In Egitto è sceso Abram con la moglie Sarai, è tempo di fermarci un po’ su questo personaggio femminile. Quello che colpisce a prima vista è che Sarai non fa una piega davanti alla richiesta stranissima di suo marito. Ecco nuovamente il testo:

Quando fu sul punto di entrare in Egitto, disse alla moglie Sarài: «Vedi, io so che tu sei donna di aspetto avvenente. Quando gli Egiziani ti vedranno, penseranno: “Costei è sua moglie”, e mi uccideranno, mentre lasceranno te in vita. Di’, ti prego, che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua (baʿăḇûrek) e io viva grazie a te (biglālek)». Quando Abram arrivò in Egitto… (Gen 12,11-12.13).

Sarai, Eva rediviva?

Nel testo dopo la richiesta di Abram il narratore non dà la parola a Sarai, né dice di una sua risposta. Per Westermann e altri commentatori il suo silenzio è un silenzio assenso. Quindi Sarai si lascia fare da suo marito senza opporre alcuna resistenza o reazioni. A conferma di questo più avanti il faraone attribuirà solamente a Abram la menzogna: ha omesso di dirgli chiaramente che era sua moglie e ha affermato che era sua sorella («Che hai fatto? Perché non mi hai detto che era tua moglie? v. 19; cf. anche 20,2.5).

Il silenzio di Sarai e del narratore su lei lascia aperte due opzioni interpretative: si lascia “catturare” dalla menzogna sul sua identità, lasciando fare tutto a sua marito senza dire nulla; o si fa complice del marito mentendo sulla sua identità, ma il faraone tiene conto solo della parola di Abram. La differenza tra le due opzioni non è da poco, nonostante questo credo che i dati testuali protendano per la prima interpretazione1. Il dato comune, poi, tra le due letture è che Sarai adotta un atteggiamento passivo, come passiva era rimasta Eva davanti alle parole di Adam su di lei, ma non rivolte a lei, in Gen 2,232.

Lungo l’intero racconto della coppia in Egitto Sarai è sempre l’oggetto di verbi di azione (cf. vv. 14.15a.b.19 e 20), mentre l’unica volta che è soggetto lo è del verbo «prendere» al passivo (wattûqqaḥ v. 15b)3; infine è complemento di causa nei vv. 16.17. In nessun caso Sarai si immischia nel gioco messo su da Abram ma ricopre la funzione dell’oggetto: oggetto dell’agire di Abram che se ne serve per proteggersi, oggetto delle attenzioni degli egiziani e del faraone la prende per sé a motivo della sua bellezza.

La passività di Sarai, suggerisce che lei si sia lasciata trascinare nella menzogna dalla logica dettata dalla paura che aveva preso Abram; abbia negato se stessa come soggetto, come essere di desiderio e di parola. Un nobile sacrificio! Prende su di sé il rischio e la sofferenza, mettendo a tacere il suo desiderio per rimettersi senza parlare al dire di Abram, così rinuncia a se stessa e alla sua libertà per il bene del marito. Come la fiducia di Abram nel Signore (Gen 12,4), questo gesto di Sarai non è privo di grandezza. Ciononostante il lettore è chiamato a interrogarsi su questo atteggiamento passivo: è, effettivamente, corretto?

Certamente Sarai è passiva, il narratore non ci racconta suoi gesti, ma, in verità, può rispondere alla richiesta di Abram solo nella misura in cui ne sposa la logica. Infatti, se gli egiziani sono così come li ha immaginati e descritti Abram nel suo discorso (v. 11-12) a Sarai restano solo due scelte: rimanendo fedele a se stessa, si palesa come moglie di Abram, mettendo effettivamente a rischio la vita di suo marito, prima di essere lei stessa presa e fatta propria dagli egiziani; oppure lei si lascia dire e fare e in secondo caso sarà sì presa ma prenderà suo marito, nel senso che egli non morirà. Infatti il vantaggio di questa seconda opzione per Sarai è che Abram vivrà grazie a lei. Qui sta quello che la paralizza: la paura di essere lei stessa responsabile della morte di suo marito. A ben guardare tale paura, come si è visto precedentemente, è legata alla distorta conoscenza di Abram che la ingenera e che ora gliela trasmette con la sua richiesta. È questa distorta conoscenza di Abram che Sarai avvalla senza opporsi e costarla.

Un aiuto ma non «come di fronte/contro»

La passività di Sarai la si può formulare con la definizione che in Gen 2,18 il Signore Dio dà della donna in relazione all’uomo, ma con una piccola variazione: Sarai è per Abram un «aiuto» ma non «come di fronte/contro a lui». In effetti Sarai è un «soccorso/aiuto» per Abram (ʿezer), perché il suo comportamento permette al marito di vivere e quindi di sfuggire al pericolo della morte_, ma non è «come di fronte a lui/o contro di lui» (kenegdô), vale a dire una che nel dialogo gli resiste così che Abram possa essere se stesso. D’altra parte lo si è visto, il discordo di Abram è un’eco delle parole del serpente perché propone di cedere alla cupidigia e alla menzogna nella speranza di non morire. Di conseguenza quando Sarai, come Eva, si lascia dire, presta anche lei il suo orecchio al serpente temendo la morte. Lasciandosi fare, Sarai qualche guadagno lo ricava. Infatti, salvando Abram con il suo sacrificio, di colpo si mostra superiore a lui e lo rende debitore per sempre nei suoi confronti. Inoltre ricoprendo un ruolo del tutto secondario, cioè dipendente dal marito, di fatto assume un ascendente su di lui e che ascendente, quello di decidere la vita e la morte. Così, al di là delle apparenze, Sarai sembra essere guidata pure lei da un qualche oscuro desiderio…

Se le cose fossero andate secondo Gen 2,18

Proviamo a immaginare per un momento se Sarai avesse dato effettivamente corso al ruolo pensato dal Signore Dio in Gen 2,18 («un aiuto come di fronte/contro a lui»): cosa sarebbe successo se Sarai, superando la paura, si fosse opposta alla richiesta del marito, affermando il suo desiderio si essere se stessa anziché farsi passare per sua sorella? La possibilità di farlo c’era perché Abram le si era rivolto con una preghiera che le apriva uno spazio di liberta e quindi di dissenso.

Il suo rifiuto avrebbe frapposto sicuramente un ostacolo al desiderio di Abram, l’avrebbe obbligato ad adottare un altro comportamento davanti alla sua angoscia e a mostrarsi un uomo e non più un bambino che ricorre alla casa paterna nel momento del pericolo. Con il suo rifiuto Sarai avrebbe aiutato Abram a rafforzarsi nella sua scelta, quella di essere un uomo sposato e quindi a tenere a bada la paura che questa sua scelta comportava per lui, proprio quando il continuare ad esserlo era per lui difficile. Cedendo, invece, alla paura del coniuge e in fondo in fondo alla sua (quella di perdere suo marito), Sarai, accettando passivamente il ruolo di vittima, si rende de facto complice di Abram e della sua paura che per tutto il racconto resta immaginaria.

Certo si potrebbe obiettate che la paura non è poi così irreale dato che le cose andarono come Abram temeva4. In questo, però, non c’è nulla di sensazionale, perché, quando presenta Sarai come sua sorella, Abram toglie quello che potrebbe essere stato un argine al desiderio degli egiziani che reputano la moglie del patriarca una donna libera da vincoli e quindi legittimamente desiderabile. Perciò è plausibile che il Faraone, mosso dal desiderio, se la sia presa facendola condurre nella sua casa (v. 15). In ogni caso il pericolo temuto da Abram resta ipotetico perché in realtà egli fa di tutto per evitare l’insorgenza stessa del pericolo. Con l’intento di proteggere suo marito, in realtà Sarai appoggia la scelta sbagliata di Abram, perché con la sua passività, lo conferma nella menzogna di cui lei è mezzo, oggetto e vittima5.

(Continua...)

  1. Così anche A. Wénin, Abram et Saraï en Égypte (Gn 12,10-20) ou la place de Saraï dans l’élection, in «RTLv» 29 (1998), 446.
  2. Ho già parlato di Gen 2,23 come di un «falso canto d’amore».
  3. La stessa costruzione grammaticale la ritroviamo in Gen 2,23 nel discorso di Adamo, dove la donna è soggetto del verbo «prendere» al passivo. Dio però non aveva preso la donna, ma «una delle costole» con cui ha «costruito» la donna (Gen 2,12). Di conseguenza nell’azione del Signore Dio la donna, diversamente dall’«essere presa», è donata ad Adamo (Gen 2,22).
  4. È un dato che più di un commentatore evidenzia: cf. H. Gunkel, Genesis. Mit einem Geleitwort von Walter Baumgartner, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1977, 170; Westermann, Genesis 12-36, 164-165.
  5. Cf. Wénin, Abram et Saraï en Égypte, 448.

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