Il capitolo quarto non si chiude con la storia di Caino e Abele, altrettanto importanti sono i versetti 17-26, anche se non hanno la grande forza evocativa della storia dei due fratelli. Come scrive Ravasi in questa seconda parte «la genealogia della violenza dilaga. I suoi anelli sono robusti e si infittiscono perché, come dice un antico proverbio orientale, la madre della violenza è sempre incinta. Il crescendo della violenza, partito da Caino, raggiunge ora il suo apice in Lamec, suo discendente» 1.

Il brano è chiaramente diviso in due unità dissimili: l’una riguardante la discendenza di Caino (Gen 4,17-24) e l’altra riguardante la discendenza di Set (Gen 4,25-26). Con ciò l’autore finale ha scelto due tratti di un’antica tradizione genealogia di Adamo per ricamarvi sopra il proprio messaggio.

A sua volta la prima unità è articolata in due momenti:

  • i discendenti di Caino (Gen 4,17-18)
  • e la famiglia di Lamech (Gen 4,19-24).

Il primo raggruppamento, tenendo conto di 4,1, presenta una sequenza di sette generazioni: 1) Adamo, 2) Caino, 3) Enoc, 4) Irad, 5) Mecuiaèl, 6) Metusaèl, 7) Lamech. La funzione del numero sette è prettamente simbolica, indica pienezza, vale a dire un periodo di tempo in sé concluso.

Il secondo raggruppamento, invece, concentra l’attenzione sulla famiglia di Lamec, descrivendone le mogli e i rispettivi figli. Anche qui ritorna il numero «sette», in riferimento ai membri che compongono la famiglia di Lamec: Lamech, Ada, Iabal, Iubal, Zilla, Tubalkàin, Naama. In questo modo viene illustrato compiutamente il progresso della civiltà. Infine segue un canto che Lamec indirizza alle due mogli (Gen 4,23-24); esso conclude la descrizione della sua famiglia, riprendendo la menzione iniziale del v. 19. La disposizione dei nomi segue così questo andamento:

  • Lamec prende due mogli: Ada e Zilla (v. 19)
  • Ada e i suoi due figli Iabal e Iubal (vv. 21-22)
  • Zilla e i suoi due figli Tubalkàin e Naama (v. 22)
  • Lamech eleva un canto alle due mogli Ada e Zilla (vv. 23-24).

La genealogia di Caino (4,17-18)

17Ora Caino conobbe sua moglie, che concepì e partorì Enoc; poi divenne costruttore di una città, che chiamò il nome della città come il nome del figlio di Enoc. 18A Enoc nacque Irad; Irad generò Mecuiaèl e Mecuiaèl generò Metusaèl e Metusaèl generò Lamec.

Il testo non ha un intento etnologico, raccontare la nascita di una gruppo sociale, ma meta-storico, lo scopo è quello di descriverne l’organizzazione sociale e culturale. Ecco che quindi il narratore, con un salto logico, rispetto alla storia di Caino e Abele, ci racconta di Caino che prende moglie, quando sappiamo che egli era solo, fonda una città quando dal contesto precedente al mondo c’erano solo tre persone Adamo, Eva e Caino. Inoltre un Caino condannato ad errare nella regione di «Vagaterra» mal si concilia con un progetto urbano.

In Gen 4,17a il narratore fa un’affermazione su Caino che richiama quella su Adamo: «Ora Caino conobbe sua moglie, che concepì e partorì Enoc». La relazione di Caino con sua moglie somiglia molto a quella dei suoi genitori. È lecito quindi porsi la domanda: questo preclude a qualcosa di tragico? Il nome del figlio Enoc potrebbe derivare dalla radice ebraica ḥnk «dedicare» o «consacrare», in ogni caso è l’assonanza percepibile da un orecchio ebraico 2. Nella tradizione biblica Enoc è una figura nota: la ritroviamo nella genealogia di Set (cf. Gen 5,18-24), nella genealogia di Madian (cf. Gen 25,4) e in quella di Ruben (cf. Gen 46,9 e paralleli). La seconda parte del versetto (17b: «Poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoc, dal nome del figlio») è ambigua perché il soggetto dei verbi «divenne costruttore» e «chiamò» può essere tanto ad Enoc quanto a Caino 3.

Nell’ipotesi che sia Caino il costruttore, il suo gesto potrebbe qualificarsi come una forma di protesta contro il castigo divino che lo aveva destinato all’erranza (cf Gen 4,12), dato che la città presuppone un modo di vita sedentario. La fondazione della città può anche essere letta come l’opera di un uomo, che fidandosi del segno di protezione di YHWH, non teme più gli altri uomini e la loro violenza. Ecco allora che dando al figlio il nome di Enoc «dedicazione», Caino potrebbe sottolineare che per lui sta iniziando una nuova vita.

Se soggetto dei due verbi è Enoc, allora è il figlio che rompe con la vita di vagabondaggio di suo padre e in un certo senso esce dalla regione di Nod («Vagaterra»), fondando una «stabilità» nella città. Così facendo realizza il destino che suo padre Caino aveva iscritto nel suo nome Enoc («fondazione», «dedicazione»). La città poi porta il nome del figlio di Enoc: Irad (ʿîrād), vocabolo molto affine a quello ebraico per città ʿîr.

Il testo è aperto ad entrambe le soluzioni e nella sua ambivalente brevità il narratore con finezza «suggerisce […] che i rapporti tra padre e figlio non sono necessariamente prigionieri del modello proposto in 4,1-2. E se un padre come Caino può utilizzare suo figlio per dare un senso alla propria storia, un figlio come Enoch può prendere le distanze per evitare di entrare nel gioco paterno» 4.

La città può sembrare il luogo più facile dove rifugiarsi per sfuggire all’isolamento e alla solitudine; in realtà essa, pur essendo un luogo di concentrazione umana, non assicura automaticamente comunione e condivisione esistenziali. C’è invece la necessità di lavorare per non massificare le differenze vivendo appieno l’alterità come dono, altrimenti la città corre il rischio di diventare essa stessa il luogo per eccellenza della divisione, come puntualmente illustrerà l’episodio di Babele (cf. Gen 11,1-9), dove il progetto non è quello di una unità che impedisca la dispersione, ma di una uniformità che abolisca le singolarità!

  1. Cf. G. Ravasi, Il libro della Genesi (1-11) (Guide spirituali all’Antico Testamento), Roma 1990, 104.
  2. Cf. Westermann, Genesis 1-11, 327.
  3. Testa, Genesi. Storia primitiva, 342; Wenham, Genesis 1-15, 111; Wénin, Da Adamo ad Abramo, 112; Soggin, Genesi 1-11, 101 ritiene Caino il soggetto dei due verbi; Westermann, Genesis 1-11, 327 seguendo Budde il TM.
  4. Wénin, Da Adamo ad Abramo, 113.

1 Commento

COMMENTA