All’improvviso il narratore introduce in Gen 3,1 la figura del «serpente» (nāḥās) e lo qualifica come «il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto» (3,1a). Il vocabolo ebraico nāḥās, che nel libro della Genesi ricorre solo qui, deriva da una radice con il significato di «praticare la divinazione», «esercitare la magia» 1. Ciò in Israele fu sempre sinonimo di idolatria ed era proibito dalla Legge (cf. Lv 19,26; Dt 18,10).

Anche se il serpente sembra entrare in scene improvvisamente c’è un legame con quello che precede per due ragioni: il gioco di parole con cui il narratore in Gen 3,1 dice del serpente che è «astuto» ʿārûm, mentre dell’uomo e della donna in Gen 2,25 aveva detto che erano «nudi» ʿărûmîm; i due termini, come si vede, sono molto simili per grafia. Presenta poi il serpente come un «essere del campo» (ḥayyat haśśādeh), espressione già utilizzata in precedenza per gli animali (cf. Gen 2,19.20). Di conseguenza per il narratore il serpente rimane sempre nell’ambito animale, non è affatto una divinità. Con questa rappresentazione il male è demitizzato, è de-divinizzato.

Il serpente è detto ʿārûm reso in italiano con «astuto» per evidenziarne la sfumatura negativa, ma il vocabolo ebraico ha valore positivo: nell’ambiente della sapienza di corte qualifica l’uomo saggio e intelligente contrapposto all’uomo stolto e inetto 2. Non è quindi da escludere una allusione, con una velata polemica, alla mentalità “razionalista” di quel contesto culturale.

Ma chi è questo serpente che parla e poi sparisce dalla circolazione senza che il racconto lo prenda più in considerazione? Subirà la condanna, senza reagire e senza parlare, per non comparire più in altre vicende. I commentatori ebrei e cristiani identificarono il serpente con Satana o il diavolo, ma non c’è nessuna traccia di ciò nella prima parte dell’AT.

L’identificazione non è cosa semplice. Per il mondo cananeo il serpente è figura ctonica, cioè legata alla terra e connessa ai culti della fertilità, di conseguenza Gen 3 illustrerebbe la scelta che perennemente sta di fronte a Israele: scegliere YHWH o seguire Baal? 3.

Nel vicino oriente antico i serpenti erano simboli del divino, della saggezza ma anche del caos, tutti temi che hanno punti di contatto con il nostro racconto, anche se va detto che questi non spiegano la sua presenza nel nostro passo.

Si può ipotizzare la presenza di un elemento mitico come è già avvenuto in precedenza nel caso della creazione della donna. Nel poema epico di Gilgamesh si racconta di come il protagonista, Gilgamesh, trovi la pianta dell’immortalità. Sfortunatamente mentre lui sta nuotando in un stagno un serpente, uscito all’improvviso, la ingoia, togliendogli così l’opportunità della vita immortale. Genesi riferisce una storia piuttosto diversa, ma ancora una volta si riscontrano elementi comuni: il serpente, l’uomo, la piante e la promessa della vita. Nel racconto genesiaco l’uomo, però, perde l’immortalità a causa della sua disobbedienza, mentre nel poema mesopotamico, la perdita è ascritta a un colpo di sfortuna.

Secondo la classificazione biblica degli animali di Lv 11 e Dt 14, il serpente figura come tipico animale impuro. Il suo strisciare e il suo contorcersi lo rende intrinsecamente non ascrivibile fra gli animali puri, vale a dire tra quelli che possono essere offerti in sacrificio.

All’interno del simbolismo animale veterotestamentario un serpente è un ottimo candidato per ricoprire il simbolico ruolo di anti-Dio, nonostante sia creato da Dio. Questo sembra essere il motivo della scelta del narratore. Il serpente incarna quindi l’anti-Dio, l’elemento creaturale più alieno alla sfera divina, perché impresentabile come animale cultuale. Un altro esempio di ciò che raffigura il serpente è il Leviatan, un mostro marino menzionato nei miti di Ugarit, che in Is 27,1 è destinato a essere distrutto da Dio. La scelta quindi del serpente come simbolo della potenza del male per un narratore semita era più che sensata.

Il racconto biblico denuncia la presenza del male incarnato nel serpente, ma non la spiega: indica che il serpente è già là e l’umanità l’incontra, senza esserne l’origine ma rimanendone sedotta. E. Bianchi così si esprime:

«Il serpente dunque, presenza enigmatica e scandalosa, ma quasi naturale e che non desta sorpresa, tant’è vero che la donna gli parla come a una vecchia conoscenza, svela subito la sua qualità di ministro dell’anti-rivelazione con le sue prime parole che sono una distorsione della parola di Dio. È l’antiparola di fronte alla Parola di Dio. Esattamente come Satana che tenta Gesù nel deserto appoggiandosi proprio sulla parola di Dio (cf. Mt 4,1-11 e Lc 4,1-13; è significativo che il racconto parallelo di Mc 1,12-13 mostri Gesù come il nuovo Adamo vincitore della tentazione), così il serpente esercita il suo inganno insinuandosi, come nel terreno privilegiato per indurre in tentazione, nella parola di Dio e stravolgendo il comando dato all’uomo da Dio in Gn 2,16-17» 4.

  1. Sul vocabolo ebraico vedi GLAT V, 784-799; cf. anche V.P. Hamilton, The Book of Genesis: Chapters 1–17 (NICOT n.d.), Grand Rapids 1990, posizione 3414.
  2. Pr 12,16.23; 13,16; 14,8.15.18; 22,3; 27,12. Sullo sfondo sapienziale di Gn 2–3 cf. L. Alonso Schökel, Motivos sapienciales y de alianza en Gn 2-3, in Bib 43 (1962), 295-316.
  3. Cf. G. O’Collins, Teologia fondamentale, Brescia 1982, 288-290.)) Ma, come osservano alcuni commentatori, sembra poco probabile che YHWH-Dio crei il serpente sapendo che sarebbe diventato il nemico per eccellenza della fede ((Cf. Westermann, Genesis 1-11, 237-239.
  4. Bianchi, Adamo, dove sei?, 185.

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