Abramo e Sara in Egitto

La prima scena che incontriamo, dopo la vocazione di Abramo, è la discesa della famiglia patriarcale in Egitto a causa dell’imperversare di una carestia nella terra promessa. Abramo e Sara vi sono appena giunti e sono costretti ad andarsene.

In Egitto Abramo, sotto l’effetto allucinogeno della paura di venire ucciso a causa della avvenenza di moglie, è pronto a a farla passare per sua sorelle e a  consegnarla a chi la chiederà, in cambio della vita (Gen 12,10-20). L’episodio verrà raccontato tre volte nel libro della Genesi: due volte per Abramo e Sara (Gen 12 e Gen 20) e una volta per il figlio Isacco e la moglie Rebecca (Gen 26).

La scena non è certo tra le più edificanti della Bibbia: Abramo non fa una bella figura e qui Sara sembra essere “vittima silenziosa”; ma un’interpretazione moralistica di questi racconti sarebbe fuorviante. Il racconto biblico, invece, vede le cose da un’angolatura diversa dalla nostra, che disapprova Abramo sul piano morale per aver colpito la moglie nella sua dignità.

Abraham_to_EgyptIn realtà, qui non è in discussione l’azione nei confronti della moglie e del legame coniugale, quanto il fatto che Abramo dimostra di non aver più fiducia nella promessa di Dio: la promessa di un figlio che la moglie avrebbe dovuto assicurargli. Depositario della Parola di Dio è Abramo, ma non solo, bensì Abramo e Sara, che hanno ricevuto la promessa di una discendenza, di un erede, che è l’erede di questo matrimonio. Messa in pericolo l’unione, che cosa avverrà della promesse? La prospettiva qui non è il comportamento di Abramo, ma quello che fa Dio per salvare la sua promessa. Egli gli restituisce la sua sposa, veglia sulla coppia, in modo che la purità della coppia non venga intaccata.

Un vano rimedio umano

Dio aveva promesso una discendenza ad Abramo, ma erano passati oramai 10 anni da quando abitava nel paese di Canaan (Gen 16,3) ed egli si ritrova ad avere una ottantina di anni, senza figli, e con Sara che si lamenta: “il Signore mi ha impedito di avere figli” (Gen 16,2). Nel capitolo precedente Abramo aveva pensato ad Eliezer, il suo domestico, quale futuro erede della sua casa, ma Dio aveva dissentito:

«Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede» (Gen 15,4).

Ora è Sara a farsi avanti e a proporre al suo sposo una soluzione:

Unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli (Gen 16,2).

Abramo ascolta la voce di Sara, si unisce con Agar, la serva di Sara, che concepisce un figlio. Forse pensava che in questo modo si sarebbe concretizzata la promessa di una discendenza. Infatti Dio gli aveva promesso che: “non costui (Eliezer) sarà il tuo erede, ma solo uno nato da te (lett. uscito da té), sarà il tuo erede” (Gen 15,4). La parola di Dio poteva quindi essere interpretata in questo modo.

Tutto questo però non porterà ad adempiere la promessa di una discendenza, ma creerà seri problemi di gelosia: Agar, accortasi di essere in cinta, disprezza Sara che, a sua volta, la scaccia dalla casa di Abramo. Il narratore si mostra discreto circa le beghe familiari e così concentra l’attenzione del lettore non sul giudizio morale ma bensì su quello che è un ulteriore attentato alla promessa di Dio. Abramo e Sara hanno cercato di realizzare la parola di Dio secondo il proprio progetto, senza affidarsi alle modalità che Dio aveva scelto per realizzarla. L’interesse del racconto conduce il lettore a una conclusione semplice: «il bambino concepito così, nell’orgoglio e in una fede tanto manchevole, non sarà l’erede della promessa» (von Rad).

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