Gen 4,25-26 segna il passaggio dai discendenti di Caino a quelli di Set che verranno presentati per esteso nella genealogia del capitolo successivo (cf. Gen 5). L’ipotesi è che il redattore finale abbia staccato le informazioni riguardanti la nascita di Set e quella di suo figlio Enos per anticiparle alla fine del capitolo quarto. La ragione potrebbe essere duplice: accostare ad una genealogia «cattiva», quella di Caino, una «buona», quella di Set, oppure anticipare l’informazione sul sorgere del culto di YHWH.

25Adamo di nuovo conobbe sua moglie, che partorì un figlio e lo chiamò Set. «Perché – disse – Dio mi ha concesso un’altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino l’ha ucciso». 26Anche a Set nacque un figlio, che chiamò Enos. A quel tempo si cominciò a invocare il nome del Signore.

Così come il testo ci è dato, il versetto 25 è un flashback inatteso 1 con cui il narratore riporta il racconto al suo inizio, cioè alla prima coppia Adamo e Eva e ai loro due figli, Caino e Abele:

«Adamo di nuovo conobbe sua moglie, che partorì un figlio e lo chiamò Set» (v. 25a).

«L’adamo

conobbe Eva sua moglie, che concepì e partorì Caino» (v. 1a)

C’è subito da osservare che qui, a differenza di Gen 4,1 (hāʾādām) a cui il narratore rimanda con l’avverbio «di nuovo» (ʿôd), il termine ebraico ʾādām «Adamo» è privo dell’articolo determinativo; sembra dunque che il narratore lo utilizzi come nome proprio, facendo uscire il terrestre dall’anonimato. Inoltre è posta una distanza tra la madre e il bambino perché egli è qualificato subito come «un figlio» e solo successivamente la madre gli impone il nome di Set (šēt), commentandolo come aveva fatto con il primogenito Caino:

«Perché Dio mi ha concesso (šyt) un’altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino l’ha ucciso» (v. 25b).
«Ho acquistato (qānāh) un uomo grazie al Signore» (v. 1b)

L’espressione «un’altra discendenza/seme» (zeraʿ ʾaḥēr) conferma il riferimento alla storia di Caino e Abele, dando vita a una inclusione che chiude in un’unica unità letterari tutto il capitolo quarto. Al figlio nato viene imposto il nome di Set e nelle parole di Eva la spiegazione del nome è legata al verbo «porre», «concedere» (šyt) in forza più di una etimologia popolare basata sulla paronomasia che su un vero legame filologico 2. È altrettanto improbabile ricondurre il nome Set al popolo dei Sutu (cf. Nm 24,17) perché siamo in una prospettiva metastorica, che precede le distinzioni in popoli e tribù 3.

Nella parole di commento di Eva finalmente trova posto anche Abele, il figlio misconosciuto fin dalla nascita tanto che non aveva ricevuto nessuna parola dalla madre interamente assorbita dal primogenito. Abele improvvisamente acquista valore, sia perché viene citato prima di Caino, sia perché Eva vede in Set un suo degno sostituto. Il terzogenito della coppia diventa pertanto la speranza di Eva che vede in lui un «seme» (zeraʿ), una promessa di fecondità e di futuro. Nella nota di Eva «c’è qualcosa di un nuovo inizio, e questo anche se il fatto di essere l’unica speranza di sua madre costituisce probabilmente un certo pericolo per un figlio» 4.

Un’ultima osservazione riguarda i verbi utilizzati: alla nascita di Caino è Eva che «acquista» (qānāh) un figlio «con YHWH » o «da YHWH»; con la nascita di Set è Dio stesso che ha depositato (šyt) nel grembo di Eva il figlio! Là, come qua, si afferma che la nascita di un bimbo non è semplicemente un processo biologico prodotto dalla volontà di due esseri umani, ma che Dio vi è profondamente coinvolto.

Con la nascita del figlio è Set, il padre, che impone il nome, Enos (ʾĕnôš versetto 26). Enos come Adamo può essere usato come nome proprio (cf. 5,6-12) oppure come termine collettivo per «uomo/umanità». In questa accezione ricorre 42 volte specialmente in testi poetici 5. Esso poi qualifica l’aspetto della caducità e della mortalità della specie umana (cf. il termine accadico enēšu «essere debole, essere malaticcio») 6. A Enos è collegata l’informazione che «A quel tempo si cominciò a invocare il nome YHWH». È improbabile che questa notizia venga dalla tradizione sacerdotale 7 perché tale tradizione nel libro di Esodo afferma che la rivelazione del nome di Dio, cioè del tetragramma YHWH, è avvenuta soltanto con Mosè:

Dio parlò a Mosè e gli disse: «Io sono YHWH! Mi sono manifestato ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe come Dio l’Onnipotente, ma non ho fatto conoscere loro il mio nome di YHWH» (Es 6,2-3).

Gen 4,26 non fa la medesima affermazione di Esodo, perché mentre nei testi di Esodo si illustra l’inizio della storia d’Israele come popolo caratterizzato dal culto di YHWH, qui invece il contesto è sempre quello della narrazione metastorica: al di là e in un certo senso prima di tutti i culti sorti dopo la divisione dell’umanità in popoli, l’uomo ha invocato colui che solo è il creatore e il Signore di tutte le cose, cioè YHWH!

Forse l’autore era a conoscenza del fatto che il nome di YHWH era già conosciuto e invocato prima d’Israele da altri gruppi, specialmente nella regione del Sinai. Ma a parte questa possibile consapevolezza tutta da verificare, il testo fa un’affermazione teologica importante: l’uomo fin dalle sue origini è un uomo religioso; è un uomo che sa operare il progresso e la cultura, pur nell’ambiguità di un uso peccaminoso delle risorse; ma soprattutto è un uomo che sa elevare lo sguardo al suo Creatore e trovarvi la capacità del vero progresso umano, che può essere solo progresso religioso 8.

  1. Cf. Wénin, Da Adamo ad Abramo, 115.
  2. Cf. Strus, Nomen – Omen, 66.
  3. Cf. HALOT, 9991; Borgonovo, Genesi, 84.
  4. Wénin, Da Adamo ad Abramo, 116.
  5. GLAT, I, coll. 748.
  6. Cf. GLAT, I, coll. 747-752.
  7. Cf. Soggin, Genesi 1-11, 105. La tradizione ebraica nega che in un ambiente del genere sia stato possibile il culto di YHWH, e pensa piuttosto che lo si sia profanato (Cassuto). Cf. Wenham, Genesis 1-15, 116.
  8. Cf. Cryer, The Interrelationships, 28.

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