Gen 4, 3-7: l’offerta e la preferenza

Dopo averci fatto fare un salto in avanti presentandoci i due fratelli adulti e rappresentanti, con il loro lavori, di due modelli sociali diversi, il narratore racconta di una loro «offerta» a Yhwh e della scelta di quest’ultimo a favore di Abele:

3 Dopo un certo tempo Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; 4 anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, 5 ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto. 6 Il Signore disse allora a Caino: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? 7 Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è la sua bramosia, ma tu dominala.

La distinzione culturale porta con sé la differenziazione «cultuale»: il contadino offre frutti vegetali e il pastore frutti del gregge. I termini utilizzati sono alquanto generici: il bôʾ «prendere» è usato in testi di carattere cultuale per esprimere l’offerta del sacrificio (cf. Lv 2,2.8), mentre il sostantivo «offerta» minḥâ, in testi profani indica i doni e i regali dati per ingraziarsi qualcuno, di solito il re; in testi cultuali denota l’oblazione, fatta di prodotti della terra (cf. Lv 2), distinta dal sacrificio di animali, anche se in alcuni casi il termine è utilizzato per esprime tale sacrificio animale (1Sam 2,17,29).1

Il narratore non ci dà spiegazione sulla scelta di YHWH. Vi è dunque un’ellissi nel testo, l’omissione di un «per il fatto che…»,2 che la tradizione interpretativa antica e moderna si è impegnata a completare.3 Forse la stessa lacuna è un appello al lettore perché la compensi con la sua personale scelta. Iniziamo dicendo che le apparenze spesso ingannano. Infatti sembra che il narratore costruisca la sua trama portando il lettore a simpatizzare con Caino, o almeno a riconoscersi in lui. In effetti agli occhi suoi la scelta di YHWH appare del tutto arbitraria e con Caino anche a noi. I sentimenti di Caino evidenziati dal narratore sono l’irritazione e l’abbattimento e forse lo sono anche quelli del lettore. È un modo abile del narratore per dire che la storia di Caino è un po’ anche la storia del lettore.4 Perché YHWH dà corso a questo arbitrio? Ma poi YHWH è forse tanto ingiusto e arbitrario come sembra? O forse vede quello che il lettore non vede?

Ricominciamo con Caino e Abele che offrono mettendo in parallelo quanto dice il narratore dell’uno e dell’altro:

Caino    offrì                frutti        del suolo        in offerta    a YHWH
Offrì    Abele anche lui            primogeniti    del suo gregge
e il grasso    di loro.

Le due proposizioni sembrano uguali a parte il fatto che Caino come agricoltore offre i frutti della terra, mentre Abele i primogeniti del gregge come pastore. Il narratore però fa delle strane sottolineature: mentre non specifica con un pronome possessivo l’offerta di Caino, di Abele dice che offre dei primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Perché? Forse il narratore vuole suggerire che nel gregge c’è “qualcosa” di Abele (suo, loro), mentre nei frutti della terra non c’è “qualcosa” di Caino.5 Nel dono si fa presente il donatore, nell’offerta l’offerente. Per il narratore quindi Caino non è presente nell’offerta mentre Abele sì! Perché Caino è estraneo ai frutti e alla terra che li produce.

Un’ipotesi è che Caino sia incatenato a quella relazione fusionale che ha nel comportamento della madre il suo principio, per cui tutto ciò che non è Caino o Eva, non gli appartiene non è suo perché non gli è permesso che gli appartenga! Quindi la scelta di YHWH a favore di Abele non si qualificherebbe contro Caino, anzi potrebbe essere un invito a provare ad uscire dal pantano di una relazione fusionale.

Ma il testo può contenere dell’altro: con la sua scelta per Abele, YHWH si interessa di colui a cui nessuno ha badato, né la madre, né Caino e neppure il narratore. In un certo qual modo la scelta di YHWH compensa l’ingiustizia di cui Abele è stato vittima perché finalmente esiste agli occhi di qualcuno non come il «fratello minore di…» ma come persona in sé. YHWH con la sua scelta rompe l’apparente felice vita familiare per rimarginare una violenza nascosta subita dal cadetto.

Nei confronti di Caino la scelta di YHWH appare ingiusta solo apparentemente. Infatti Caino è vittima pure lui di una violenza ‘nascosta’: Eva si è impossessata di lui in una relazione fusionale per cui tutto ciò che esiste è la madre per il primogenito e il primogenito per la madre. Anche il padre ha le sue colpe perché davanti a questo rapporto distorto non ha reagito, ma si è dileguato lasciando il proprio figlio in balia della bramosia della madre.

La maieutica di Yhwh

La scelta di YHWH di guardare all’offerta di Abele ha un significato maieutico per Caino: è un appello perché Caino si accorga che al suo fianco c’è un fratello che finora ha incrociato senza mai vederlo. YHWH spinge Caino ad aprire gli occhi su Abele. È in atto un tentativo divino di far breccia sul rapporto fusionale in cui Caino è invischiato, offrendogli la possibilità di una sana apertura all’alterità, l’unica che può portare Caino stesso a prendere coscienza che egli non è solo un oggetto di bramosia (quello della madre), ma è un soggetto che può entrare in relazioni alla pari. Il fatto poi che il narratore non qualifichi l’offerta di Caino come ‘sua’, conferma che egli sembra proprio mancare di un ‘io’ soggettivo e autonomo.

Caino ne uscirà solo se romperà con l’esclusività, la totalità e la fusione di una relazione con la madre. È il suo limite, ma se lo assume può aprirsi per lui lo spazio della relazione paritaria, proprio a partire e attraverso il fratello Abele. Accettare il proprio limite e assumerlo è la prova di Caino che somiglia tanto a quella dei suoi genitori nel giardino di Eden.

Il volto arso di Caino

Il narratore con finezza psicologia coglie la reazione del primogenito: quella che YHWH temeva: «Gli si incendiò (il volto)», «arse (di collera)» e «camminava a testa bassa» (v. 5b). Ciò che gli brucia dentro, tanto da emergere sul volto, non è il fatto che Abele abbia più successo di lui, quanto del fatto che egli non sia più oggetto di attenzione e desiderio, come nel rapporto con la madre. Molti commentatori, a ragione, hanno evidenziato che il male oscuro di Caino è la gelosia o l’invidia, una forma relazionale della bramosia. Così P. Beauchamp parla dell’invidia: essa «ci fa soffrire di un bene toccato a un altro e goderne se ne priviamo altri. Per questo essa ci porta a desiderare il bene e a distruggerlo allo stesso tempo, perché il vero bene è sempre condiviso».6

  1. GLAT, V, coll. 167-184, in particolare per il nostro testo la col. 173.
  2. Cf. J.-P. Sonnet, L’alleanza della lettura. Questioni di poetica narrativa nella Bibbia ebraica (Lectio 1), Roma – Cinisello Balsamo (MI) 2011, 396.
  3. Cf. la rassegna raccolta in Caïn et Abel. Genèse 4, CEvSup 105 (1998); vedi anche Alonso Schökel, Dov’è tuo fratello, 35-40, alla pagina 38 la proposta di Alonso Schökel; Wenham, Genesis 1-15, 104. La traduzione greca dei LXX integra il vuoto informativo traducendo così il v. 7: «Se tu hai presentato l’offerta correttamente, ma diviso non correttamente, non hai forse peccato?». Caino cioè avrebbe commesso una colpa di tipo cultuale: non ha preparato bene la sua offerta, per questo Dio non l’ha gradita.
  4. Cf. Wénin, Da Adamo ad Abramo, 102.
  5. Cf. M. Balmary, Abele o la traversata dell’Eden (Epifania della parola 7), Bologna 2004, 81-84.
  6. P. Beauchamp, Salmi e notte e giorno (Orizzonti biblici), Assisi 1983, 79.)) Caino, quindi soffre di una mancanza e del fatto che Abele gode di quello che a lui manca, tanto da dimenticare tutto quello che egli ha per ridurre il suo sguardo solo a quello che non ha. ((Cf. Wénin, Da Adamo ad Abramo, 104.

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