Proprio perché le azioni messe in atto dal soggetto divino giocano con le parole, egli è ritratto come un artista che si compiace nel dar corso alla vita stessa.

Uomo o umanità

Che si stia parlando dell’umanità e non semplicemente dell’uomo maschio lo si deduce dal termine ebraico hāʾādām. Esso presenta l’articolo come per i nomi comuni per cui è semplicemente «il terrestre», colui che abita la terra, per distinguerlo da Dio, colui che abita il cielo, e segna un profondo legame con la terra/suolo. Così sebbene l’azione di YHWH-Dio produca una distinzione/separazione, essa non è sinonimo di opposizione ma bensì di profonda armonia. Nel gioco della distinzione è articolata un’unità.

Vengono poi nominate le «narici» (ʾappaîm) sede dell’organo olfattivo, ma il testo non va oltre, lo ricordiamo perché vedremo coinvolti altri sensi lungo la narrazione.

È subito chiaro che questo nuovo «essere vivente», non è quello di Gen 1 che era stato specificato come maschio e femmina, qui manca l’identificazione sessuale. Dal punto di vista grammaticale il termine ʾādām è maschile ma non è una connotazione sessuale, né qui ne è assunta una poiché essa sarà raccontata più avanti. In altre parole non si tratta del primo uomo/maschio; ma lo si potrebbe intendere come il primo «essere umano» nella sua indifferenziazione sessuale. Questo sarà motivo di avanzamento della stessa trama che scioglierà solo alla fine le apparenti ambiguità iniziali.

L’essere terrestre indifferenziato sessualmente deve la sua stessa esistenza a YHWH-Dio per cui non è un self-made man. Il «terrestre» è formato da due elementi, entrambi segnati da precarietà: la «polvere del suolo» (ʿāfār min-hāʾădāmâ), quella parte più delicata e meno consistente della terra che per questo simboleggia la fragilità della sua costituzione fisica (cf. Ger 18,1-2; Is 43,1.7.21; 44,2.24 in cui è Israele ad essere plasmato) e «l’alito di vita» (nišmat ḥayyîm
2,7b). Il termine ebraico «alito» (nešāmâ)
indica tutto ciò che fa di un corpo inanimato una persona viva, quindi anche l’autocoscienza. L’intera espressione fa riferimento alla capacità di respirare che dà la possibilità di vivere. Non vi è alcun riferimento al «respiro divino» di cui trattano certe mitologie antiche. Infine questo secondo elemento è invisibile e non afferrabile.

Combinati da YHWH-Dio questi precari elementi contribuiscono a formare la creatura terrestre che è totalmente dipendente da Dio: tolto il respiro ogni terrestre cade in una materialità inanimata. È quanto afferma il Salmo 104,29:

«Togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere».

  1. Cfr. G.J. Wenham, Genesis 1-15 (WBC 1), Nashville 1987, 46
  2. Cfr. P. Trible, God and the rhetoric of sexuality (Overtures to Biblical Theology), Philadelphia 1989, in CD, posizione 1671.
  3. Cf. A. Strus, Nomen – Omen. La stylistique sonore des noms propres dans le Pentateuque (Analecta Biblica 80), Rome 1978, 114-120; GLAT, I, 159-186.
  4. Cf. ANEP (The Ancient Near East in Pictures) 569, il dio egiziano h¬num modella il faraone Amenofis III (ca. 1406-1370); J.A. Soggin, Genesi 1-11. Commento storico esegetico all’Antico e al Nuovo Testamento (CSANT 1/I), Genova 1991, 61.

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