Abram non passa molto tempo nella terra di Canaan che il narratore per due volte al v. 10 racconta di come una carestia abbia investito il paese tanto da costringere il patriarca ad abbandonarlo per scendere in Egitto: «E scese Abram in Egitto» (v. 10)1. La terra sulla quale Abram per due volte aveva costruito un altare – il primo per fare memoria dell’apparizione del Signore, il secondo per invocare il suo nome – è ora gravata da una carestia (v. 10a.b). L’unica scelta che gli resta da fare è quella di abbandonarla per cercare una terra più ospitale. Le cose per lui e la sua famiglie si mettono subito in salita.

Un altro dato degno è menzione è l’entrata in scena di Sarai come destinataria di una parola rivoltale da Abram (v. 11). In precedenza era semplicemente apparsa nelle informazioni date dal narratore. Infatti, dal momento della partenza di Abram dalla casa paterna e per tutta l’attraversata di Canaan, Sarai non gioca nessun ruolo attivo. Il Signore non fa alcuna allusione a lei quando chiama e promette e neppure quando prospetta che Abram diventerà una grande nazione (12,2a) e la sua discendenza riceverà il paese (12,7c). Si impongono al lettore alcune domande: Quale posto ricopre Sarai nell’avventura di Abram? È inscritta nel progetto della benedizione? L’elezione poi è anche per lei o è una faccenda privata di Abram? L’episodio che seguirà metterà a fuoco questo aspetto dando una risposta inequivocabile. Ma ora leggiamo il testo:

10Venne una carestia nella terra e Abram scese in Egitto per soggiornarvi, perché la carestia gravava su quella terra. 11Quando fu sul punto di entrare in Egitto, disse alla moglie Sarài: «Ecco di grazia, io so che tu sei donna di aspetto avvenente. 12Quando gli Egiziani ti vedranno, penseranno: «Costei è sua moglie», e mi uccideranno, mentre lasceranno te in vita. 13Di’, ti prego, che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua (baʿăḇûrek) e io viva grazie a te (biglālek)».

14Quando Abram arrivò in Egitto, gli Egiziani videro che la donna era molto avvenente. 15La osservarono gli ufficiali del faraone e ne fecero le lodi al faraone; così la donna fu presa e condotta nella casa del faraone. 16A causa di lei, egli trattò bene Abram, che ricevette greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli. 17Ma il Signore colpì il faraone e la sua casa con grandi calamità, per il fatto (ʿal-deḇar = sulla parola di) di Sarài, moglie di Abram. 18Allora il faraone convocò Abram e gli disse: «Che mi hai fatto? Perché non mi hai dichiarato che era tua moglie? 19Perché hai detto: «È mia sorella», così che io me la sono presa in moglie? E ora eccoti tua moglie: prendila e vattene!». 20Poi il faraone diede disposizioni su di lui ad alcuni uomini, che lo allontanarono insieme con la moglie e tutti i suoi averi.

La strana proposta di Abram a Sarai

Abram costretto ad abbandonare la terra di Canaan a causa di una carestia, «scende» in Egitto e al momento di entrarvi rivolge una parola a Sarai sua moglie. È la prima volta che il lettore sente Abram parlare, nemmeno con Dio lo aveva fatto. Di conseguenza quello che dirà avrà un certo peso. Inoltre nella logica parsimoniosa del racconto quello che dice non è neppure necessario allo sviluppo della trama.2 Avrebbe potuto tranquillamente mettere in atto il suo piano senza dire nulla alla moglie. fa una richiesta a Sarai. È la prima volta che prende la parola nel racconto. Perciò quello che dice ha un certo peso. Inoltre questa strana richiesta, dal punto di vista narrativo, non è necessaria. Infatti, il narratore avrebbe potuto mostrare benissimo Abram mentre attua la sua astuzia senza dire nulla a Sarai, una cosa simile accadrà in Gen 20,2 e 26,7 con Isacco.

È già significativo il fatto che Abram prenda per la prima volta la parola ma lo è ancor di più per la “forma” del suo discorso. Egli, infatti, formula il suo piano come una interrogazione, una domanda che postula una risposta da parte del destinatario. Il lettore/trice sa che ad Abram sarebbe stato sufficiente dare l’ordine senza neppure giustificarlo. In fin dei conti non ha fatto così anche suo padre, quando ha deciso di lasciare con la sua famiglia la terra di Ur? Infine Abram mette in gioco la sua relazione di coppia, ma è per dissimularla, addirittura per modificarla in una relazione tra fratello e sorella. Il narratore, però, ha sempre presentato Sarai come «sua moglie» (cf. 11,29.31; 12,5.11). Qual è dunque la posta effettivamente in gioco sottesa a questa proposta di Abram?

La posta in gioco

Quando Abram si appella a Sarai lo fa rivolgendole una preghiera; per due volte fa ricorso alla particella precitata nāʾ: all’inizio del discorso (12,11) e dopo il primo imperativo (12,13). Non si tratta di dare qualche informazione, né di enunciare un problema sorto all’improvviso così da richiedere un parere, né di un ordine impartito. Abram fa piuttosto una richiesta pressante dopo averla motivata. Inizia presentando una situazione che percepisce come pericolosa (solo) per lui e che ha nella bellezza di Sarai la sua causa («Ecco di grazia, io so che tu sei una donna di aspetto avvenente»). Una volta ottenuta questa focalizzazione sulla ragione del pericolo che minaccia soltanto lui, implora il soccorso di sua moglie («Dì, ti prego»): la prega di spacciarci per sua sorella per evitare il pericolo, nella speranza di volgere a suo favore la situazione.

Con una preghiera del genere Abram mostra una fiducia sconfinata in Sarai, sua moglie. Come nell’incontro con il Signore aveva riposto in lui la sua sorte, ora la ripone in Sarai. C’è qualcosa di bello e di grande e forse anche di ironico pensando a come andrà a finire a tutto svantaggio del faraone.3 Ne siamo certi? Quello che appare al lettore competente di Genesi è che Abram mette in discussione la relazione di coppia e questo è un dato sensibile per il narratore genesiaco. La cosa è quindi meno insignificante di quanto sembri.

ARCHIV: Die Bueste der aegyptischen Koenigin Nofetete wird im Berliner Alten Museum ausgestellt (Foto vom 12.08.05). "Mein Gemahl ist tot, und ich habe keinen Sohn. Aber man sagt mir, dass Du viele Soehne hast. Wenn Du mir einen Deiner Soehne schickst, wuerde er mein Gemahl sein. Ich werde niemals einen meiner Diener zum Gatten nehmen ... ich habe Angst." Diese Zeilen schrieb - wenn die Archaeologen die Quellen richtig deuten - im 14. Jahrhundert vor Christus Nofretete, die schoene Koenigin Aegyptens. Jahrelang hatte ihr Gatte Echnaton das Reich regiert, nun war er tot. Sechs Toechter hatte sie waehrend dieser Zeit zur Welt gebracht,- ein maennlicher Thronfolger jedoch fehlte. Nofretete sah ihre Macht schwinden. (zu ddp-Text) Foto: Oliver Lang/ddp

Quello che Abram chiede a Sarai è di negarsi come moglie per farsi passare pubblicamente per sua sorella. Già solo il fatto che Abram lo mediti è una regressione verso la figura paterna di Terach, il padre che aveva negato l’autonomia dei propri figli. C’è però dell’altro: dal momento che chiede a Sarai di dissimulare il suo status di sposa e moglie che dice differenza e alterità, per presentarsi come una donna appartenente «alla casa di suo padre», fa pensare che, di fronte al pericolo, Abram di fatto accordi a questa casa un valore protettivo. Ma il Signore gli aveva ordinato di lasciare appunto questa casa (cf. 12,1). Ora invece proponendo a Sarai di farsi passare per sua sorella, Abram rinuncia, in un certo qual senso, alla suo situazione di uomo libero e autonomo, di marito e di eletto, per diventare nuovamente figlio di suo padre, tramite o “grazie” a sua moglie.

Chiedendo a Sarai di farsi sua sorella, Abram le assegna realmente il ruolo di sorella? In effetti la sua richiesta è che lo faccia vivere («e viva la mia vita grazie a te», v. 13) e questo non è il ruolo che spetta prettamente a una sorella. Detto in altri termini la fiducia di Abram nei confronti di Sarai, sua moglie, sembra essere più quella filiale che fraterna. Egli si attende da Sarai che si assuma i rischi così che questi non possano ricadere su di lui. Chiede quindi alla moglie di esporsi così che lo possa coprire e continuare a vivere. Questo ruolo richiesto a Sarai non è forse quello di una madre nei confronti del proprio figlio? Non è un ruolo genitoriale nei confronti di un figlio piccolo che è incapace di assumersi una responsabilità in proprio? Si viene così a delineare una confusione di ruoli, sintomo di una relazione (anche di coppia) tutt’altro che serena e matura.

Per indagare più a fondo su questo strano rapporto di coppia proviamo a leggerlo sullo sfondo di quanto ha vissuto la prima coppia, Adamo e Eva nei giardino di Eden. Non è un azzardo questo parallelo perché nelle parole di Abram c’è un preciso richiamo. Infatti in Gen 2,18, lo scopo della creazione della donna era il «bene» per il terrestre, dato che non era bene (lôʾ-ṭōḇ) che fosse «solo». Nella sua preghiera richiesta il patriarca afferma che il bene per lui (yîṭaḇ-lî) è rinuncerà alla «sua donna». È l’esatto contrario di Gen 2,18.

Ancora, in Gen 2,24 a seguito della creazione della donna, il narratore commenta che l’uomo lascerà padre e madre per unirsi a lei. Qui Abram lascia sua moglie per farla sua sorella e ritrovare, quindi, attraverso di lei un padre e una madre protettori.4 C’è un autentico capovolgimento che spinge il lettore ad interrogarsi sul legame che queste due scene hanno in comune con le prime parole di Abram rivolte a sua moglie mentre quest’ultima si lascia dire senza aprire bocca.

Se si vuole avere una buona conoscenza della dinamica relazionale che intercorre in questo racconto tra Abram e Sarai, c’è bisogno di fare una pausa per guardare a quello che è accaduto alla fine di Gen 2 dove si incontra la coppia dei progenitori Adamo ed Eva, la sua donna.

(Continua…)

  1. Cf. Wenham, Genesis, 285.
  2. Il racconto tende a dare le informazione strettamente necessaria allo sviluppo della trama.
  3. I commentatori hanno spesso sottolineato questo aspetto ironico del racconto.
  4. Lo evidenzia bene P. Beauchamp, «Abram et Saraï: La soeur-épouse, ou l’énigme du couple fondateur», in C. Coulot (ed.), Exégèse et Herméneutique (Lectio Divina 158), Éditions du Cerf, Paris 1994, 38-39

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