Spesso le traduzioni moderne della Bibbia iniziano la storia di Abram con la chiamata e l’ordine che il Signore gli rivolge. Iniziano quindi in Gen 12. Ma Abramo non è un figlio di n.n. ha una famiglia di origine e quindi il racconto biblico della sua storia non può che iniziare prima. In effetti alla fine del capitolo 11 di Genesi leggiamo questo a partire dal versetto 27:

27Questa è la discendenza di Terach: Terach generò Abram, Nacor e Aran; Aran generò Lot. 28Aran poi morì alla presenza di suo padre Terach nella sua terra natale, in Ur dei Caldei. 29Abram e Nacor presero moglie; la moglie di Abram si chiamava Sarài e la moglie di Nacor Milca, che era figlia di Aran, padre di Milca e padre di Isca. 30Sarài era sterile e non aveva figli.
31Poi Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè di suo figlio, e Sarài sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono.
32La vita di Terach fu di duecentocinque anni; Terach morì a Carran.

Abram è il primogenito di Terach padre di tre figli (gli altri due sono: Nacor e Aran) . Fa parte della tecnica narrativa biblica far iniziare il racconto di un figlio dando la genealogia di suo padre.

In questi pochi versetti Terach è ricordato sette volte è quindi il protagonista di quanto il narratore racconta. La sua famiglia è segnato da un doppio lutto: quello della morte del figlio Aran dopo aver fatto generare un figlio e quello della sterilità di Sarai, moglie di Abram. La sterilità è segno di morte.

Considerando queste informazione succinte si notano delle stranezze. La morte dell’ultimo genito è raccontata in modo strano. Infatti la sequenza nel testo ebraico dei versetti 11,27b-28 ha una rottura nella continuità narrativa 1, tanto da poterla rendere il testo con frase avversativa: «Terach fece generare Abram, Nacor e Aran, ma Aran fece generare Lot».

La morte di Aran è descritta con un’espressione sconcertante che non ricorre in nessun altro passo: Aran muore «in faccia» (ʿal pe) a Terach. La frase «in faccia» è molto mitigata nelle traduzioni moderne ed è resa con «durante la vita» o «alla presenza», ma essa è portatrice di un significato oppositivo («contro» o «in opposizione»). Questo modo di raccontare della morte di un figlio non solo è inusuale ma non è neppure consono.

C’è il sospetto che le cose in questa famiglia non girino per il verso giusto.

E infatti quando Terach ha il suo primogenito gli mette nome Abram che significa «padre elevato», elemento che svela forse qualcosa di come il padre percepisce questo figlio primogenito. Nomen omen, dice il proverbio latino: quindi, il destino del figlio sarebbe forse quello di essere la fierezza di suo padre, di renderlo grande. Al secondo genito dà il nome di Nacor, il nome del nonno (padre di Terach), caratteristica unica nell’insieme del libro della Genesi. Terach probabilmente ha a cuore di onorare il proprio padre dopo aver proclamato, con il primogenito, il prestigio acquistato con il fatto di essere diventato padre.

Con il terzo figlio la paternità di Terach è minacciata e il figlio Aran che ha fatto generare Lot, misteriosamente muore.

Nella famiglia di Terach non c’è spazio per due padri. La grandezza del nome proclamato dal primogenito consiste, nel clan familiare di Terach, in un monopolio della paternità, che è mortale mettere in discussione.

Passando all’informazione sulla sterilità di Sarai c’è da notare che, dopo la morte del figlio-padre, la famiglia sembra aver superato lo shock, tanto che i figli si sposano. La sposa di Nacor è Milca (= regina), figlia di Aran e sorella di Lot (c’è poi una terza sorella Isca). Si ripresenta la tendenza alla fusione, perché Nacor non esce dal clan per trovare moglie. Cosa diversa, stando a questo testo, è per Abram il quale, invece di prendere Isca, l’altra nipote orfana, sceglie, fuori della famiglia, una donna di nome Sarai (il cui nome significa «miei principi») e subito il narratore annota la sua sterilità. Questo sarà uno dei temi fondamentali del ciclo di Abram. Comunque quello che il testo sembra suggerire è che anche questo tentativo di aprire il cerchio familiare di Terach naufraga nella sterilità, metafora nel mondo biblico della morte.

Tentativo di fuga dalla morte

Terach decide di lasciare la terra di Ur così nefasta per la sua famiglia e parte alla volta di Canaan. Il versetto 31 è sovraccarico di termini che indicano legami parentali (figli, nipote, moglie, nuora) e di suffissi possessivi e complementi al genitivo che precisano li precisano: tutto ruota attorno a lui, il padre Terach:

Poi Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè di suo figlio, e Sarài sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei.

Le ripetizioni, assolutamente inutili dal punto di vista informativo perché già si conoscono le parentele, hanno lo scopo di mettere in evidenza, da lato i rapporti di stretta dipendenza tra queste persone; dall’altro chi presiede questi rapporti di parentela: sempre il padre Terach, colui che li «prende» (lāqaḥ) tutti — un verbo che dice possesso o impossessamento!

La seconda parte del versetto è ancora più curiosa. Letteralmente suona: «E uscirono con loro…» (wayyēṣʾû). Chi esce con chi? Probabilmente tutti con tutti: ognuno con coloro che gli sono legati: Terach con coloro che prende, Abram con suo padre Terach e sua moglie Sarai, Lot con suo nonno Terach e il ricordo di suo padre morto, Sarai con suo suocero Terach e suo marito Abram.

Quello che ci trasmette il versetto 31 è un universo familiare fusionale. Quando Terach prende e porta via i suoi, figlio, nipote e nuora, esercita su di loro il suo dominio, mette la mano sul loro destino. Facendo ciò, li priva della facoltà di esserne soggetti oppure li esonera da tale responsabilità. In altre parole, non lascia spazio a una loro personale iniziativa — cosa che non è estranea a ciò che ha portato Aran alla morte.

Il tentativo di lasciare la terra mortifera di Ur da parte di Terach, naufragherà perché il dispositivo portatore di morte sta proprio nella modalità con cui Terach vive la paternità e solo lui lo può disinnescare se solo avesse il coraggio di ritirarsi, lasciando libero il campo. Anche se la sua intenzione è positiva, anche se la sua buona volontà è intera, la struttura relazionale di cui è la chiave di volta può solo annientare i suoi sforzi. Pertanto, se nella partenza da Ur c’è qualcosa di una nascita, o addirittura di una liberazione, dato che viene registrata con il verbo «uscire» tipico dell’Esodo, questa non può essere portata a termine, nella misura in cui i molteplici legami mantenuti da Terach non vengono sciolti, quanto piuttosto rinforzati da questa partenza, come sottolinea il racconto.

Canaan nel mirino

Terach vuole arrivare a Canaan, la terra che Yhwh prometterà in dono ad Abram e alla sua discendenza, ma il viaggio si interrompe di colpo. Giunti a Carran, a metà strada del tragitto, Terach e i suoi vi si fermano là. Per questa sosta non viene data alcuna ragione e il verbo «abitare» (yāšav) evidenzia che non si tratta di una sosta temporanea, ma di un vero e proprio insediamento. In ebraico il nome Kharam suona molti simile a quello di Aran, è un caso di paronimia.

Terach improvvisamente senza ragione fa fermare i suoi e li insedia in un luogo che ricorda il nome del figlio morto. Tutto questo suggerisce che Terach non h mai lasciato il punto di partenza, o meglio si è portato dietro il dispositivo di morte. Un altro dato lo confermerebbe: il narratore lo fa morire anticipatamente.

I conti degli anni non tornano

In Gen 11,32 leggiamo: «La vita di Terach fu di duecentocinque anni; Terach morì a Carran». Subito dopo c’è il comando del Signore ad Abram ed questi parte. Quindi il patriarca sembra partire dopo la morte di suo padre. Se però rifacciamo i conti attentamente c’è una sorpresa:

  • Terach, dice Gen 11,32, muore a duecentocinque anni,
  • al momento della nascita di Abramo Terach aveva settant’anni (cfr. Gen 11,26),
  • mentre Abram quando parte e lascia Carran ha settantacinque anni (cfr. Gen 12,4b).

Terach ha quindi centoquarantacinque anni quando suo figlio se ne va. Sopravvive quindi per altri sessant’anni dopo.

Con l’anticipazione della morte di Terach il narratore fa percepire al lettore che egli realmente, insediandosi in un luogo che ricordava la morte del figlio, sia sceso in essa anzitempo e vi abbia anche fatto scendere la sua famiglia: Abram, Sarai e Lot. Per loro non c’è più speranza?

Su questa situazione di non-vita, pur vivendo, su questo caos di relazioni fusionali ghermite tutte dalla potenza dominante del padre Terach scende sovrana la parola del Signore.

Ci sarà ancora viaggio e paesaggi da vedere e scoprire e gente da incontrare per il treno della vita fermo su un binario morto!

 

  1. Si passa dal primo piano della narrazione allo sfondo con il cambio delle forme verbali: da wayyiqtol a x-qatal

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