Nel precedente post ci eravamo soffermati sul silenzio di Sarai. Il narratore prosegue il suo racconto mostrando come la situazione sia risolta dal Signore che colpisce il re dell’Egitto a motivo di Sarai, mogli di Abram:

Rileggendo attentamente quanto il narratore dice c’è una sorpresa. Il testo ebraico letteralmente dice: «Ma il Signore colpì il faraone e la sua casa con grandi calamità, sulla parola di Sarai (ʿal-deḇar śāray ʾēšet ʾaḇrām), moglie di Abram» (v. 17).

Una parola di Sarai?

Dobbiamo per un momento prendere i sentieri della filologia perché il testo si fa interessante. L’espressione ebraica ʿal-deḇar … che ho reso con «sulla parola di …» può essere intesa in due modi, come una preposizione composta: «a causa di», oppure come suggerisce la LXX «a proposito di» (peri Sara). In questo caso solo il Signore entra in azione per far evolvere positivamente la trama e trarre fuori Abram dalla situazione in cui si era cacciato. Il Signore interviene perché Sarai è la sposta di Abram. Questa è la scelta che hanno fatto le traduzioni moderne compresa quella italiana e molti commentatori.

C’è però una buona parte della tradizione ebraica che interpreta l’espressione in modo letterale («sulla parola di»). Il senso è del tutto possibile anche se non è corrente. La forza di questa interpretazione è che fa di Sarai un soggetto portatore di parola, che il narratore ricorda ma non riporta ed inoltre è presentata come moglie di Abram. Se in un primo momento Sarai non ha resistito ad Abram in quanto si è lasciata dire in silenzio (cf. post precedente), una volta davanti al Faraone prende la parola come moglie di Abram come volesse porre termine a questo gioco di menzogna messo in piedi da Abram.

Ma a chi rivolge la parola? Così si esprime il commento rabbinico di Genesi Rabba:

«Per il fatto di Saraj moglie di Abram. Disse R. Berekjah: Poiché si azzardava ad avvicinarsi alle scarpe della matrona, tutta quella notte Saraj stava prostrata sulla faccia e diceva: Signore del mondo…
Per il fatto di Saraj moglie di Abram. Disse R. Levi: Tutta quella notte un angelo stava con lo scudiscio in mano e diceva: Se tu dici: Batti, io batto; se tu dici: Lascia, io lascio. Tutto questo perché? Perché diceva: Io sono una donna sposata, e non la lasciava» (Genesi Rabba, XLI,2 p. 308).

Per questo antico commentatore sono due le possibilità di lettura della frase «sualla parola di Sarai, moglie di Abram»:

  • Sarai parla al Signore per supplicarlo di liberarla e Dio interviene colpendo il Faraone;
  • oppure parla a quest’ultimo per rivelargli di essere la moglie di Abram, ma dal momento che il Faraone non la lascia in pace, il Signore interviene per castigarlo.

Questa seconda possibilità amplia il racconto con un elemento sconosciuto al testo biblico: il Faraone si rende colpevole perché continua le sue avance su Sarai dopo aver appreso che lei è una donna sposata. Per questo non lo prendo in considerazione, pur essendo interessante.

Resta l’altra interpretazione: Sarai si rimette nelle mani del Signore e gli parla, mettendosi di fronte a lui come moglie di Abram. Infliggendo dei colpi al Faraone, Dio risponde alla preghiera di Sarai.

Letta in questo modo la scena acquista il senso di una «prova qualificante» (sul modello di quella che aspetterà Abram sul monte Moria). Infatti prendendo la parola per rivolgerla al Signore Sarai inverte il corso delle cose: vince la paura che l’aveva paralizzata al momento della richiesta iniziale di suo marito. Fa un atto di fiducia e si pone contro la logica falsa del serpente. Infatti, mettendosi davanti al Signore nella sua verità di moglie di Abram, si carica il rischio che sia Dio a rimettere in moto le cose, mettendo in discussione la soluzione immaginata dalla paura di Abram, una soluzione che avrebbe escluso Sarai dal piano divino.

Si può aggiungere che il rischio che Sarai si prende in questo frangente della storia è più pericoloso di quello da cui Abram si sentiva minacciato all’inizio del racconto. Infatti a questo punto del racconto la reazione del Faraone contro Abram e sua moglie potrebbe essere ben peggiore perché si sente giocato.

Ciononostante Sarai si lancia. E quanto basta! Con questa fiducia che le fa correre questo rischio senza alcuna garanzia su ciò che accadrà, Sarai ha fatto a suo modo una scelta simile a quella di Abram in Gen 12,4, quando ha lasciato la situazione sicura ma scomoda della casa di suo padre per buttarsi in un’avventura piena di rischi e dubbi, affidandosi al Signore (cf. post relativo). Ponendo un gesto simile, anche Sarai rompe con la paura. In questo modo si mostra lei stessa degna dell’elezione e della promessa, acquistando da questo punto di vista una status simile a quello di Abram

In Gen 13,1 questa nuova ugualianza tra gli sposi porta a una variazione significata nel modo di raccontare. Prima del nostro episodio quando avveniva una migrazione il narratore la segnalava soprattutto in riferimento ad Abram (cf. 12,4.6.8.10). Se Sarai era citata lo erra come oggetto del verbo «prendere» (cf. v. 5). In Gen 13,1 quando la coppia «risale» dall’Egitto, dopo che il Faraone ha dett ad Abram: «Eccoti tua moglie: prendila e vattene!» (12,19), il narratore annota che: «Salì Abram dall’Egitto, lui e sua moglie».In questo modo Sarai diventa soggetto accanto ad Abram e questi non la «prende» più, in contrapposizione netta all’invito esplicito del Faraone.

Sarai provvidenziale

Letto così il racconto acquista una portata considerevole nella dinamica narrativa del libro della Genesi. Infatti, inizialmente irretita dentro la logica del desiderio e della paura messa in atto da Abram, Sarai in seguito si erge contro la menzognera logica del serpente nella quale, come nuova Eva, era stata trascinata dalla richiesta di suo marito. Inoltre, dopo un primo momento in cui la coppia conosce l’insuccesso a causa della brama di vita del marito e dell’incapacità della sua donna di opporsi a lui, si spalanca un nuovo avvenire quando Sarai si arrischia di essere se stessa confidando pienamente nel Signore. Così facendo permette alla verità di ergersi sulla menzogna e alla fiducia di avere la meglio sulla paura.

Si innesca, quindi, tra Abram e Sarai un processo dove la loro relazione si va aggiustando un po’ alla volta perché uno dei partner, la sposa, ha rifiutato di soggiacere al ruolo passivo di oggetto. In questo modo il racconto mostra che, se è difficile sfuggire interamente alla bramosia e alla sua logica perversa, non è inevitabile che si debba soccombere come successe ad Adamo e Eva nel giardino di Eden.

Il racconto dice qualcosa anche rispetto all’elezione: le relazioni dell’eletto con la sua sposa e con gli altri vanno di pari passo. Nell’una e nell’altra, l’esigenza per l’eletto è essere se stesso, respingendo la “tentazione” di assecondare la propria bramosia e le sue sorelle: la dissimulazione (menzogna) e la paura. Così, per poter essere giusto con il faraone, Abram doveva esserlo con se stesso e con Sarai. E se Sarai riesce nell’impresa di resistere alla bramosia e alle angosce del marito, questo la porta ad essere pienamente il soggetto della propria esistenza, vero e autentico sia di fronte a lui che al faraone. Del resto quando Sarai diventa soggetto di parola rivendicando davanti al Signore la sua verità di moglie, permette a Dio di intervenire così che la vita non perisca restando incastrata nel desiderio.

Dopo questo racconto l’elezione come anche la benedizione ad essa legata, non è più una questione tra il Signore e Abram, ma tra il Signore e la coppia Abram e Sarai e questo grazie alla parola di quest’ultima che gli sta «di fronte» come un aiuto e più di un aiuto, come la partner con la quale si realizzeranno le promesse.

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