Gen 4,8: l’omicidio

Caino non accetta l’ammonimento di YHWH, «può dominare e non vuole: e ne è pienamente consapevole. Ha concepito un crimine ed ora è pregno di malvagità; tra poco darà alla luce una disgrazia.1 Il racconto del primo omicidio è sobrio, solo un versetto (v. 8). Se poi teniamo presente che nel testo ebraico mancano le parole di Caino ad Abele («Andiamo in campagna»), presenti nella versione greca della LXX per dare un po’ di scorrevolezza al racconto, l’effetto di essenzialità è ancora più marcato. Se il narratore sceglie di non riportare la parole del primogenito, lo fa probabilmente per far risaltare che non dice niente, comunque niente che valga la pena di essere riportato.2 Colpisce nel v. 8 il seguente parallelismo:

E Caino    disse    verso    Abele suo fratello
E Caino    si erse    verso    Abele suo fratello    e lo uccise.

Il fatto che Caino dica ma in realtà non dica nulla ad Abele fa si che sia il suo ergersi contro Abele l’unico suo ‘dire’ qualcosa ad Abele fino ad ucciderlo. Il verbo ebraico hārag esprime l’omicidio intenzionale ed è diverso dal verbo usato per il quinto comandamento in Es 20,13 («Non uccidere» lōʾ rāṣaḥ) che esprime anche l’omicidio colposo. Caino incapace di dominare il peccato che stava accovacciato alla sua porta, sfoga tutta la sua ira non nella parola che resta muta ma aggredendo e uccidendo il fratello Abele. La sua incapacità di verbalizzare la bramosia che lo incendiava dentro di gelosia porta Caino all’illusione che il problema non sia in lui ma nell’altro per cui eliminandolo crede di estinguere l’arsura che lo attanaglia interiormente.

Le conseguenze sono descritte nei versetti seguenti, i quali riportano un dialogo tra Caino e Dio. Il tono è serio e assistiamo nuovamente a un processo: come in Gen 3 c’è l’indagine divina, la presa di coscienza della colpa e l’emissione della sentenza.

Gen 4,9: l’indagine divina

YHWH apre la sua indagine interrogando Caino: «Dov’è, tuo fratello?» (v. 9a) come aveva fatto in precedenza con Adamo domandando: «Dove sei?» (3,9). La risposta di Caino è dura e violenta: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?»; altra possibile traduzione è: «Non lo sapevo ch’ero io il custode di mio fratello!».3 Nella prima parte della sua replica Caino mente spudoratamente («Non lo so», v. 9ba),4 mentre nel prosieguo rigetta la domanda divina perché la sente inappropriata: «Sono forse il guardiano di mio fratello?» (v. 9bb). Caino rinuncia formalmente ad essere «custode» di suo fratello, in definitiva ad essere fratello. Il termine «guardiano», in ebraico šomēr, è il participio del verbo šmr del quale Daube suggerisce che faccia riferimento alla custodia legale che una persona aveva nei confronti di un’altra o di un suo bene.5 Nelle parole di Caino c’è una implicita ammissione di colpa.

Gen 4,10: La colpa

Nonostante il narratore abbia chiaramente affermato che i due fratelli erano soli in campagna, a Yhwh non sfugge l’omicidio del fratello, non perché si comporti come un segugio dell’uomo per coglierlo in fallo (quello semmai era lo stile del peccato, secondo il v. 7); ma perché non si dimentica mai dei suoi figli (cf. Is 49,15). L’interrogativo «Che cosa hai fatto?» più che una domanda per chiarire l’accaduto — YHWH sa già quanto è accaduto —, è il tentativo di far emergere la responsabilità di Caino nel fratricidio compiuto, come era successo con sua madre Eva (cf. 3,13), responsabilità che sale dalla terra in forza della voce del sangue. Una ulteriore possibile traduzione è quella di attribuire al termine voce il carattere di interiezione: «Che cosa hai fatto? Ascolta! Il sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!» (cf. Gb 16,18: «O terra, non coprire il mio sangue, né un luogo segreto trattenga il mio grido!»).6 Il dato sostanziale è che il sangue di Abele ha una sua potente voce che la forma plurale rafforza.7 Abele precedentemente non aveva proferito alcuna parola, né dalla sua bocca era uscita un’invocazione d’aiuto. Ora è il suo sangue a gridare dal suolo o «sporge denuncia». La radice verbale ṣāʿaq «gridare» ricorre in contesti giudiziari per esprimere il grido degli innocenti oppressi e calpestati: Israele in Egitto (Es 3,7), la vedova e l’orfano se saranno maltrattati (Es 22,21-24). Tra questi innocenti si aggiunge ora Abele.

Nell’AT, quando veniva commesso un omicidio si usava gettare terra sopra al luogo del delitto, per coprirne il sangue; si era infatti convinti che la voce del sangue sparso fosse fortissima, eloquente più di ogni altra accusa: capace di attraversare i cieli e giungere fino a Dio.8 Il sangue non ha nessun connotato di forza apotropaica che autonomamente si scaglia contro chi lo ha sparso. Il sangue semplicemente chiama in causa Dio e a lui si rimette. Con ogni probabilità qui il sangue di Abele grida la vendetta e per Caino si prospetta la terribile vendetta del sangue. Nella vendetta di sangue è presente l’idea che certe estreme azioni violente generano altrettante azioni violente: una persona non può prendere deliberatamente la vita di un altro è non subire nella sua vita un’altrettanta conseguenza.

Gen 4,11-12: La sentenza

Dopo l’indagine e il riconoscimento della colpa segue la sentenza che è tremenda. Ciononostante Caino non viene ucciso (vendetta di sangue),9 la sua vita viene risparmiata, ma su di essa cade la maledizione di Dio: «Ora sii maledetto, lontano dal suolo che ha aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano» (v. 11). Nelle sentenze divine del capitolo terzo l’unico ad essere maledetto direttamente era stato il serpente, ora è Caino («maledetto tu» ʾārûr ʾāttâ: cf. 3,14 e 4,11). Neppure ad Adamo era stata inflitta una simile maledizione che concretamente si specificherà in relazione al suolo (ʾădāmâ): per quanto Caino si darà da fare, questo non gli produrrà più frutto. Conseguenza: non potrà più essere un contadino, sedentario (come al v. 2); sarà costretto a vagare, senza un luogo in cui trovare riposo. È ciò che esprime l’ultima frase del versetto 12 che può essere resa anche come una endiade: «fuggendo ramingo sarai», oppure «ramingando fuggiasco sarai»,10 che rende il personaggio Caino non solo un omicida, ma un personaggio tragico.11 Caino è qualificato come nād «fuggiasco» (participio del verbo nwd), ritroveremo questa radice verbale alla fine della storia nel nome della regione dove Caino andrà a insediarsi (v. 16): il ramingo dovrà rifugiarsi nella terra del vagabondaggio, in «Vagaterra».12 Sembra quindi che il narratore voglia suggerire che Caino senza fratello è oramai smarrito e quindi errante, in cerca di se stesso, o di un soccorso che va cercando qua e là, tremando e barcollando (nāʿ participio del verbo nwʿ che significa «tremare», «barcollare»13). Forse è questa la sua vera maledizione: 14 Caino in quanto errabondo vivrà nella terra dell’erranza.15

Nelle parole di Caino la sentenza acquista contorni ancora più tragici:16 «Tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te» (4,14a). Non solo Caino è costretto a vivere come ramingo e fuggiasco, ma deve vivere lontano da YHWH e vivere sempre con l’angoscia che qualcuno lo possa uccidere, perché la vita del senza fissa dimora è continuamente esposta al rischio, non esistono diritti per chi è fuori dalla sua terra: «Chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere» (4,14b).

Il testo fa emergere un dettaglio alquanto curioso: se chiunque può uccidere Caino significa che ci sono altre persone sulla terra, oltre ad Adamo ed Eva… A partire da questa osservazione l’esegesi moderna ipotizza che il racconto di Caino e Abele fosse stato inizialmente indipendente da quello di Adamo ed Eva e che trasmettesse un’ambientazione dove l’umanità si era già diffusa e sviluppata sulla terra.17 Possiamo però affermare che la narrazione di Caino e Abele, come altri testi di Gen 1–11, non ha pretesa di precisione storiografica, descrive piuttosto la dinamica che s’instaura ogni volta che l’uomo uccide suo fratello: viene innescato un ciclo di violenza che difficilmente si riuscirà a fermare. Caino e Abele è un racconto meta-storico18 che denuncia la crescita della violenza come il proseguo del racconto genesiaco evidenzierà (cf. Lamech e il suo macabro canto: «Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido», 4,23).

Gen 4,15-16: un segno

L’intervento di YHWH nei versetti 15-16 è un altro colpo di scena: Caino sul quale era stata pronunciata una maledizione ora è oggetto di una promessa di aiuto/salvezza: «Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte» (v. 15a). Probabilmente si tratta di una risposta divina alla supplica dell’omicida.19 L’espressione divina, un raro esempio di formulazione apodittica (cf. Es 22,18; 21,12.15-17), è molto forte e si configura come una sorta di spauracchio per chi avesse la tentazione di uccidere Caino, l’assassino. Il «sette volte» esprime la certezza di un intervento divino pieno e puntuale. In questo caso sarà di vendetta. Le parole di YHWH quindi suonano anche come un tentativo molto forte di protezione, che trova eco nel gesto seguente: «Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato» (v. 15b). Il narratore non soddisfa la nostra curiosità e così non ci dice in cosa consista tale segno (ʾôt).20 Il vocabolo può esprime un segno di dimostrazione della potenza di Dio, ad esempio quella che Dio ha inviato al suo servo Mosè quando si presenta al faraone (Es 4,8.9.17.28.30); oppure ha una funzione simbolica perché rimanda ad una realtà altra (vedi i segni del profeta Ezechiele: Ez 4,1-3); in terzo luogo può avere una funzione mnemonica legata alla memoria ricordo ma anche al memoriale: un esempio è l’arcobaleno dopo il diluvio (cf. Gen 9,12.13.17), oppure il mangiare le azzime (Es 13,9). Nel nostro caso si tratta di un segno di protezione: chiunque vedrà Caino, lo potrà riconoscere e saprà che non lo si può toccare senza incorrere in una vendetta moltiplicata per sette. Risuona nuovamente nella oscura narrazione di un fratricidio una promessa di salvezza.

La vicenda si conclude con Caino che esce» lontano dal volto di YHWH per stabilirsi nel paese di Nod ad oriente di Eden. Già si è detto del termine Nod. Qui è interessante il verbo usato dal narratore: «Caino uscì» (yāṣāʾ). Ma uscì da dove? Dato che in precedenza il narratore non ha mai accennato ad un luogo chiuso. Forse il narratore vuole ricordare al lettore che fin dall’inizio della vicenda Caino era rinchiuso, perché intrappolato dentro il desiderio di totalità di sua madre, nella sua bramosia, nella sua incapacità di vivere altre relazioni. Se le cose stanno così il verbo «uscire» acquista tutto un altro significato. Infatti il verbo, oltre ad essere tipico dell’esperienza esodale, è impiegato nell’AT per descrivere la nascita di un bambino; se così fosse, il narratore potrebbe suggerisce che Caino «uscendo» finalmente nasce a se stesso intraprendendo un’avventura di vita che da ora in poi sarà solo ‘sua’. Questo è confermato dal fatto che alla nascita di Set, la madre Eva implicitamente riconosce che Caino non gli appartiene in quanto fratricida: «Adamo di nuovo conobbe sua moglie, che partorì un figlio e ella lo chiamò Set. «Perché — disse — Dio mi ha concesso un’altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino l’ha ucciso» (4,25). Non si può non notare la somiglianza con l’inizio del racconto di Caino. Forse sibillinamente il narratore vuol far capire che la storia di Caino può ancora ripetersi?

Nod si trova ad «oriente di Eden», espressione che indica la lontananza di Caino da Dio, chiamato a vivere come un errabondo, ma, in verità, marchiato da un «segno» che sarà per lui salvezza. Per cui nessuno tocchi più Caino!

  1. Alonso Schökel, Dov’è tuo fratello, 46.
  2. Cf. Wénin, Da Adamo ad Abramo, 108.
  3. Cf. Soggin, Genesi 1-11, 94.97.
  4. Cf. Alonso Schökel, Dov’è tuo fratello, 47.
  5. R. Lack, Le sacrifice d’Isaac – Analyse structurale de la couche élohiste dans Gn 22, in Biblica 56 (1975), 13-15. T.A. Lenchak, “Choose life!”: a rhetorical-critical investigation of Deuteronomy 28,69-30,20 (Analecta Biblica 129), Rome 1993, 482-491, legge nel termine «guardiano» un senso negativo (uno che vigila in modo inquisitivo), per cui la risposta di Caino esprime la sua avversione per un tipo di vigilanza poliziesca.
  6. GKC, § 146b; cf. R. Rendtorff, La “formula dell’alleanza”: Ricerca esegetica e teologica (Studi biblici 128), Brescia 2001, 341 n. 2, afferma: «The pronominal suffix on “cry,” -î, in Job 16:18 is not 1st person sing. (“my cry”), nor must the suffix be emended to –ô.
  7. In ebraico il termine è al plurale quando si tratta di delitti rimasti impuniti. Cf. Soggin, Genesi 1-11, 97; Testa, Genesi. Storia primitiva, 336.
  8. Cf. Wenham, Genesis 1-15, 107.
  9. Alonso Schökel, Dov’è tuo fratello, 50 annota: «L’omicidio comporta la pena di morte: “Chi uccide un uomo, è reo di morte’ (Ex. 21,12)».
  10. Cf. V.P. Hamilton, The Book of Genesis: Chapters 1–17 (NICOT n.d.), Grand Rapids 1990, 231.
  11. I. Kalimi, Go, I Beg You, Take Your Beloved Son and Slay Him!: Binding of Isaac in Rabbinic Literature and Thought, in Review of Rabbinic Judaism 13 (2010), 15-16.
  12. Alonso Schökel, Dov’è tuo fratello, 52.
  13. BDB, 5992.
  14. Cf. Wénin, Da Adamo ad Abramo, 110;
  15. Cf. E. Bianchi, Adamo, dove sei? Commento esegetico-spirituale ai capitoli 1-11 del libro della Genesi, Magnano (BI) 1990, 227.
  16. Cf. Hamilton, Genesis
    1–17, posizione 4196.
  17. Cf. Westermann, Genesis 1-11, 310-311; Hamilton, Genesis 1–17, posizione 4217; Wenham, Genesis 1-15, 109.
  18. Il racconto meta-storico è un racconto che a partire da una vicenda concreta descrive un comportamento umano che si ripete nelle generazioni.
  19. Cf. Wénin, Da Adamo ad Abramo, 111.
  20. Cf. S. Paganini, Deuteronomio. Nuova versione, introduzione e commeno (I libri biblici. Primo Testamento 5), Milano 2011, 557-569.

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