Con Gen 2,18 si dà il via a un secondo settenario di azioni divine che culminerà con la creazione della donna. Tutto ha inizio da una constatazione che Yhwh-Dio fa:

«Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un partner all’altezza» (v. 18).

Il discorso divino esplicita quanto era implicito fin dall’inizio quando YHWH-Dio aveva plasmato la creatura terreste (ʾādām) dal (mîn) suolo/terra (ʾădāmâ): sebbene i termini indicano una continuità rimane sempre una distanza evidenziata dalla preposizione (mîn). Questa viene verbalizzata dal soliloquio divino, segnando un ulteriore progresso della trama narrativa.

Il testo

18E il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda». 19Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. 20Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse.

La creazione degli animali

Il verbo «fare» (ʿāśâ) richiama l’antefatto del racconto, dove il narratore lo aveva impiegato per descrivere la creazione della terra e dei cieli: «Nel giorno in cui il Signore Dio fece (ʿāśâ) la terra e il cielo» (cf. Gen 2,4b).

Dal momento che il «fare» è un’attività familiare a Dio, il suo coinvolgimento in prima persona è una garanzia di riuscita. Inoltre, proprio perché la vita si è dispiegata senza ritardi ed esitazione il lettore si aspetta che YHWH-Dio provveda immediatamente a questa solitudine.

Il «fare» divino si concentra nel dare alla creatura terrestre «un aiuto corrispondente a lui» (ʿēṣer kenegdô). L’espressione ebraica è stata tradotta in diversi modi 1. Il termine «aiuto» ʿēṣer compare nell’AT 21 volte. Nella massima parte dei casi è un predicato che ha Dio come soggetto 2, sia nel senso soggettivo di «aiuto di Dio» (Dt 33,26; Os 13,9; Sal 20,3; 89,20; 121,1.2; 124, 8; Dn 11,34), sia anche nel senso di titolo divino (Es 18,4; Dt 33,7.29; Sal 33,20; 70,6; 115,9.10.11; 146,5):

  • in contesti soprattutto poetici;
  • con un soccorso di tipo personale e non materiale;
  • in situazioni di pericolo mortale;
  • quando il soccorso è indispensabile per non cadere nella morte.

Di conseguenza il termine ebraico esprime qualcosa di indispensabile per superare la solitudine e non di facoltativo; inoltre si tratta di un sostegno o un appoggio che solo una persona può offrire all’altra (cf. Qo 4,9-11). La relazione all’altro da sé, allora, non è un optional, essendo ogni ʾādām fatto per la relazione, il dialogo, la condivisione, la reciprocità con altri ʾādām.

L’espressione non solo porta in sé solo l’idea di complementarietà o di somiglianza e quindi di pari dignità e uguaglianza, ma esprime anche alterità e reciprocità. La si potrebbe tradurre come in parte come fa il Targum Jonatha: «un aiuto che gli stia davanti» perché possa avvenire l’incontro. Enzo Bianchi spinge ancora più in là questa interpretazione e legge la preposizione neged
con il senso di «contro», per cui propone: «aiuto contro» 3. Ogni persona è «l’altro da sé», il «tu» che sta di fronte (letteralmente: «come il suo fronte») e che permette il dialogo «a tu per tu». In questo senso, la donna è proprio l’aiuto adatto all’uomo, perché pensata voluta proprio così da Dio («gli voglio fare»).

Infine c’è un ultima sfumatura da evidenziare nella preposizione neged: essa ha la stessa radice del verbo ngd che significa «dire», «raccontare». L’aiuto quindi è quell’essere di fronte al quale ʾādām si può «raccontare» e «dire»; in tal caso l’«aiuto» diventerebbe un essere «corrispondente», un essere «rispondente» 4.

Alla delibera divina segue la creazione degli animali che è in stretto parallelo con quella del «terrestre»:

2,7    Yhwh Dio    plasmò        l’uomo            con la polvere dal terra suolo (min-hāʾădāmâ).

2,19    Yhwh Dio    plasmò        dal suolo (min-hāʾădāmâ)    tutti gli animali del campo…

Il parallelismo dei due versetti suggerisce che YHWH-Dio ha creato «qualcosa» di effettivamente corrispondente al terrestre e questo è ancor più evidenziato dallo stesso verbo «plasmare» yāṣar nelle due opere creative. Come già ricordato il mondo umano, quello animale e quello vegetale sono accumunati tra loro perché hanno in comune lo stesso Creatore e la stessa materia di provenienza (il suolo/terra), sebbene non lo stesso processo di creazione (dettato dalla forma verbale): dalla terra/suolo YHWH-Dio plasma il terrestre (2,7) e gli animali (2,19), ma fa spuntare le piante (2,9).

A differenza e in contrasto con la creazione di ʾādām, quella del mondo vegetale ed animale viene subito ulteriormente specificata: del mondo vegetale si dice immediatamente della presenza dell’albero della vita al centro del giardino e quello della conoscenza del bene e del male; mentre il mondo animale viene specificato negli animali del campo e negli uccelli dell’aria. Queste creature della terra e dell’aria richiamano la divisione del cosmo con cui era iniziato il secondo racconto di creazione 5.

A differenza del mondo vegetale, gli animali hanno in comune in più con il terrestre il loro essere dei viventi (nefeš ḥayyâ, v. 19b). L’espressione ha qualificato l’uomo dopo che YHWH-Dio gli aveva insufflato l’alito di vita. Alla creatura terrestre, però, è chiesto di esercitare anche sul mondo animale un potere che ha sempre in YHWH-Dio il suo datore. Infatti YHWH-Dio conduce gli animali dal terrestre perché imponga loro il nome e così avviene: l’uomo impone il nome agli animali domestici, agli uccelli del cielo e alle bestie del campo (v. 20a). Probabilmente tale distinzione e specificazione prelude all’animale del campo che sarà protagonista nel capitolo seguente, ma nello stesso tempo evidenzia l’inadeguatezza del mondo animale ad assolvere il compito di essere un «aiuto che corrisponda a lui».

Nel discorso diretto di YHWH-Dio avevamo ascoltato la sua decisione di dar vita ad un «aiuto corrispondente a lui», ma negli animali il terrestre non trova alcun aiuto che gli corrisponda (v. 20b). C’è una specie di frustrazione ((G. Cappelletto, Genesi (capitoli 1-11) (Dabar-Logos-Parola Lectio divina popolare), Padova 2000, 100, parla di «frustrazione ottimale» che permetterà all’uomo di apprezzare la donna, non più confusa — come nella mentalità del tempo — con gli animali dei quali l’uomo è «padrone» (cf. Es 20,17).)) ma il testo non inocula nessun dubbio di fallimento o di errore da parte di Dio; l’azione divina, invece, alza la suspense e proietta direttamente verso la creazione della donna.

L’espressione all’infinito «per vedere come gli avrebbe chiamati» di 2,19a è una vera e propria cessione di potere: se precedentemente era YHWH-Dio che conduceva l’azione dall’inizio alla fine, qui egli delega alla creatura umana, tanto che al versetto 20a il terrestre, come protagonista assoluto, impone il nome agli animali.

Nonostante il potere e la responsabilità a cui è chiamata la creatura umana, il narratore mette in evidenza la sua solitudine dovuta alla mancanza dell’«aiuto che le corrisponda» (cf. Gen 2,20b). Questo è un male perché la cintura della solitudine non è stata rotta. Lo sarà con il secondo tentativo che in effetti si concluderà con il grido entusiastico dell’uomo e il commento positivo del narratore che rileva il raggiungimento dello scopo (Gen 2,24). L’umanità non è voluta nella solitudine; YHWH-Dio le ha trovato «una partnership» all’altezza, che le permette di scoprire il mistero di comunione che lega i due (šenêhm
Gen 2,25), benché essi rimangano pur sempre «carne» (wehāyû lebāśār ʿeḥād Gen 2,24). La comunione e la connaturalità, il dialogo libero e rischioso che supera le barriere della solitudine, sono resi possibili dall’opera creatrice di Dio che ha pensato l’umanità «maschio» (ʾîš) e femmina (ʾiššâ). L’ambito fondante della relazione fra maschio e femmina è la relazione tra YHWH-Dio e il terrestre.

  1. Ecco una piccola antologia: la Lxx l’ha resa in due modi: Gen 2,18 bohqo.n katV auvto,n «aiuto di fronte a lui», Gen 2,20 bohqo.j o[moioj auvtw/| «aiuto simile a lui»; Tg. Jo.: «sostegno di fronte a lui»; Tg. Neofiti: «partner simile a lui»; E. Testa: «aiuto a lui corrispondente»; J. L. Ska: «alleato che sia suo omologo»; L. A. Schökel (1970): «qualcuno come lui che lo aiuti»; L. A. Schökel (1975): «l’ausiliare che gli corrisponda»; E. Dhorme: «aiuto che gli sia simile»; J. A. Soggin: «un aiuto che gli corrisponda» (p. 69); A. Wénin: «un soccorso come di fronte a lui». Per una discussione sulle traduzioni e interpretazioni cf. J.-L. Ska, ‘Je vais lui farire un allié qui soit son hologue’ (Gen 2.18). A propos du terme àezer – ‘aide’, in Bib 65 (1984) 233-238; M. De Merode, ‘Une aide qui lui corresponde’. L’exégèse de Gen 2,18-24 dans le récits de l’Ancien Testament, du judaïsme et du Nouveau Testament, in RTLv 8 (1977) 329-352.
  2. J. Skinner, Genesis (ICC), Edinburgh 19302, 67 nota 18.
  3. Berešit Rabbâ, XVII, 3, afferma: «Se merita un aiuto; altrimenti che gli stia di fronte (che gli si opponga)». Rashi afferma: «Se l’uomo ne sarà degno, la donna sarà per lui un aiuto; se non ne sarà degno, ella sarà contro di lui per combatterlo (Rashi, Commento alla Genesi. Prefazione di Paolo De Benedetti. Introduzione e Traduzione di Luigi Cattani («Ascolta Israele!». Commenti alle Scritture delle tradizioni ebraica e cristiana 1), Casale Monferrato 1985, 20). Cf. E. Bianchi, Adamo, dove sei? Commento esegetico-spirituale ai capitoli 1-11 del libro della Genesi, Magnano (BI) 1990, 175-176.
  4. Wénin, Da Adamo ad Abramo, 52.
  5. «Queste sono le origini del cielo e della terra…» (2,4b). In perfetta armonia con l’andamento della trama Yhwh forma gli stessi uccelli dalla terra. Notiamo poi l’assenza dei pesci del mare, presenti in Gen 1, ma qui giustificata perché non si parla mai della creazione del mare. Infine manca la differenziazione sessuale degli animali che corrisponde alla non differenziazione del terrestre.

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