La domanda che il serpente rivolge alla donna è solo apparentemente innocente. Egli indaga su ciò che Dio ha detto (Gen 3,1b). Colpisce subito un dato: l’«essere del campo» non chiama Dio con il nome proprio YHWH-Dio ma lo spersonalizza preferendo il più generico ‘Ĕlōhîm («Dio/dèi»). Ciò non può essere liquidato come un semplice espediente letterario per evitare che il tetragramma sacro1 sia profanato venendo posto in bocca al tentatore; nel testo c’è molto di più. Il serpente mette in atto una strategia per opacizzare la figura di YHWH-Dio che viene resa più indefinita, a tal punto che il serpente potrà poi formulare, più avanti, la promessa: «Voi sarete come Dio (kēʾlōhîm)» (Gn 3,5).

1Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: «Non dovete mangiare di alcun albero del giardino»?». 2Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 3ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: «Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete»». 4Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! 5Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». 6Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. 7Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Le iniziali parole del serpente (3,1b) si possono intendere sia come una interrogativa («E vero che …?») 2 con cui coinvolge il suo interlocutore senza affermare; sia come un’espressione affermativa colloquiale («Così che Dio ha detto …»; «Dunque Dio ha detto …») con cui l’astuto serpente vuol far parlare nascondendone l’intento. In entrambi i casi esse mostrano che egli agisce in modo sinuoso e subdolo. Insinua l’argomento in modo tale che l’interlocutore sia condotto a riprenderlo e a proseguirlo.

La creatura del «campo» citando quanto YHWH-Dio ha detto a proposito degli alberi del giardino ne stravolge il senso: in Gen 2,16 YHWH-Dio aveva detto: «Tu mangerai di tutti gli alberi del giardino»; il serpente afferma che Dio ha detto: «Non mangerete di nessun albero del giardino» (Gen 3,1). Mentre la parola di YHWH-Dio era positiva perché esprimeva il dono di tutto, salvo una cosa; il serpente fa leva sull’unica cosa interdetta all’uomo per sfigurare il volto del Dio che dona, in quello di un Dio nemico dell’uomo che ostacola e vieta.

La donna reagisce alle parole del serpente rettificandone il dettato (Gn 3,2-3). Commette però una serie di storpiature. La prima riguarda proprio il nome di Dio che la donna chiama con l’appellativo generico, come aveva fatto il serpente, ‘Ĕlōhîm e non con il nome proprio YHWH-Dio. Poi afferma che Dio ha autorizzato a mangiare i frutti degli alberi del giardino, mentre ha interdetto i frutti dell’albero che sta in mezzo al giardino; ma, mentre corregge il serpente, aggrava il comando negativo dato da Dio aggiungendovi qualcosa che Dio non aveva detto: «Non lo mangerete, anzi non lo toccherete nemmeno». Questa seconda proibizione, Dio non l’aveva pronunciata! La finezza psicologica del narratore mostra come la donna sia già scivolata dalla parte del serpente, presentando la pericolosità dell’albero al solo tocco. La donna si sente ferita, menomata dall’unica proibizione ricevuta, a tal punto che la amplifica fino ad aggravarla 3.

La terza storpiatura riguarda sempre la parola di YHWH-Dio pronunciata in Gen 2,17. Il divieto era finalizzato alla vita dell’uomo e proibiva di mangiare il frutto di quell’albero poiché (: Gen 2,17) in quel caso l’uomo avrebbe trovato la morte. Nelle parole della donna l’oggettività del comando viene sfumata e diventa «per paura di morire» (pēn: Gen 3,3): c’è il timore del castigo, tipico atteggiamento di chi comincia ad intravedere nel dono di una parola di vita un legge da trasgredire, nel Dio creatore un padrone da cui nascondersi, nel giardino una prigione da cui evadere.

La pronta replica del serpente (vv. 4-5) si aggancia all’ultima parola della donna per affermare in modo netto: «Non morirete affatto!». Il serpente con le sue parole fa comprendere di conoscere Dio meglio di quanto la donna creda di conoscerlo 4. Contrappone ora le parole di YHWH-Dio, «…morire, morirai», (môt tāmût: Gen 2,16) alle sue: «… morire, non morirete» (lō-môt temutûn: Gen 3,4), quindi continua arrogandosi la conoscenza delle intenzioni nascoste di Dio nel dare il comando (Gen 3,5):

Dio sa (vb. yādaʿ)
che nel giorno in cui voi mangerete di esso ( = Gn 2,17)
si apriranno i vostri occhi
diventerete come Dio (o dèi kēʾlōhîm)
conoscendo (vb. yādaʿ) il bene e il male.

Il serpente dichiara che Dio è rivale dell’uomo, che Dio teme l’uomo, ne è geloso, è in concorrenza con lui e lo sta ingannando: il serpente getta sull’altro, su Dio, la colpa che è in lui ((Il Targum Jo. alle parole del serpente del v. 4 aggiunge: «Ogni artigiano detesta il proprio concorrente».)). In questo modo il serpente formula una triplice promessa alla donna:

  • non morirete,
  • sarete come Dio e conoscerete il bene e il male,
  • i vostri occhi si apriranno

Della prima abbiamo già detto 5. L’espressione «conoscendo il bene e il male» (yōdʿê ṭôḇ wārāʿ) la si può considerare come apposizione di «come Dio» (kēʾlōhîm), in questo caso il senso sarebbe: «sarete come Dio che conosce il bene e il male»; oppure come una designazione precativa: «sarete come Dio e conoscerete il bene e il male». Fermo restando il fatto che le due traduzioni sono possibili, quella grammaticalmente più accettabile è la seconda per i seguenti motivi:

  • ‘Ĕlōhîm è un sostantivo plurale e quindi concorda bene con il participio plurale maschile costrutto del verbo «conoscere» (yōdʿê), ma come si spiega la prima parte del versetto dove si ha lo stesso verbo yādaʿ «conoscere» al participio singolare?
  • Tutti i predicati di ‘Ĕlōhîm nella sezione sono al singolare.
  • Il participio plurale è situato tra molte espressioni poste alla seconda persona plurale maschile («voi») per cui è preferibile attribuirlo in questa direzione: «voi sarete…».

L’espressione «e si apriranno i vostri occhi» (wenifqeḥû ʿênêkem) ha un duplice significato come quello detto sopra riguardante l’albero della conoscenza del bene e del male, può significare:

  • l’acquisto della scienza totale (come suggerisce il serpente),
  • oppure l’acquisizione dell’esperienza della infelicità morale come sarà palesato nella consapevolezza della propria nudità in 3,7.

Il serpente nel suo parlare è maestro di ambiguità: nelle sue parole si possono notare delle semi-verità, non certamente delle menzogne. Ha insinuato nella prima coppia il dubbio, lo stimolo verso l’esperienza nuova. Ha fatto convergere tutta l’attenzione umana su due poli: il frutto e Dio, distogliendo lo sguardo umano dalla ricchezza sovrabbondante di tutto il giardino.

Il serpente terminata la sua opera di polarizzazione si dilegua, la donna e l’uomo restano soli davanti al dilemma: frutto o Dio?; oppure frutto-Dio? Siamo al centro della sezione di Gen 2-3, dove l’uomo è solo e da solo deve prendere la sua decisione.

  1. Il tetragramma sacro sono le quattro lettere ebraiche YHWH del nome proprio di Dio
  2. Cf. la Lxx e la Vg
  3. Cf. A. Wénin, Il serpente e la donna, o il processo del male secondo Genesi 2-3, in Concilium 1 (2004), 55-65 in particolare le pagine 60-61.
  4. Cf. Wénin, Il serpente e la donna, 61-62.
  5. Cf. il post di commento a Gen 2,17.

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