L’ordine di partire verso un altro luogo, che non è solo un punto geografico, è accompagnato da una “promessa”, che ha nella benedizione il suo contenuto e che si compirà se Abram ascolterà la parola datagli dal Signore.

Il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra e dal luogo del tuo parto e dalla casa di tuo padre,
verso la terra che io ti farò vedere,
affinché faccia di te una nazione grande
e ti benedica
e faccia grande il tuo nome (Gen 12,1-2)

Questa promessa investe innanzitutto Abram:

  • non più la “sua” terra, ma la terra che il Signore gli farà vedere;
  • non più la “sua” parentela, ma una grande nazione come discendenza;
  • non più il nome che gli ha dato suo padre, ma un grande nome, il suo.

Al centro poi di questa promessa la benedizione foriera di vita, di fecondità e felicità come afferma la prima benedizione pronunciata da Dio in Gen 1,28: «Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi…”». La benedizione è la conseguenza della rinuncia al mondo della bramosia che tanto ha imperato nei capitoli precedenti a motivo delle scelte sbagliate degli uomini (Adamo ed Eva, Caino…). Con Abram, quindi, riparte il progetto originario di Dio di benedizione per tutta l’umanità.

Un dono fatto a tutti

Ecco che il Signore guarda oltre Abram per la benedizione:

… e che tu sia una benedizione
e che io benedica coloro che ti benediranno,
ma colui che ti maledirà maledirò;
e che in te acquistino per sé la
benedizione tutte le famiglie della terra» (Gen 12,2-3).

Se Abram è benedetto lo è per essere benedizione, cioè regalo di vita, per altri. La promessa che il patriarca riceve lo consegna ad una missione: essere il “portatore” della benedizione di Dio, quella che era stata messa sotto scacco dalle scelte sbagliate degli uomini catturati dentro il loro desiderio illimitato 1.

La promessa svela il disegno di Dio presente nell’opera dell’elezione. In un mondo segnato dalla maledizione, il Signore vuole re-introdurre la benedizione espressione del suo desiderio di vita. Ora invitando Abram a far parte della partita, chiede ad un uomo di collaborare alla realizzazione di questo progetto.

Così facendo, il narratore ci dice che Dio rinuncia ad una soluzione “magica” che consiste nel regolare tutto e tutti da solo, bypassando le maledizioni umane. Con l’elezione Dio manifesta la sua volontà di non voler salvare l’uomo senza l’uomo. Viene annunciata una dinamica di alleanza.

La regola del gioco della benedizione

L’essere benedizione per gli altri non dipende esclusivamente da Abram. La benedizione è destinata a tutti, «a tutte le famiglie della terra», ma non potrà scendere su di loro senza l’assunzione di un condotta adeguata. Quello che viene enunciato al v. 3 è, quindi, una specie di regola del gioco. Essa consiste nel non riprodurre il comportamento geloso di Caino di fronte a suo fratello Abele (cf. Gen 4). Infatti, Caino è invidioso del fratello Abele perché è stato oggetto di una attenzione del Signore che a lui sembra essere stata negata. Non capendo che la presenza di questo fratello è per lui vitale, non vede neppure che accettarlo, con tutti i bene che porta con sé, è la strada per godere di quello stesso “bene” che prima gli sembrava negato. Accecato dalla sofferenza di quanto brama, non coglie l’opportunità che gli è offerta.

Ora di fronte ad Abram le famiglie della terra sono nella stessa posizione di Caino. Se però a differenza di Caino, non si lasciano imbrigliare dalla gelosia e dall’invidia e benedicono Abram, portatore del “bene” della benedizione, allora questa stessa scenderà su di loro, vale a dire potranno goderne in pienezza. E godere della benedizione è godere della vita.

Come Abram ha abbandonato “qualcosa” (terra, parentela, padre) per essere della partita della benedizione 2, così lo devono fare anche le famiglie della terra che vorranno la benedizione: devono rinunciare alla bramosia e alla gelosia. Infatti, la vita, di cui è portatrice la benedizione, non si sviluppa in contesti di rivalità e concorrenza, ma in quelli di condivisione e scambio.

Ma colui che ti disprezzerà maledirò (12,3b).

Chi tratterà alla leggera Abram, questo è il senso primo del verbo ebraico qālal, reso in italiano con «disprezzare», subirà la maledizione. Rifiutare di entrare nella logica di condivisione e alleanza, cioè che la felicità personale passa attraverso una relazione “giusta” con l’altro, porta alla maledizione di Caino perché il suo comportamento è negazione dell’altro, violenza e morte.

Se queste sono le regole del gioco anche l’ultima parte del v. 3 diventa chiara:

…e che in te acquistino benedizione tutte famiglie della terra (12,3c).

dove il senso del verbo brk «benedire» al nifal è quello medio-passivo: «acquisteranno per sé benedizione in te tutte le famiglie della terra». Ciò significa che la benedizione è offerta a tutti dal Signore attraverso Abram, ma essa non è imposta a tutti. Perciò ognuno la può acquistare adottando liberamente le regole del gioco espose in precedenza.

La relazione di alleanza

Per il narratore tutti sono chiamati a dare il loro contributo attivo: ogni personaggio coinvolto è soggetto almeno una volta del verbo «benedire»: Abram («che tu sia benedizione»), Yhwh («che io benedica…») e le famiglie della terra («che acquistino per esse benedizione tutte le famiglie della terra»).

In questo modo si dà vita alla relazione di alleanza in cui nessuno resta passivo, ma in cui nessuno fa tutto – soprattutto nessuno fagocita l’altro –, e in cui la salvezza si opera solo se ognuno collabora attivamente attraversando la prova della bramosia.

  1. In Gen 1 – 11 Dio ha manifestato in più occasioni la sua volontà di benedire la creazione e l’umanità (1,28; 2,3; 8,21-9,1.26), ma le maledizioni successive del serpente (3,14), del suolo (3,17; 5,29), di Caino (4,11) e di Canaan (9,25) la ostacolano facendo da tappo. Cf. WOLFF H.W., «Das Kerygma des Jahwisten», in Evangelische Theologie 24 (1964), 86-87.
  2. cf. il post precedente.

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