Dopo l’inchiesta segue il giudizio che YHWH-Dio pronuncia a partire dal serpente, per passare alla donna, ed arrivare all’uomo. Come in 2,18-25 Dio è il solo protagonista e come là anche qui il quadro si chiude con l’uomo che dà un nome alla sua donna (2,23; 3,20).

14Allora il Signore Dio disse al serpente:
«Poiché hai fatto questo,
maledetto tu fra tutto il bestiame
e fra tutti gli animali selvatici!
Sul tuo ventre camminerai
e polvere mangerai
per tutti i giorni della tua vita.
15Io porrò inimicizia fra te e la donna,
fra la tua stirpe e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno».

La maledizione del serpente.

YHWH-Dio non chiede alcuna spiegazione al serpente, formula invece una grave sentenza di condanna e maledizione. La frase introduttiva «Poiché hai fatto questo» è un eco di Gen 3,13, mentre «Sia tu maledetto» riecheggia 3,1, dove il serpente era considerato il più «astuto» degli animali: il più astuto (ʿārûm) diventa il maledetto (ʾārûr). Il senso della costruzione del verbo «maledire» con la preposizione min
da molti commentatori è stata interpretata come una separazione dagli altri animali, una sorta di scomunica dalla comunità animale 1, in realtà vi possiamo attribuire un senso comparativo come in Gen 3,1 che è anche tipico di questa preposizione. Solo qui e in 4,11 YHWH-Dio utilizza la formula alla seconda persona: «Sii maledetto». Altrove la maledizione è pronunciata alla terza persona (cf. ad es. Dt 28,16). Essa deve essere compresa nel contesto «mitico» in cui il racconto la situa con intento teologico: né l’uomo, né la donna sono maledetti per il loro peccato, ma lo è il serpente. Se dunque la benedizione è dono di vita e capacità di trasmettere la vita, la maledizione si pone diametralmente all’opposto ed equivale alla sterilità, cioè all’incapacità di produrre un frutto buono e vitale. Pertanto vengono dichiarati sterili ed esclusi dalla dinamica della vita tutti gli elementi simboleggiati dal serpente: prepotenza umana e arroganza della sapienza, culti della fertilità e magia, caos primitivo e lato oscuro dell’uomo 2.

La maledizione si concretizza nel fatto che il serpente dovrà strisciare sul suo ventre e mangiare la polvere. Lo strisciare viene riletto come simbolo della massima umiliazione; in modo analogo «mangiare la polvere» è indizio di abbattimento, quello che si augurava ai nemici (cf. Sal 72,9; Is 49,23; Mic 7,17). Dal linguaggio epico della sconfitta dei nemici il narratore ha preso queste immagini che si adattano bene al simbolo del serpente per esprimere la disfatta delle forze oscure. Non vuol dire che prima i serpenti avevano le zampe 3, ma che Dio resta fedele al suo progetto buono per l’uomo e riuscirà a realizzarlo, nonostante l’opposizione del male. Questo è quello che afferma il vertice della sentenza: «Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe…» (v. 15).

Il contesto e altri passi nell’AT suggeriscono l’idea di uno scontro (ʾêḇâ) permanente (cf. Nm 35,21-22; Ez 25,15; 35,5) 4. La razza umana, «la sua stirpe», e la razza del serpente, «la tua stirpe», vivranno in conflitto perenne fra loro. Quelli che erano stati alleanti contro il Creatore si ritrovano in lotta fra loro. Un motivo identico lo si incontrerà nel racconto della torre di Babele (Gen 11,1-9). Non solo Dio è contro il serpente ma la stessa umanità si ritroverà contro di esso (Is 11,8).

La traduzione di questa sentenza è problematica, perché il verbo ebraico šûf, reso con «schiacciare», ricorre solo qui e in altri due passi poetici difficili: Sal 139,11, Gb 9,17. Un verbo simile šʾf
significa «schiacciare» (cf. Am 2,7) e alle volte «aspirare, fiutare» (cf. Ger 14,6). Probabilmente la radice šûf
ha ambedue i significati. La maggior parte dei commentatori ritiene che il senso sia il medesimo nelle due proposizioni, ovvero «colpire» o «battere» 5, in alternativa «adoperarsi per» o «lottare per» 6. C’è, infine, chi vi scorge un gioco di parole fra due significati differenti: la donna schiaccerà il serpente e il serpente afferrerà il calcagno dell’uomo.

È interessante l’aspetto modale dei verbi che sono tutti degli yiqtol per cui esprimono azione reiterata. Questo descrive attacchi ripetuti da ambo le parti allo scopo di ferire l’altro. C’è quindi un’ostilità vicendevole e durevole tra l’umanità e la razza del serpente. L’esito dello scontro è già segnato come promessa di vittoria per l’umanità in quanto schiaccia la testa del serpente, la sua parte più vulnerabile (v. 15b).

La tradizione ebraica antica a cominciare dalla Lxx e dai Targum Palestinesi (PsJonathan, Neofiti) e anche Onqelos ritennero il serpente simbolo di Satana e lessero nei vv. 14-15 la vittoria su di lui come quella del Re-Messia. Il NT allude a questo passo interpretandolo in chiave messianica (Rm 16,20; Eb 2,14; Ap 12) e identificando la stirpe con il «Figlio dell’uomo» e la donna con Maria (Gv 2,4; 19,26). Infine la Chiesa primitiva, con Giustino (160 d.C.) e Ireneo (180 d.C.), ha letto Gen 3,15 come il Protovangelo: la prima profezia messianica dell’AT. Mentre un’interpretazione messianica può essere giustificata alla luce della seguente rivelazione — si parla di sensus plenior — sarebbe forse inesatto affermare che questa era la personale comprensione dell’autore. Egli, invece, prospetta probabilmente solamente un’umanità capace di sconfiggere il seme del serpente con il suo potere oscuro.

  1. Cf. E.A. Speiser, Genesis. Introduction, Translation, and Notes (AB 1), New York 1964, 24; Westermann, Genesis 1-11, 259; GLAT I, 409.
  2. Cf. il commento a Gen 3,1.
  3. L’idea era espressa dalla tradizione ebraica post-biblica: cf. Tg. Ps.-J.; Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, I, 1.50. e Berešit Rabbâ, XX, 5. Vedi anche H. Gunkel, Genesis. Mit einem Geleitwort von Walter Baumgartner, Göttingen 1977, 20; Per A.W. Sjöberg, Eve and the Chameleon, in W.B. Barrick et al., eds., In the Shelter of Elyon. Essays on Ancient Palestinian Life and Literature in Honor of G. W. Ahlström (JSOTSS 31), Sheffield 1984, 222-223, il serpente era una sorta di camaleonte con gambe ma che si muove toccando con la pancia il terreno.
  4. Sul versetto c’è una nutrita bibliografica: R.A. Martin, The Earliest Messianic Interpretation of Gn 3:15, in JBL 84 (1965), 425-427; M. McNamara, The New Testament and the Palestinian Targum to the Pentateuch (Analecta Biblica 27), Rome 1966, 217-222; W. Wifall, Gn 3:15 – A Protoevangelium?, in CBQ 36 (1974), 361-365; J.P. Lewis, The Woman’s Seed (Gen. 3:15), in Journal of the Evangelical Theological Society 34 (1991), 299-319; T.D. Alexander, Further Observations on the Term “Seed” in Genesis, in Tyndale Bulletin 48 (1997), 363-367; J. Collins, A Syntactical Note (Genesis 3:15): Is the Woman’s Seed Singular or Plural?, in Tyndale Bulletin 48 (1997), 139-147.
  5. Skinner, Genesi, 80-81; Speiser, Genesis, 22; Westermann, Genesis 1-11, 259-260.
  6. A. Schenker, Levitico, in T.C. Römer et al., eds., Guida di lettura all’Antico Testamento (Guide di lettura 1), Bologna 2007, ad hoc; B. Jacob, The First Book of the Bible: Genesis, New York 2007, 28.

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