Per realizzare la sua opera, Dio non resta solo. Mosè sarà il suo segno e lo strumento della sua presenza divina per la salvezza del suo popolo:

10Perciò va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». 11Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall’Egitto?». 12Rispose: «Io sarò con te. Questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte».

Come accade nei racconti di vocazione, un’obiezione manifesta le esitazioni e le reticenze di fronte alla missione da compiere: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?», chiede Mosè (v. 11). Non solo perché la missione supera le forze di chi è mandato (Gdc 6,14-16; Ger 1,6), ma perché egli non ha alcun titolo per parlare al faraone. La risposta divina non si fa attendere, Dio proclama solennemente: «Io sarò con te (ʾeheye ʿimmāk)» (v. 12). Nella Bibbia coloro che Dio incarica di una missione sono assistiti dalla presenza divina: è il caso di Giacobbe in Gn 28,15, di Giosuè in Gs 1,9; di Gedeone 6,12-16. Lo stesso vale per Maria (Lc 1,28: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te») o per i discepoli (Mt 28,20: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»). Viene anche annunciato un segno, che consiste nel «servire» Dio sullo stesso monte dove si è mostrato nel roveto.

Mosè è restio ad obbedire ed avanza, allora, una seconda obiezione, che è una domanda d’identità: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?» (v. 13). Il futuro condottiero delle schiere d’Israele non conosce il nome di colui di cui deve essere il messaggero. Deve parlare ai figli di Israele, ma non sa chi lo manda. Solo quando conoscerà il nome di Dio, potrà veramente parlare in suo nome.

1. Qual è il suo nome?

La domanda di Mosè riceve una duplice risposta (vv. 14 e 15) segno della complessità del lavoro redazionale, ma, più ancora, delle difficoltà di parlare del mistero così rivelato:

14Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono (ʾehye ʾăšer ʾehye)!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: «Io-Sono (ʾehye) mi ha mandato a voi»». 15Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: «Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi». Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.

Per la sua concisione e il suo carattere ermetico, la prima risposta, «Io sono colui che sono (ʾehye ʾăšer ʾehye)», è una delle frasi più difficili da interpretare. Ci troviamo di fronte ad una spiegazione del nome divino volutamente enigmatica. La formula è una espressione unica in tutta la Bibbia: è collegata con il verbo «essere» (hayah) in una forma verbale che esprime dinamicità, permanenza, futuro: grammaticalmente la si dovrebbe rendere con: «Io sarò colui che sarò». I fiumi di inchiostro spesi per la spiegazione di questa misteriosa formula testimoniano la difficoltà di renderla nelle nostre lingue moderne. Possiamo riassumere le proposte interpretative lungo tre direttrici.

1.a Rifiuto di rivelare il nome

Letteralmente si può tradurre l’ebraico: «Io sono colui che sono» o anche «Io sono: io sono», dando al pronome relativo ebraico (ʾăšer) il senso dei nostri due punti. La formula è evasiva. Dare un nome a qualcuno significa esercitare un certo potere su di lui. In un contesto dove esistono concezioni magiche, legate alla proprietà del nome, Dio rifiuterebbe di rivelare il proprio nome per non essere relegato al rango di idolo. Logicamente, tuttavia, la rivelazione a Mosè non può consistere in un semplice rifiuto e, inoltre, Mosè impara un nome che può servire come segno (cf. v. 14b). Si può concludere, quindi, che se Dio non rifiuta di dire il proprio nome, il nome che Egli si dà non può essere conosciuto, né pronunciato dall’uomo. Anche il nome Yahvè (tradotto nella versione italiana con «Signore»), che sarà rivelato nel versetto seguente, non saprebbe esprimere il mistero di colui che è sempre «oltre».

1.b Affermazione dell’esistenza di Dio

La traduzione greca dell’Antico Testamento, chiamata Settanta, ha reso la frase ebraica con: «Io sono colui che è», cioè, «Io sono l’essere per eccellenza», in opposizione agli dèi che non sono (Is 44,6-8) o che sono niente (Is 41,21-29). Secondo questa interpretazione, Dio esiste veramente perché egli solo ha consistenza, solidità. Mentre tutto cambia, egli solo rimane stabile e immutabile. Egli solo «è». I padri della Chiesa vi hanno intravisto una meravigliosa coincidenza che manifesta l’unità della fede e della ragione: la rivelazione biblica si congiunge con la filosofia greca. Questa interpretazione, nella quale Dio sembra definirsi attraverso la nozione di «essere», è influenzata dalle categorie greche.

1.c Affermazione dell’agire di Dio

Già si è detto che il verbo ebraico «essere» hayah implica dinamismo, presenza e futuro. Seconda questa accezione il verbo esprime l’esistenza concreta e agente, la realtà di una relazione con gli uomini, nel presente e nel futuro. La formula la potremmo rendere in italiano con la seguente parafrasi: «Io sarò quello che sono; capirete quello che io sono (e sono stato) da ciò che farò per voi, dalla storia che farò con voi». Dio verrà conosciuto e sperimentato nella storia di salvezza che Egli farà con Mosè e il suo popolo. Il nome quindi di Dio è carico di promessa. Egli è colui che sarà là  nei momenti decisivi del popolo e di ogni credente in lui. Questa interpretazione, evidenziata dalla tradizione ebraica, si coniuga bene con quanto affermato da Dio al v. 12: «Io sarò con te».

La formula può, dunque, essere interpretata in diversi modi. Tradurre è sempre tradire perché si parteggia per una ipotesi interpretativa. Scegliere l’una o l’altra spiegazione significa racchiudere Dio, limitarlo. Accettiamo piuttosto i limiti e le debolezze delle nostre interpretazioni, che non potranno mai esaurire l’infinito di Dio. Mosè non si è avvicinato al roveto, così l’esegeta deve rimanere a distanza. Dio è colui che non può dire il suo essere in modo che ci si possa servire di lui; egli è colui che esiste indipendentemente da tutto ed è la sorgente di ogni esistenza; è la presenza attenta ma totalmente libera, per oggi e per domani: Dio mai afferrato ma sempre presente

2. Tuo Dio fin dall’Egitto

Proseguendo la lettura del testo, si concretizza il significato di questo nome. «Io-Sono mi ha mandato a voi» dice Dio al v. 15. E poi: «Yahvè (= «il Signore»), il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi». «Io-Sono» è il Dio dei padri, ciò il Dio di una storia precisa, il Dio di uomini. «Io-Sono» è il Dio del passato (i padri), del presente (del suo popolo) e del futuro (è quello che si manifesterà). Il Dio che si manifesta a Mosè è un Dio che si relaziona agli uomini; il suo esistere, il suo essere, si manifesta in questa relazione e nella sua storia con gli uomini. Alla fine del v. 15 infatti leggiamo: «Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione». Il nome di Dio è tutto ciò che è compreso nei vv. 14-15; l’«io sono colui che sono» iniziale si specifica in ciò che Dio continua a dire a Mosè.

3. Perché Dio rivela il suo nome?

Non è per bisogno di chiarezza a livello di nozioni, né per rispondere a una curiosità teologica o filosofica. Se Dio si manifesta a Mosè, è per rispondere al grido del suo popolo (Es 2,23-24), e per dire che egli sta per intervenire (3,7-9) e suscitare speranza in questo intervento. La rivelazione a Mosè non è la novità di una parola, bensì ciò che il nome divino incomincia a rivelare.

Coloro ai quali il nome divino viene rivelato, «non sono semplicemente inseriti nel segreto divino, ma sono l’oggetto di un atto di salvezza. Con l’incontro al roveto ardente, il «Dio degli ebrei» si rivela come il Dio che si schiera con gli ultimi e con gli oppressi, il liberatore del piccolo gruppo di Mosè che, inseguito, diverrà il testimone di questa rivelazione davanti a tutte le nazioni.

Yahvè è il Dio di Israele non perché il popolo si scelto questo dio fra altri, come ad esempio capitava quando si dovevano fondare le città del medio oriente antico, ma perché Dio ha scelto di liberare coloro che vivevano nella casa di schiavitù e ha scelto di fare di una massa di schiavi il suo popolo. Questo è il senso profondo della rivelazione del roveto. L’esodo diventerà il mezzo attraverso il quale Jahvè si farà conoscere e costituirà nello stesso tempo il contenuto di questa conoscenza di Dio. Non ciò che Dio è in se stesso – nella Bibbia non viene mai posto il problema di ciò che Dio è «in sé» – ma ciò che egli è per gli uomini, e in particolare per i poveri, egli che ha visto la miseria del suo popolo. Questo è il nome con il quale si invocherà Dio di generazione in generazione (Es 3,15).

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