Una seconda immagine evocativa del profeta Isaia inizia al v. 4:

Non temere, perché non dovrai più arrossire; non vergognarti, perché non sarai più disonorata; anzi, dimenticherai la vergogna della tua giovinezza e non ricorderai più il disonore della tua vedovanza.

L’oracolo introduce l’immagine di una donna rimasta vedova da giovane. Questa situazione è un disonore in Israele. In Israele, come nel mondo antico, una donna senza marito era una donna senza protezione e senza diritti. La donna può avere una situazione sociale stabile e sicura soltanto se ha un marito e dei figli. In Is 54, Dio stesso sposa la vedova per darle quella sicurezza desiderata (v. 5): eri vedova, adesso sei di nuovo sposata

poiché tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti è il suo nome; tuo redentore è il Santo di Israele, è chiamato Dio di tutta la terra.

Questo testo richiede un chiarimento perché usa un linguaggio giuridico assai preciso per descrivere la sorte futura di Gerusalemme. In effetti, il profeta specifica che lo sposo di Gerusalemme è il suo creatore e che questo Dio è allo stesso tempo il suo «redentore». «Redentore» (gōʾēl) è un termine ben conosciuto e applicato spesso a Gesù Cristo. Che cosa significa? Il termine italiano redentore deriva dal verbo gāʾal «redimere» che significa: «comprare di nuovo», «riscattare». Qual era il compito del «redentore» in Israele? Il redentore è nella Bibbia il parente più stretto che deve intervenire in situazioni difficili. Per esempio, quando in una famiglia qualcuno doveva vendere una parte del patrimonio, un campo o una casa, per pagare debiti, il parente più stretto doveva raccogliere denaro per ricomprare questo campo o questa casa. Lo scopo era di evitare che questa casa o questo campo andasse perduto, che passasse a un’altra famiglia, a un’altra tribù, o peggio ancora a uno straniero. Vi sono leggi specifiche su questo tema specialmente nel libro del Levitico (c. 25). Come detto, queste leggi hanno come primo scopo di proteggere e difendere l’integrità del patrimonio. È la legge della solidarietà familiare.

In Dt 25 troviamo un’altra legge molto simile nella sua intenzione. Si tratta della legge del levirato. La parola latina levir significa «cognato». Questa legge dice che, quando una donna si sposa e il marito muore lasciando la vedova senza figli, il fratello di questi deve sposarla per dare una discendenza al fratello morto. I sadducei accennano a questa legge quando presentano a Gesù il caso di una donna che aveva avuto sette mariti (cf. Mc 12,18-27 e paralleli). Anche questa è una legge che serve a proteggere il patrimonio. In Israele, possono ereditare solo i maschi. Se una vedova sposa qualcuno al di fuori della sua prima famiglia, il figlio primogenito di questo secondo matrimonio erediterà la proprietà del primo marito. La proprietà allora passerebbe a un’altra famiglia. Perciò la legge chiede a un fratello (ancora celibe) di sposare la vedova affinché la proprietà rimanga nella stessa famiglia. Il primogenito di questo secondo matrimonio sarà considerato come il figlio del fratello morto.

L’applicazione di questa legge del levirato non era sempre facile. Basta leggere la storia di Giuda e Tamar in Gen 38.

C’è un altro racconto in cui interviene questa legge: la storia di Rut. Rut, vedova, sposa Booz e questo per dare una discendenza a Elimelek, il defunto marito di Noemi, suocera di Rut. Obed, figlio di Booz e di Rut, viene considerato come figlio di Noemi. Quando nasce il bambino, lo mettono sulle ginocchia di Noemi che con questo gesto lo adotta come proprio figlio. Senza entrare nei particolari della storia, Booz agisce come levir e come «redentore» (gōʾēl). Egli è il parente più stretto che «riscatta» e sposa Rut per dare una discendenza a Noemi che ha perso il marito e i due figli.

Ora nel testo di Isaia assistiamo a qualche cosa di simile. Ma chi è il riscattatore, il redentore? È Dio che si considera come il parente più stretto di Gerusalemme. Poiché Gerusalemme è una donna senza figli e senza sposo, Dio la sposa per darle una discendenza. I rapporti tra Gerusalemme e Dio vengono interpretati in chiave giuridica secondo l’istituzione e i concetti della «redenzione». D’altronde, il passo suppone che esista una grande solidarietà fra Dio e Gerusalemme.

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