16Il sacerdote di Madian avev

a sette figlie. Esse vennero ad attingere acqua e riempirono gli abbeveratoi per far bere il gregge del padre. 17Ma arrivarono alcuni pastori e le scacciarono. Allora Mosè si levò a difendere le ragazze e fece bere il loro bestiame. 18Tornarono dal loro padre Reuèl e questi disse loro: «Come mai oggi avete fatto ritorno così in fretta?». 19Risposero: «Un uomo, un Egiziano, ci ha liberato dalle mani dei pastori; lui stesso ha attinto per noi e ha fatto bere il gregge». 20Quegli disse alle figlie: «Dov’è? Perché avete lasciato là quell’uomo? Chiamatelo a mangiare il nostro cibo!». 21Così Mosè accettò di abitare con quell’uomo, che gli diede in moglie la propria figlia Sipporà. 22Ella gli partorì un figlio ed egli lo chiamò Ghersom, perché diceva: «Vivo come forestiero in terra straniera!».

23Dopo molto tempo il re d’Egitto morì. Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. 24Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. 25Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero.

La violenza genera altra violenza e Mosè è costretto ad abbandonare il paese d’Egitto e i suoi fratelli perché il Faraone lo ceca per ucciderlo. Cerca rifugio nel deserto di Madian (v. 15). Il paese di Madian, a est dell’Egitto, nella penisola sinaitica o al di là del golfo di Aqaba, non è il deserto di sabbia del Sahara. È un massiccio di rocce scolpite dal vento e dall’erosione. «Le rugiade sono abbondanti, i temporali violenti e i pozzi relativamente numerosi. Questo deserto è il midbar degli ebrei, dove si conducono i greggi che, salvo in caso di grande siccità, trovano certi cespugli da brucare» (E. Bianchi). Nuove avventure attendono il nostro eroe vicino al pozzo.

Come avviene con i patriarchi Isacco e Giacobbe, un incontro al pozzo può diventare l’occasione per intrecciare molti legami (cf. Gen 24,15-27; 29,1-12). L’episodio dell’incontro di Mosè con le figlie di un sacerdote di Madian ha un orientamento ben chiaro: illustrare, ancora una volta, lo spirito indomito di Mosè e il suo amore per la giustizia. Egli libera le giovani dalla violenza di altri pastori e si prende cura del loro gregge. È significativo che venga identificato con un egiziano, non come un ebreo (v. 19). L’essere ebreo, un fratello di quel popolo di schiavi appare quasi nella vicenda di Mosè più una conquista che un fatto assodato o garantito dalla generazione. Vedremo più avanti la fatica che Mosè dovrà compiere per farsi accettare dal suo popolo come l’inviato di Dio. Ben presto, tuttavia, il fuggiasco dall’Egitto diventa pastore di quel gregge che ha difeso (Es 3,1) e si adatta alla nuova situazione dimenticando la condizione del suo popolo, o almeno emerge il senso di impotenza rispetto a quella condizione di schiavitù. Egli prende moglie, si forma una famiglia; rientra in una situazione di normalità. In lui, però, continua a rimanere il senso di abitare in una terra non sua, tanto che chiama il suo primo figlio Gherson, perché si riconosce un gēr, un «emigrato» (o forestiero) in terra straniera (v. 22). Anche Abramo si era considerato un «emigrato» (Gen 23,4), la sua discendenza è «emigrata» in terra d’Egitto (Gen 15,13). L’emigrato è colui che vive in una terra non sua. In questo, Mosè mantiene la coscienza di appartenere a un altro popolo, anche se le sue scelte sembrano mostrare il contrario. Il deserto qui non sembra corrispondere tanto a un luogo ideale, quasi cercato da Mosè. È piuttosto il luogo verso cui fugge. In questo senso si ha, quindi, un’altra inconsapevolmente anticipazione delle vicende del popolo di Israele: egli fugge, come Israele, dall’Egitto; va nel deserto, come Israele.

Infine il futuro condottiero delle schiere di Israele con il suo gesto in favore delle figlie madianite si presenta come il liberatore dei deboli e degli oppressi, anche a rischio della sua vita. Il gesto di Mosè poi è descritto usando i verbi «salvare» (2,17) e «liberare» (2,19). Un destino inizia a prendere forma.

Il grido dei figli d’Israele

C’è un contrasto evidente nei i vv. 23-25, epilogo apparente della storia di Mosè. Mosè è fuggito dall’Egitto, mentre i suoi fratelli sono rimasti nella condizione di schiavitù. Chi se ne prenderà cura? Dopo aver dato notizia della morte del re dell’Egitto, si dice che «i figli di Israele gemettero dalla loro schiavitù (meglio di come traduce la CEI: per la loro schiavitù) e gridarono, e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio» (v. 23). Non si dice che gli Israeliti gridarono a Dio, ma semplicemente che gridarono. È un grido senza interlocutore esplicito. Il verbo ebraico «gridare» (ʾānah) è un termine tecnico usato nel contenzioso giudiziario, quando l’innocente si rivolge al giudice per reclamare il suo diritto (Gen 4,10; 1Sam 7,8-9; 2Re 8,3; Is 19,20; Pr 21,13). Nei Salmi sono il povero, il malato, il perseguitato che gridano a Dio-giudice perché li salvi: «Con la mai voce al Signore grido aiuto, con la mia voce supplico il Signore… Io grido a te, Signore; dico: Sei tu il mio rifugio, sei tu la mia sorte nella terra dei viventi» (Sal 142,2.6).

Se un oppresso grida, Dio non può non ascoltare il grido: «Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo libera da tutte le sue angosce» (Sal 34,7). Dio si sente impegnato con Israele da un’alleanza, che giuridicamente lo obbliga a intervenire in suo favore. A noi moderni sembra forse strano questo tipo di rapporto; ci può apparire quasi forzato. Eppure è straordinario e imprevedibile che un Dio si leghi a tal punto agli uomini da sentirsi in dovere di intervenire ogniqualvolta il diritto del suo alleato viene calpestato. Infatti Dio, come il giudice in un processo, «ascolta» il grido e «si ricorda dell’alleanza». Il ricordo non è solo qualcosa di intellettuale; ascoltare significa rendere presente, agire, salvare. L’Eucaristia è un memoriale nel senso che realizza ciò che celebra. Dio ricorda l’alleanza e ricordando la rinnova e la attua. Egli come Mosè «vede» la condizione servile del popolo e se ne prende pensiero. Sembrava lontano, ad di fuori del suo popolo, eppure ora interviene.

C’era quasi bisogno che gli israeliti gridassero dalla schiavitù. La salvezza parte sempre dalla schiavitù, dalla coscienza di un bisogno. La cosa necessaria non sembra tanto gridare verso Dio, quanto gridare, perché il grido manifesta il bisogno di essere salvati. Dio non ha aspettato altro che quel grido per poter venire in aiuto del suo popolo; egli non aspetta che il nostro grido, la nostra protesta per soccorrerci e liberarci dal male.

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