Il secondo salmo dei canti delle ascensioni è denso di un tono di fiducia: l’orante professa la sua fede nel Signore che abita sulla terra, nel tempio di Gerusalemme. Attende l’aiuto da Lui che è il creatore potente che ha «fatto cielo e terra» (v. 2). Assistiamo ad una sorta di sdoppiamento della personalità del salmista, chiamato in gergo tecnico, soliloquio. Egli, infatti, si mostra sicuro e fiducioso che Dio, il «custode d’Israele», veglierà e non lo lascerà vacillare, anzi lo coprirà con la sua ombra stando alla sua destra. Dio veglierà sempre (vv. 6.8) e proteggerà la vita del fedele da ogni male e avversità.

1Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?

2 Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.

3 Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.

4 Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele.

5 Il Signore è il tuo custode,
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.

6 Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.

7 Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.

8 Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.

L’inizio del salmo è caratterizzato da una domanda retorica: «Da dove mi verrà l’aiuto?» (v. 1b), che consente all’orante di professare la sua fede: «Il mio aiuto viene dal Signore» (v. 2a).

L’espressione «Alzo gli occhi verso i monti» non indica semplicemente il guardare (Gen 13,10.14; 18,2) ma un atteggiamento di supplica (cfr. Sal 123,2). I monti poi sono quelli che circondano Gerusalemme e su cui la città stessa è costruita. Ma i monti potrebbero indicare le alture, luoghi di culto degli dèi nella religione di Canaan (Dt 12,2; Os 4,13; Is 57,7). In contrasto con il culto idolatrico il credente dal salmo attende l’aiuto solamente dal Signore perché gli dèi sono un nulla (cf. Is 41,28-29), mentre il Dio d’Israele è colui che ha «fatto il cielo e la terra», richiamando con la figura retorica del merismo (gli estremi per il tutto) l’intera creazione (Gen 14,19-20; Sal 95,3-5).

Nei vv. 3-8 il salmista, rivolgendosi a se stesso col «tu», sviluppa e motiva l’aiuto certo del Signore professato al v. 2. La motivazione è che il Signore è il «custode d’Israele» (šômēr Yirśāʾēl v. 5). Egli è un custode che non lascia vacillare (v. 3a), che non si addormenta (v. 3b) come gli dèi inesistenti (cfr. 1Re 18,27-28). Anzi egli proteggerà l’orante con l’ombra delle sue ali (v. 5b) e starà alla sua destra (v. 5b), segno della protezione e assistenza.

Il suo aiuto sarà totale: «da ogni male» (v. 7a), dovunque e sempre, espresso con l’immagine dell’uscire e dell’entrare (v. 8). La storia di Israele lo testimonia. In passato Dio aveva custodito nei suoi viaggi il patriarca Giacobbe (cfr. Gen 28,15), aveva inviato un angelo davanti alle tribù di Israele lungo il cammino dell’Esodo (cfr. Es 23,20), aveva protetto Tobia mandandogli l’angelo Raffaele (cfr. Tb 5,4.22).

Il salmista percepisce la presenza di Dio come un custodire (šāmar) che è l’azione tipica del pastore nei confronti del suo gregge. Egli, come pastore e custode d’Israele, è già in cammino alla ricerca del suo fedele quando questo lo invoca. Gli stessi ostacoli, pesi e drammi si mostrano così strumenti di cui Dio si serve per dimostrare che, con pazienza e fedeltà, accompagna il credente.

Non è un caso, quindi, che Gesù abbia assunto la funzione di custode. Presenta Dio come un pastore che va alla ricerca della pecora smarrita (Lc 15,4-7; Mt 18,12-14) e se la carica sulle spalle, espletando così la funzione di custode. Gesù presenta poi se stesso come il buon pastore che si prende cura del gregge, a differenza, invece, del mercenario (Gv 10,1-21). Infine, nella preghiera sacerdotale del capitolo diciassettesimo del vangelo di Giovanni, egli rende esplicita la sua funzione di custode, ricevuta dal Padre e la rimette nelle sue mani prima di partire da questo mondo. Il maestro così prega:

Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. Quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura (Gv 17,11b-12).

Al v. 5 del salmo il prendersi cura di Dio viene espresso con l’immagine dell’ombra: «Il Signore è come ombra che ti copre». Dio protegge i suoi fedeli da tutti i pericoli che potranno insidiare il loro cammino di pellegrinaggio sia a Gerusalemme sia nella loro vita. Torna alla memoria la nube luminosa dell’Esodo che era segno della presenza e protezione divina, la quale accompagnava il popolo nel suo uscire dall’Egitto (Es 13,21-22) e nel suo peregrinare nel deserto. La medesima ombra è poi ripresa nel Nuovo Testamento nell’annunciazione dell’angelo a Maria là dove il testo afferma: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo» (Lc 1,35).

Il salmista chiude la sua preghiera con una certezza: «Il Signore ti custodirà… da ora e per sempre». È la certezza della fede che non toglie le difficoltà della vita, non le nasconde, ma aiuta ad affrontarle con la serenità nel cuore, perché non ci si sente abbandonati.

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